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L'uovo di giornata

Il premier Giuseppi tra teologia politica ed economia teologica

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Ed alla fine il premier Giuseppi “l’Avvocato del popolo” ha gettato la maschera. La disperazione di un’economia al collasso ha fatto saltare tutte le finzioni, tutte le ipocrisie.

Il furbo avvocato pugliese, nel suo apprendistato di premier “provvisorio”, si è ritrovato a svolgere (novello famigerato vescovo Eusebio) il lavoro ideologico necessario a legare il pezzentismo pentastellato originario con la prassi del potere nelle sue due forme della teologia politica e della teologia economica.

Il pezzentismo pentastellato rappresenta il primo tassello delle fortune dell’avvocato pugliese: intendendo per pezzentismo la sintesi tra ignoranza del diritto e dell’economia avvolta e ricompresa in un pauperismo di fratellanza universale ingenuo e senza basi finanziarie.

Giuseppi ha colto, e gliene va dato atto, la curiosa coincidenza del pezzentismo pentastellato con le istanze di “altissima povertà” rivendicate dal movimento francescano delle origini: povertà in forza della quale i francescani non sarebbero stati semplicemente “privi di proprietà” ma innanzitutto privi della capacità di “possedere alcunchè”.

Il movimento francescano delle origini, infatti, consiste, come rilevato da Agamben, in un movimento (e non una nuova struttura istituzionale) quale tentativo di vivere il Vangelo in modo inauditamente diretto (e senza quindi la mediazione delle strutture gerarchiche della Chiesa Romana) così come “movimento” e non struttura istituzionale partitica i 5 Stelle amano definire la loro struttura aggregativa finalizzata all’attuazione di vivere la democrazia in modo inauditamente “diretto” (senza quindi la mediazione delle strutture di democrazia parlamentare).

Da qui l’accentuazione da parte del Movimento Pentastellato del prevalere della “governamentalità” e cioè il tentativo di eliminare la “separatezza” del potere esecutivo da quello legislativo.

Tale separazione, come rileva Agamben, tende ad essere superata attraverso la “istituzionalizzazione” dello “stato di eccezione”: secondo la nota definizione di teologia politica di Schmitt per il quale “…è sovrano colui che decide dello stato di eccezione”.

La posta in gioco in questa distinzione è il rapporto tra l’azione (potestas – potere esecutivo) e la sua legittimità giuridica (auctoritas – potere legislativo).

Secondo il diritto romano l’auctoritas conferisce validità giuridica all’atto di un soggetto che da solo non può porre in essere un atto giuridico valido e quindi è come se, perchè qualcosa possa esistere nel diritto, occorresse una relazione tra due elementi o tra due strutture: quella munita di auctoritas e quella che prende l’iniziativa dell’atto in senso stretto.

In questo schema la “potestas” è intrinsecamente impersonale e deve essere personalizzata mediante “l’auctoritas” e, allo stesso tempo, l’auctoritas non è qualcosa che si possa esercitare “vicariamente” bensì scaturisce dalla condizione dello strutturarsi dell’ordinamento democratico con la separatezza dei poteri.

Sotto il principato romano l’imperatore assorbiva tutta l’auctoritas nella sua persona determinando una situazione in cui potestas ed auctoritas risultavano unificate ed in cui dunque il potere era applicato alla vita dei sudditi senza alcuna mediazione o appello: situazione che, come è stato notato, si riproduce con il nazismo del XX secolo.

Da questo parallelo, gli studiosi dei totalitarismi deducono una regola generale: “quando auctoritas e potestas tendono a coincidere in una sola persona, quando lo stato di eccezione in cui esse si legano e si indeterminano, diventa la regola allora il sistema giuridico politico si trasforma in una macchina letale”.

