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I soliti mali italiani

Il problema del nostro Paese è che è la politica ad essere andata in default

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Ora che il governo Monti ha ottenuto la fiducia delle Camere ed è quindi nel pieno dei suoi poteri, non c’è che da attenderlo alla prova dei fatti. Tuttavia non si deve far finta di niente: come se quello che è successo in Italia negli ultimi mesi, sia stato un normale avvicendamento al potere, processo fisiologico in tutte le democrazie mature. No, sono avvenute una serie di vicende che mostrano gli aspetti gravemente patologici nel nostro sistema politico: aspetti (quel che è più preoccupante) assolutamente recidivi.

Nel giro di vent’anni, per la seconda volta, si è dovuto ricorrere al commissariamento della politica per far fronte a una situazione di emergenza sul piano finanziario. Un grande filosofo politico del Novecento diceva che è nel porre e nel gestire le situazioni di emergenza che emerge il vero detentore della sovranità: ebbene si deve convenire che in Italia l’esperienza storica successiva al 1989 dimostra che non è la politica, non sono i partiti, quindi i cittadini, insomma non è la sovranità popolare a tenere in mano il pallino del gioco. Lo si era visto nel 1992-93, lo abbiamo rivisto in questo 2011.
Bella scoperta! diranno alcuni: siamo sempre stati un paese a sovranità limitata. Prima abbiamo subito passivamente le logiche della guerra fredda, poi  quelle della costruzione europea, o meglio del direttorio franco-tedesco che la conduce. E’ meglio così! rispondono altri. L’Italia può seguire logiche virtuose solo quando le vengono imposte: è un paese che, per funzionare, deve essere colonizzato, altrimenti prenderebbe il largo dall’Europa e si avvierebbe verso il Sud del mondo. E’ un boccone amaro, ammettono altri ancora, ma necessario: per far fuori Berlusconi e la sua cricca e rimettere il timone del governo in mano all’Italia perbene.

La colpa principale di questo default della politica  è della politica stessa, lo si è scritto anche su questo giornale ed a ragione: la maggioranza parlamentare e il governo hanno mostrato la corda proprio nel momento del massimo pericolo e questo costituisce una condanna inappellabile del loro operato. Lo stesso si può dire della variegata opposizione e dei suoi comportamenti, in parlamento come nel paese: essa non è stata in grado di far funzionare la macchina della politica in modo naturale, con una coalizione che fallisce e un’altra che prende il suo posto (sono  parole di Arturo Parisi). Ma questa impotenza della politica, questa intermittenza della democrazia, non è proprio il problema più grave per l’Italia? Perché se si guardano le cose un po’ dall’alto, la situazione di crisi del sistema politico e la sua incapacità di produrre una classe politica all’altezza  dei grandi problemi del paese non datano da oggi: esse cominciano a manifestarsi dalla fine degli anni Sessanta,  quando le elezioni politiche del 19 maggio 1968 decretarono la non-autosufficienza della formula di centro-sinistra al potere. Ebbe inizio allora quel “consociativismo” che dominò gli ultimi vent’anni della prima Repubblica, a cui è da addebitare la prima esplosione del debito pubblico per venire incontro a tensioni sociali e ad atteggiamenti rivendicativi diffusi, che altrimenti non si sapeva come affrontare e gestire.
Quella classe politica seppe rispondere a una largamente sentita (e giustificata) esigenza di allargamento degli spazi di democrazia, di più forte mobilità sociale, di espansione dei diritti, prevalentemente con l’allargamento dei cordoni della borsa, con il gonfiamento a dismisura della pubblica amministrazione, attraverso assunzioni senza concorso, con la scala mobile senza limiti, con l’uso spregiudicato dell’inflazione. 

Soprattutto è da allora che lo stesso personale politico (di governo come di opposizione) andò deteriorandosi: il sistema, cioè, mostrò la sua incapacità a produrre un ricambio generazionale che mantenesse gli standard precedenti. Da Fanfani e Moro si passò a De Mita e a Goria, da Saragat a Nicolazzi, da Malagodi ad Altissimo, da Almirante a Fini, da Berlinguer ad Occhetto. L’unico tentativo di andare in controtendenza, quello di Craxi, mostrò nel costume politico che gli fu proprio una contraddizione insuperabile.

