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Il pluralismo è nemico delle nostre libertà

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Intervenendo sul mio articolo I liberali parlano di libertà non di riconoscimento (‘L’Occidentale’ venerdì 4 maggio 2007), l’amico Michele Bonacchi, un uomo di legge amante degli  humanity studies, mi fa rilevare che “i cacciatori, almeno nel Bel Paese, non si accontentano affatto della ‘libertà negativa’ ma pretendono - e vedono riconosciuti - degli autentici diritti positivi […]” com’è dimostrato dall’842 (caccia e pesca) del codice civile. […] Tale disposizione di legge nega al proprietario di un fondo  titolare di un diritto costituzionale - il potere di "impedire che vi si entri per l’esercizio della caccia, a meno che il fondo sia chiuso nei modi stabiliti dalla legge sulla caccia o vi siano colture in atto suscettibili di danno". Peraltro, lo stesso proprietario "può sempre opporsi a chi non è munito della licenza rilasciata dall’autorità". Dalla lettura dell’art. 842, quindi, si evince: 1) la compressione del diritto di proprietà a favore del diritto di accesso del cacciatore; 2) l’istituzionalizzazione della caccia, attraverso un’idonea "legge sulla caccia"; 3) il "riconoscimento pubblico" che si traduce in "una questione di diritti", tanto che il diritto di accesso può essere esercitato soltanto dal cacciatore "munito della licenza rilasciata dall’autorità’ (art. 842, 2°c.)”.

Mettendo da parte dico e pacs – de hoc satis! - il rilievo di Bonacchi mette in evidenza una tensione tra liberalismo e pluralismo che il buonismo imperante (e non sempre in buona fede) tende a cancellare: i diritti riconosciuti ai gruppi sociali -- non importa se definiti dalla razza, dal sesso, dal credo religioso o da altro -- rappresentano spesso una minaccia per le libertà individuali. Nell’esempio su riportato, il sacrosanto diritto al godimento della proprietà privata è limitato dalla tutela di un’associazione, quella dei cacciatori, di cui  può capitare di non condividere affatto né la filosofia né, tanto meno, la sua "messa in pratica". E l’iniquità diventa tanto più grande se si considera che il rispetto del mio pezzo di terra torna ad essere tutelato dalle leggi…soltanto se sono ricco abbastanza da consentirmi i costi della recinzione. In barba al vecchio principio liberale per il quale la proprietà della capanna è sacra quanto la proprietà del castello!

Il caso della 842 è emblematico del vulnus inferto a un diritto che mette in pericolo anche talune libertà più "apprezzate" di quella che viene annullata e ridimensionata con l’indebolimento di quel diritto. Cosa c’è, infatti, di più elevato dell’amore per la natura e per gli animali che spinto al punto di acquistare un terreno per la sola gioia di vedervi volteggiare indisturbate le creature alate e circolare beate quelle terrestri? Un progetto francescano, destinato a trovare molte simpatie, diventa irrealizzabile se non ho piena libertà di disporre della mia proprietà. Come scrive Bonacchi, l’interesse di un gruppo sociale - i cacciatori - comprime i "diritti costituzionali", di cui sono titolari i singoli individui.

 E che dire del danno provocato ai miei beni dall’agire altrui e non riconosciuto per la semplice ragione  che, per fare un esempio classico, la limpidezza del ruscello che attraversa il mio fondo diviene irrilevante dinanzi agli interessi di centinaia di famiglie - quadri e maestranze operaie - che vivono grazie all’azienda che riversa detriti e veleni nelle acque?

I vecchi liberali dicevano che si ha la libertà di fare tutto ciò che non reca danno ad altri: nella società pluralista si ha la libertà di fare tutto ciò che viola i diritti di alcuni se reca beneficio a molti altri. Per questo mi sembrano parole al vento quelle di Piero Ostellino che faceva notare come molti problemi ecologici si risolverebbero mettendo mano ai vecchi codici, che tutelavano, in maniera rigorosa, i diritti individuali e ne punivano severamente i trasgressori (privati o pubblici che fossero).