Ed il premier Giuseppi, quale espressione apicale governativa del pezzentismo pentastellato, con il suo abnorme interventismo giuridico ed economico attuato sia attraverso i cosiddetti D.P.C.D.M (Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri) non soggetti, contrariamente ai decreti legge, al vaglio parlamentare sia attraverso un utilizzo della “governamentalità” che marginalizza, fino ad annullarle, le strutture parlamentari sta attuando, anche al di fuori del perimetro delle garanzie costituzionali, il concetto di “governo eterno” (paradigma della politica moderna).

In tale situazione il diritto tutto, anche costituzionale, ne viene sminuito, svuotato nella sua legittimità attraverso il dominio della teologia economica, degradandosi fino a poco più che insensata violenza all’interno dello stato di eccezione permanente.

Come la vicenda Autostrade – Benetton di questi giorni insegna.

Mentre lo stato di eccezione della teologia politica tende a superare la separatezza dei poteri l’economia teologica del pezzentismo pentastellato mutuata dal francescanesimo delle origini tende a “mettere insieme” ciò che è incompatibile.

La presunta “purezza” del Movimento 5 Stelle di fronte agli inevitabili compromessi di una gestione democratica di una economia avanzata e del governo di una economia capitalista finisce per coincidere, nel perimetro ideologico, con la “abdicatio omnis iuris” dei movimenti francescani originari perseguenti la possibilità di un’esistenza umana al di fuori delle regole del diritto e dell’economia.

L’ansia di statalizzazione da “neosocialismo reale” in campo giuridico ed economico da parte del governo di natura pentastellata risente, curiosamente, di questa impostazione teologica.

Il Movimento 5 Stelle non si definisce marxista nè leninista (che son concetti e strutture economico – politiche complicate nonostante il fallimento della loro attualizzazione storica): risulta pezzentista nel senso sopra indicato in quanto mosso dal desiderio di una generale non ammissibilità della proprietà che si può far risalire alla concezione paolina secondo cui la legge, il diritto e l’intero dispositivo economico della storia, in funzione escatologica, è stato creato per il “peccato”.

Come nel movimento francescano però la “abdicatio omnis iuris” conduce ad un “non sequitur” e cioè finisce per riaffermare l’appartenenza dei soggetti alla sfera del diritto e dell’economia dalla quale si volevano tener fuori.

E come i francescani cercarono di risolvere dialetticamente il problema sostenendo di non essere “proprietari di niente”, in quanto era il Papa e quindi la Chiesa ad essere proprietaria, rimanendo ad essi solo “l’uso delle cose” così nel pezzentismo pentastellato la proprietà dei mezzi di produzione viene considerata, analogamente ai trattati francescani, un fine in sè di cui, tendenzialmente, solo lo Stato può essere titolare: come sta accadendo in ogni crisi industriale dall’Ilva all’Alitalia ad Autostrade in cui l’unica soluzione diviene l’acquisizione dell’industria da parte dello Stato “teologico” che, in quanto tale, deve garantire all’occupazione (quali novelli clerici) il “sostentamento d’uso”. Sostentamento d’uso di cui lo Stato – Chiesa deve farsi carico anche indipendentemente da ogni prestazione lavorativa attraverso il cosiddetto reddito di cittadinanza e/o il “reddito universale” in modo tale da sottrarre la popolazione ridotta al rango di clericato “universale” da ogni “angoscia economica”.

Tuttavia l’ingenuo tentativo di costruire all’interno di uno stato capitalista una “zona liberata” esente da immediate pressioni economiche, o persino costituire il “socialismo in un solo paese”, non solo non è abbastanza ma conduce ad un fallimento strategico.

E’ la cosiddetta strategia fallimentare del “francescanismo in un solo paese” che tante conseguenze nefaste sta portando sia in tema di immigrazione sia in tema di conflittualità sociale tra i cosiddetti garantiti e cioè i percettori di redditoe/o di rendite più o meno parassitarie dello Stato (una sorta di nuova “ecclesia” giuridico economica) e di non garantiti e cioè i soggetti che vivono della libera intrapresa e nel mercato e come tali secondo una lettura “paolina” condannati a vivere, ora e per sempre, nell’inferno.

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