Il processo a Karadzic è il banco di prova della giustizia internazionale

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Il processo a Karadzic è il banco di prova della giustizia internazionale

27 Ottobre 2009

Il processo Karadzic, cominciato il 26 ottobre presso il Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia, si sta rivelando un banco di prova cruciale per la giustizia penale internazionale, cioè a dire per l’insieme dei tribunali internazionali istituiti o promossi dalle Nazioni Unite e competenti a giudicare sui crimini di guerra e contro l’umanità.

L’istituzionalizzazione della giustizia penale internazionale è incominciata all’indomani della Seconda guerra mondiale con la creazione del Tribunale di Norimberga e del Tribunale di Tokyo; ha vissuto una fase di congelamento durante la Guerra Fredda; ha ripreso vigore negli anni Novanta con l’istituzione, da parte del Consiglio di Sicurezza, del Tribunale per la ex Jugoslavia e del Tribunale per il Ruanda. Il messaggio forte lanciato dalla Comunità internazionale voleva essere la certezza della punizione dei colpevoli di violazioni gravi e sistematiche dei diritti dell’uomo; le cosiddette gross violations. Messaggio suggellato dalla creazione nel 1998 della Corte Penale Internazionale (in attività dal 2003), organo permanente, potenzialmente universale, del quale sono membri 110 Stati e la cui giurisdizione ricomprende i crimini di genocidio, di guerra, contro l’umanità e di aggressione.

Ora, il processo per crimini di guerra intrapreso contro Radovan Karadzic, ex leader dei serbi di Bosnia, si rivela una cartina tornasole dello stato di salute della giustizia internazionale. Si tratta di un processo iniziato a distanza di 14 anni dagli eventi dibattuti, reso possibile solo grazie alla cattura di Karadzic nel 2008 da parte delle autorità serbe ed incominciato subito in salita. In primo luogo, Karadzic ha scelto di difendersi da solo, rinunciando così all’avvocato d’ufficio e togliendo (almeno nelle sue intenzioni) legittimità alla Corte. In secondo luogo, alla prima udienza l’imputato ha disertato l’aula; il giudice ha dovuto ricordargli che se continuerà a rifiutarsi di partecipare alle udienze perderà il suo diritto ad interrogare i testimoni. Ma l’assenza reiterata di Karadzic porterebbe soprattutto a delle serie conseguenze nella buona riuscita del processo, visto che lo Statuto del Tribunale stabilisce la presenza dell’imputato come garanzia di un giusto processo. Infine, un processo che si trascina a rilento è certamente nell’interesse di Karadzic ma non della pubblica accusa.

Il Tribunale per l’ex Jugoslavia, secondo i piani del Consiglio di Sicurezza, doveva terminare il suo mandato nel 2010, ma a seguito dell’arresto di Karadzic la scadenza è stata posticipata al 2012. Qualora le udienze dibattimentali dovessero prolungarsi più del previsto, i giudici temono di non riuscire ad ottenere una ulteriore proroga. Questo significherebbe non arrivare alla conclusione del processo (fatto peraltro già accaduto con la morte di Milosevic a processo in corso), determinando un palese fallimento per il Tribunale ed un passo indietro per la giustizia internazionale.

Le difficoltà incontrate dal processo Karadzic rispecchiano problemi comuni a tutti i dibattimenti in corso nei diversi tribunali penali internazionali: dalla mancanza di una polizia giudiziaria alla collaborazione degli Stati di provenienza dell’accusato, dalla pochezza dei fondi messi a disposizione al faticoso reperimento delle prove e dei testimoni. La giustizia internazionale, dopo gli sviluppi positivi registrati nel corso degli anni Novanta, sta procedendo a passi flebili e con voce sommessa. Auguriamoci che il processo a Radovan Karadzic prosegua senza intoppi e giunga al termine, dando alla giustizia internazionale quel colpo di coda di cui oggi ha grandemente bisogno.