Si deve aggiungere che un tale deterioramento era in sintonia con quanto stava avvenendo nel paese. Per dirla in breve: come la classe politica non ha saputo gestire un processo di democratizzazione se non con una “politica delle mance”, così la società italiana nel suo complesso non ha retto agli effetti morali della secolarizzazione. Quando parlo di “secolarizzazione”, alludo a un processo di disincanto non solo in campo religioso, ma anche in quello ideologico: insomma il militante del PCI che smette di andare in sezione per starsene in casa a guardare le telenovelas brasiliane e i nuovi programmi della televisione commerciale. Si credeva di assistere a una laicizzazione diffusa del sentire, ne è invece risultato uno “sbracamento” complessivo, il venir meno delle appartenenze, un rifugiarsi nel “particulare” e nell’effimero. Anche questi erano processi per larga misura inevitabili e comuni ad altri contesti nazionali, ma che in Italia hanno assunto un’incidenza particolare (e disastrosa), proprio perché non governati consapevolmente da una classe politica e intellettuale all’altezza della situazione.
Classe intellettuale, appunto: un discorso analogo a quello qui abbozzato si potrebbe fare per gli ambienti della cultura e della stampa, e per quelli economici (ma si deve parlare di una cosa per volta). Il problema è complessivo, di classe dirigente, ed è semplicemente ridicolo da parte degli uomini dell’establishment accademico-mediatico-finanziario il “noli me tangere” intimato alla casta dei politici.  
Ma ora abbiamo un «governo dei professori» e c’è da stare tranquilli, ci viene detto: «I am obliged to confess  - scriveva sessant’anni fa William F. Buckley jr - I should sooner live in a society governed by the first two thousand names in the Boston telephone directory than in a society governed by the two thousand faculty members of Harvard University».  Mi auguro che  una volta tanto il prof. Monti e i suoi colleghi lo smentiscano.
 

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8 COMMENTS

  1. nessuno vuole più fare certi lavori
    Ci sono dei lavori che nessuno vuole più fare. Tra questi c’è la politica. Si tratta di un fenomeno che non è solo italiano, ma che in altri paesi è stato parzialmente contenuto dal migiore assetto delle istituzioni.
    Avrei qualcosa da dire sugli esempi fatti. Il giudizio su Nicolazzi mi pare troppo negativo, quanto ai comunisti lo scadimento ci fu nel passaggio tra Longo (che non era una cima) a Berlinguer (un vero disastro). A confronto di Berlinguer Occhetto ha meriti storici innegabili: cambiò il nome al patrtito cosa che il segretario sassarese non avrebbe mai fatto.

  2. meglio i tecnocrati dei socialisti di destra e di sinistra
    Dall’america si osserva il crollo del pseudosocialismo europeo.
    Il problema è tutto lì: Grecia e Italia sono paesi socialisti con una spesa pubblica parassitaria.
    E il problema è che nè in Grecia, nè in Italia esiste un centro destra liberista degno di questo nome.
    Il PDL ha persino aumentato le tasse sul risparmio dal 12,5 al 20% e imposto sui depositi titoli onerosi balzelli di bollo (il tutto a decorrere dal prossimo 1 gennaio). Tagliare la spesa pubblica? Neanche per sogno.
    La sinistra e i cattocomunisti di Casini fanno schifo.
    Ma di sicuro non mi ridurrò più a votare per un PdL di socialisti che si spacciano liberisti e anti tasse solo durante le tornate elettorali.
    Quindi meglio un governo tecnocratico di professori della Bocconi: questi ultimi almeno si rendono ben conto che tassare il risparmio e i beni finanziari ha come unica conseguenza quella di far migrare capitali e individui all’estero.
    Il PdL nell’ultimo governo Berlusconi si è rivelato succube di sindacalisti e tafazzianamente prono ad alzare proprio quelle tasse che aveva arcipromesso di non alzare. Tremonti è finito politicamente. Ma non vedo il PdL messo meglio.
    O in Italia si forma un vero tea party, o è meglio non sprecare il proprio tempo andando a votare per dei buffoni socialisti.

  3. Un esame di coscienza
    E’ verissimo. In Italia la politica e la decenza sono in default da quasi venti anni ovvero da quando un certo signore è sceso in politica e ha trasformato la politica in bordello televisivo a suo uso e consumo e, soprattutto, allo scopo di fare gli affari propri e difendere la sua “roba” da potenziali interventi liberali, i quali (mediante una vera competizione che l’Italia non ha mai avuto) avrebbero potuto creare seri problemi al monopolio… Se siamo arrivati a questo punto la colpa è della cialtroneria, della volgarità e della maleducazione incarnate da qualcuno… Per cortesia, sarebbe il caso che voi tutti del centro-destra (ormai fallito miseramente) vi facciate un esame di coscienza, se la avete.

