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Il problema di Israele è il mondo arabo, non la Palestina

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E’ così, dopo le parole, i fatti. Le conseguenze della rottura diplomatica fra Tel Aviv e Ankara rivelano un processo più profondo di ridefinizione degli equilibri geostrategici nell’area che, mutati radicalmente dopo la caduta di Mubarak e l’improvvisa radicalizzazione della politica estera turca, sono quanto mai incerti e pericolosi proprio per la piccola nazione ebraica.

In un terreno tutt’altro che favorevole e in continuo mutamento, Tel Aviv ha bisogno di ridisegnare nuovamente  i propri asset strategici, soprattutto tenendo conto sulla stabilità delle proprie alleanze nella regione e sfruttando gli interessi divergenti all’interno della schiera dei propri nemici.

Moshe Arens, analista di questioni mediorientali su Haaretz.com, sottolinea come  le attuali rivoluzioni, che hanno sgretolato regimi decennali nel giro di pochi mesi, abbiano cambiato l’intero tessuto sociale che aveva permesso la ratifica dei trattati di pace con l’Egitto e la Giordania, nonché facilitato una tregua silente nelle alture del Golan sottratte alla Siria nella guerra dei Sei giorni. All’epoca, sulla scia degli autoritarismi socialisteggianti dell’area, sembrava naturale negoziare con un dittatore in nome della pace e con la sicurezza del rispetto di tale trattato. Tuttavia, oggi, per il paese di David è sempre più pressante una rivalutazione dell’intera faccenda.

La deriva estremista sfociata nell’assalto popolare all’ambasciata israeliana del Cairo dopo l’uccisione di alcune guardie di frontiera egiziane durante un raid aereo israeliano nel Sinai, ed alimentata dall’atteggiamento morbido della giunta militare egiziana verso i manifestanti, sono una prova di come lo scenario politico post-Mubarak sia molto più suscettibile nei rapporti con Tel Aviv e di come il Sinai, un tempo sigillato dal dittatore egiziano, potrebbe nuovamente diventare una fucina per l’estremismo palestinese.

La medesima cosa potrebbe dirsi riguardo il declassamento dei rapporti diplomatici con uno storico alleato come la Turchia, particolarmente strapazzato da Tel Aviv negli ultimi anni, e che non ha avuto remore a sacrificare Gerusalemme per tentare l’ambizioso progetto di diventare nazione egemone nella regione.

Zvi Mazel, del Jerusalem Post, analizza nel suo articolo Analysis: Israel, Egypt, Turkey- shifting sands le possibili conseguenze di tale scelta. Secondo l’articolista la Turchia sarebbe non solo isolata, ma starebbe anche affrontando problemi seri nel mantenimento della sua alleanza con l’Iran e la Siria. Perfino gli Stati Uniti e la Russia sarebbero infastiditi dal fare turco e dall’eccessivo protagonismo di Erdogan su questa parte di Mediterraneo. Protagonismo che nemmeno il Libano manda giù impedendo una ratifica definitiva dei confini marittimi con Ankara.

Il pensiero comune in Israele è basato sul fatto che le relazioni con un paese specifico non sono quasi mai indispensabili, che è una cosa negativa avere pessime relazioni con paesi importanti della regione ma che è possibile rimediare trovando mercati alternativi, che i paesi in conflitto con Tel Aviv subiranno perdite maggiori.

Tuttavia la mobilitazione militare da parte di navi da guerra turche nel Mediterraneo Orientale e nello spazio antistante le coste di Cipro sono una intimidazione violenta su quello che potrebbe accadere. Vi è un contenzioso ancora più grande tra le due nazioni, un immenso giacimento di gas naturale off-shore chiamato Leviatanus, un sito che abbraccia le coste di Libano, Siria, Israele, e soprattutto le piccola isola di Cipro e che fornirà nuovi contenziosi con Ankara nel lungo periodo, con la conseguenza di aggiungere un'altra nazione apertamente ostile nella lista nera dei diplomatici israeliani.

Tutto questo senza parlare dell’Iran e della longa manus libanese degli Hezbollah che, a differenza della Turchia, fanno sul serio nell’usare il proprio arsenale bellico. La posizione di Erdogan sulla questione palestinese fornisce una piccola sponda favorevole al regime iraniano che, messo in crisi per le nuove tensioni interne, per l’isolamento internazionale, e per la incerta situazione dell’alleato Bashar al- Assad in Siria, si limita ad osservare gli eventi cercando di continuare il proprio programma nucleare. 

Tel Aviv si trova sempre più isolata nella regione e accerchiata da nuove e vecchie forze ostili che, nonostante rivaleggino per interessi divergenti e abbiano gradazioni diverse nelle politiche antagoniste allo stato ebraico, sono compattamente unite contro Israele.

Nel bel mezzo dell’onda lunga della protesta che ha sfaldato indifferentemente regimi di carta come quello di Ben Alì in Tunisia, o quello monolitico di Mubarak in Egitto, che ha minato profondamente la stabilità del regime degli Assad in Siria, che minaccia la rivoluzione khomeinista in Iran, che scuote la stessa nazione ebraica, Israele deve decidere che tipo di politica scegliere per continuare ad esistere come una democrazia.  

La politica di sicurezza impone costi e sacrifici rilevanti per tutta la società israeliana mentre il conflitto con i palestinesi continua ad incancrenirsi fino a divenire ormai insostenibile di fronte alla comunità internazionale ed alla stessa società civile. Israele è una democrazia ormai matura che chiede una evoluzione nei rapporti con i propri vicini e nella volontà di terminare la guerra con i vicini arabi.

L’establishment israeliano dovrebbe sforzarsi di capire che senza un accordo con la contro parte palestinese, nazione o entità politica che sia, resterà sempre vittima dell’opportunismo politico di nazioni che sfruttano la questione palestinese per scagliarsi contro Israele e guadagnare prestigio agli occhi delle masse arabe. A sostituire attualmente l’Iran nelle roboanti minacce anti-sioniste è il primo ministro turco Erdogan, domani forse sarà una nuova Siria libera dagli Assad o una nuova repubblica di Giordania.

Bisogna tenere conto che le vere minacce per il paese ebraico sono quei paesi esterni al mondo arabo come l’Iran o la Turchia, essi sono gli unici che possano competere militarmente ed economicamente alla nazione israeliana e che possano nuocere agli interessi strategici di Tel Aviv. Perfino l’Egitto, in uno stato di agitazione cronica dopo la rivoluzione, non ha reali interessi a stracciare il trattato di pace con il paese ebraico e verosimilmente re Abdullah di Giordania resterà al suo posto senza sostanziali mutamenti politici.

La risposta militare è una via indispensabile per la sopravvivenza della nazione, ma non garantirà una pace duratura. Come sottolinea un editoriale online di Haaretz.com, Israel need to stop talking and start negotiating, invece di mostrare i muscoli l’attuale amministrazione israeliana dovrebbe collaborare pienamente con i rappresentanti del Quartetto per poter trovare una soluzione creativa che arresti il deterioramento nei rapporti con i paesi vicini. Uccidendo il processo di Oslo e continuando a rifiutare la soluzione dei due Stati, Israele mette a repentaglio la sua stessa esistenza come stato ebraico e democratico. Per Tel Aviv un ripensamento nelle scelte strategiche per il futuro è d’obbligo.

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