Oggi il pluralismo laico ha trovato un inaspettato connivente nel pluralismo religioso. Il multiculturalismo e le sue retoriche, sotto l’usbergo del rispetto e della protezione della ‘diversità’, stanno facendo avanzare, infatti, in maniera ancor più preoccupante, l’erosione dei diritti individuali. E come ai cacciatori è consentito violare l’altrui proprietà (non recintata), così ad Adel Smith è consentito violare il santuario della libertà di coscienza e di parola e portare in giudizio Renzo Guolo per il suo libro Xenofobi e xenofili: gli Italiani e l’Islam (Ed. Laterza) in cui l’imam ravvisa il reato di “vilipendio della religione islamica”. Il magistrato di Bari, che ha accolto la denuncia, rileva Giovanni De Luna su ‘La Stampa’,”ritiene opportuno che un tribunale decida se le opinioni espresse da uno studioso in una ricerca siano offensive e quindi punibili giudiziariamente”.

Se nel caso dei cacciatori, il conferimento di privilegi a una categoria ‘mondana’ fa a pezzi il diritto di proprietà, e, nel caso di Adel Smith, il rispetto di una tribù religiosa rischia di mangiarsi in un boccone i ‘diritti di libertà’, non diviene legittimo il sospetto che il  pluralismo, fino a ieri al servizio del liberalismo, ne stia diventando la ‘serva padrona’?

Per rimediare a questa deriva culturale non si vede altra via che non sia quello di gerarchizzare i diritti, mettendo al sicuro, nel palladio delle costituzioni, quelli individuali (fondamentali) definiti dalla ‘libertà negativa’ e affidando al gioco democratico il riconoscimento dei diritti sociali, definiti dalla ‘libertà positiva’. Rende un pessimo servizio alla società aperta chi, in nome di un laicismo giacobino e azionista, confonde gli uni e gli altri nell’indefinito continuum della generazione  di sempre nuovi  diritti. Lo dimostra l’articolo citato di Giovanni De Luna che, paradossalmente, da un lato, delegittima una eventuale maggioranza parlamentare che mostri di avere un occhio di riguardo per la religione cattolica “in quanto più strettamente legata ai caratteri ‘identitari’ del popolo italiano” e ,in tal modo, non riconosce il diritto del popolo sovrano a ritenere utile e  meritevole di aiuto una determinata istituzione (nella fattispecie religiosa); e, dall’altro, esige che lo Stato consideri le religioni “tutte ugualmente” degne  “di tutela in quanto esprimono una realtà socialmente importante” e, in tal modo, vuole rimodellare le coscienze dei cittadini affinché  tutti (anche gli atei, i miscredenti, i bestemmiatori professionali) siano deferenti verso le confessioni religiose quali che esse siano (anche i vudù?). Antidemocrazia, quindi, (divieto alle maggioranze di distribuire a chi credono e come meglio credono le risorse sociali su cui hanno potere discrezionale) e antiliberalismo(divieto alla coscienza di ritenere le religioni l’oppio dei popoli)!

 Forse solo in  Italia, è tanto difficile (se non impossibile) far convivere  il diritto imprescrittibile dell’individuo a ritenere Maometto un tagliagola e Cristo un impostore col diritto dei cittadini a considerare, di volta in volta, certe istituzioni “meno uguali delle altre”  senza che per questo venga minimamente infirmato il diritto dei singoli di farne parte.

Vorrei, tuttavia, rivolgere a De Luna una domanda: se ai governi non è lecito sostenere chiese, scuole e istituzioni cattoliche varie, in ossequio al principio della laicità, perché dovrebbe, poi farsi carico, di teatri, di emittenti televisive, di cinematografie che, al pari delle chiese, diffondono ‘valori’, modelli di vita buona, progetti di riforma o di conservazione dell’ordine sociale? Astenersi  dall’interferire in un determinato mercato spirituale comporta la rinuncia  a intervenire attivamente anche negli altri. Se, ad esempio, decidessero di non dare più un soldo alle scuole dei Gesuiti (e avrebbero il mio incondizionato consenso) perché sarebbero poi tenuti a foraggiare il teatro di Dario Fo o di Moni Ovadia, due predicatori di genere diverso? Non dovrebbero essere i cittadini-consumatori a decidere, versando l’obolo alla parrocchia e acquistando il biglietto al botteghino, quali agenzie spirituali (laiche o religiose) meritano di sopravvivere? Assieme ai diritti individuali, l’altro nemico mortale del "pluralismo che avanza" è il mercato.

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