  4. basta con i politici socialisti, fasciocomunisti o quant’altro
    Per avere una ragione d’essere il centro destra deve rifondarsi prendendo ispirazione dal tea party americano: stato minimo, tasse minime e possibilmente il ritorno alla convertibilità aurea della moneta.
    Questa crisi è figlia del paludoso socialismo che affligge l’europa.
    La spesa pubblica va ANNIENTATA.
    Il problema del PdL non è certo Berlusconi. Semmai sono proprio i politici socialisti o pseudo comunisti come quelli del “centro” che altro non sono che socialisti travestiti: e basta con traditori come Alemanno o la Polverini: vere e proprie piattole della spesa pubblica.

  5. Lo Specchio
    Diamo pure addosso alla classe politica italiana ma rammentiamoci che essa è lo specchio della nostra società.Tutti i difetti e quelle poche virtù che accreditiamo ai politici li troviamo in eguale misura in tutti noi. Non facciamoci illusioni.

  6. ma quale specchio?
    La stragrande maggioranza degli italiani non vive alle spalle del contribuente. Invece la politica e i sindacalisti fanno proprio quello.
    La politica non è lo specchio della società civile.
    Le politica parassita la società civile.
    Se la politica fosse uno specchio dei cittadini, sarebbe come se le sanguisughe fossero lo specchio delle loro vittime.
    Non è così.
    Quando la spesa pubblica sale oltre un certo livello del pil, la democrazia viene meno perchè entrano in azione le piattole della spesa pubblica: parassiti, lobby e sindacalisti.
    Ci si deve liberare della spesa pubblica.

  7. crisi sistemica
    Mi sembra che l’articolo coglie un aspetto importante delle ricorrenti crisi: non è un default della politica, ma è della società nel suo insieme che ha perso regole e valori. Non vi è stato il passaggio da un atteggiamento fideista (vedi gli adepti di DC e PC) ad una visione laica, e quindi matura. Io credo che una delle cause importanti di una società in sofferenza – lo scadimento qualitativo della classe dirigente è uno dei problemi più gravi – sia la crisi dell’istruzione e della scuola. Era necessario uno sforzo per acculturare tutte quelle persone destinate ad emergere in posizioni di responsabilità. Al contrario, il fallimento dell’educazione ha portato ad una selezione “al contrario” delle classi dirigenti. Al merito quale criterio di selezione si è sostituita la furbizia, l’attivismo, e la volontà di emergere con qualunque mezzo. E ritengo qualsiasi ottimismo fuori luogo.

  8. Ipercriticismo e disfattismo non ci aiutano
    Non concordo per nulla con le analisi che fanno della presunta inadeguatezza della nostra classe politica il principale problema del nostro Paese. Dal mio punto di vista, infatti, magistratura e stampa nazionali sono molto, molto piu’ inadeguate della nostra classe politica.
    Il problema di pone per me su un piano diverso.
    Berlusconi ha sempre avuto una linea di diffidenza e scarsa fiducia verso l’UE ed il nostro Governo non ha avuto una linea efficace nell’opporsi ai crescenti diktat tedeschi, nonostante la presenza di potenziali, anche se non facili, alleati (Spagna e GB). Ora abbiamo un Governo che fara’ esattamente quello che la Germania vuole, ossia farci pagare il costo della crisi dell’Euro, sempre piu’provocata anche dall’indisponibilita’ della Germania a conferere un ruolo adeguato alla Bce. SB non ha voluto e potuto fare di piu’ anche perche’ sotto un attacco politico mediatico e giudiziario inconcepibile in altri Paesi, di cui e’ responsabile la sinistra.
    Nel passato Governo c’erano ottimi ministri, e non penso che abbiamo bisogno per forza di grandi leaders politici, che mancano in tutta Europa.
    Il nostro problema e’, semplicemente, la mancanza di orgoglio nazionale, adducibile alla diversita’ del nostro Paese, alle forti componenti culturali cattoliche e marxiste, al disfattismo irresponsabile della sinistra e, purtroppo, anche a certi atteggiamenti della Lega.

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