Il protezionismo al cinema? Una boiata pazzesca!

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E così, dopo la lettera pubblicata qualche giorno fa sul Corriere della Sera dal neosindaco Alemanno, sembrerebbe essersi chiuso il caso della Festa del Cinema di Roma, oppure no. Ricapitolando: qualche giorno fa il Sunday Times ha scritto sulle proprie pagine un allarmato articolo (dal titolo «Il Duce di Roma congela le star americane») nel quale si paventava il rischio di una “cacciata” del cinema a stelle e strisce dalla kermesse cinematografica della capitale (fiore all’occhiello, insieme alla Notte bianca, dell’amministrazione veltroniana). Il pezzo del giornale londinese è stato poi ripreso dalla stampa italiana, che ha subito dato il via al dibattito: cinema Usa sì o no? Da una parte si sono schierati i tutori della cinematografia nazionale: dobbiamo proteggere il cinema italiano! Dall’altra i critici dell’autarchia applicata alla settima arte: occorre aprire i nostri confini alle opere internazionali!

Poi è arrivata finalmente la lettera di Alemanno: la Festa del Cinema andrà ripensata, perché «ha mostrato dei limiti di significato e di struttura ben noti agli stessi organizzatori; in particolare la seconda edizione è stata caratterizzata da defezioni, cedimento nell’impianto organizzativo, sforamenti di budget». Inoltre, l’idea della nuova amministrazione sarebbe quella di unificare la Festa romana con il premio David di Donatello, ma sulle modalità il neosindaco ancora non si esprime. La lettera si conclude poi con un’affermazione di bon ton istituzionale rivolta ai «grandi interpreti del cinema americano e internazionale»: «saranno sempre nostri ospiti graditi». Oggi però, sempre sul quotidiano di Via Solferino, Goffredo Bettini risponde ad Alemanno, per chiarire i termini della questione. Insomma, le polemiche sembrano destinate a trascinarsi ancora per giorni.

Nel frattempo è il caso di cominciare a porsi alcune domande. La prima è: abbiamo veramente bisogno di una Festa del Cinema da tenersi a Roma a poca distanza dalla tradizionale rassegna veneziana? Già al momento della sua istituzione la manifestazione capitolina ha destato più di una perplessità. Personalmente, non credo sia stato opportuno creare un’altra competizione cinematografica da affiancare al già rodato Festival del Cinema di Venezia. Ma purtroppo in Italia funziona così: invece che concentrarsi nel rendere grande e importante un evento si preferisce moltiplicarlo e disperderlo sul territorio. Ogni città avrà la propria manifestazione, ma tutte depotenziate e di caratura inferiore rispetto ai competitori internazionali. Diciamo che è un po’ la sindrome Tafazzi, molto cara a noi italiani. Mentre nel Belpaese si pensa a farsi i dispetti, perché questo non succede da altre parti? Ad esempio, perché a Parigi non è ancora venuto in mente di creare la sua festa del cinema da contrapporre a quella di Cannes? La risposta è semplice: tutto ciò sarebbe illogico.

Ma il caso del cinema è solo uno dei tanti esempi che si possono fare. Circa una decina di anni fa è nato a Mantova il Festivaletteratura, fortunata rassegna che nei primi giorni di settembre raccoglie un grandissimo numero di spettatori a seguire le conferenze di importanti scrittori nazionali e internazionali.  Visto il successo della manifestazione, nel giro di pochi anni sono esplosi i festival: sono nati quello della poesia, della filosofia, della creatività e tanti tanti altri. Ogni città/paese voleva il suo festival. Di fronte al successo di uno, tanti altri si sono rivelati dei veri e propri flop (per la gioia dei contribuenti!).

Il secondo punto riguarda la valorizzazione o la protezione di cui il cinema italiano avrebbe bisogno. Sulle scelte che farà l’amministrazione Alemanno in materia non è il caso ancora di pronunciarsi, gli elementi a disposizione sono ancora troppo pochi. L’auspicio, come detto, è quello che la Festa del Cinema di Roma venga soppressa. Il dibattito seguente all’articolo del Sunday Times ha però fatto venire a galla le posizioni degli addetti ai lavori. Le tendenze protezionistiche ci sono, è evidente. Ognuno cerca di procurarsi una rendita. Addirittura il “cantautore” Ron, intervistato sul Corriere della Sera, è arrivato a dire «magari [Alemanno, ndr] si schierasse per gli italiani anche con la musica!», augurandosi che dal governo di centrodestra «arrivi una legge come quella francese, che obblighi a trasmette il 30 per cento di musica straniera e il 70 per cento di italiana». Come dire: il diritto di scelta è sostanzialmente abolito, è la legge a stabilire quale musica gli italiani devono ascoltare. Qualcosa di simile, riguardante però il cinema, era stato proposto nella precedente legislatura dalla Sinistra comunista. In un disegno di legge era infatti previsto che le emittenti televisive nazionali riservassero il 70 per cento della loro programmazione cinematografica a film europei (di cui la metà italiani). Inoltre, si stabiliva anche l’obbligo di proiettare nelle sale almeno un film italiano e uno europeo per ogni pellicola «extracomunitaria» (ed extracomunitari erano considerati anche i film statunitensi).Con il nuovo governo non si dovrebbero correre rischi di questo tipo. La speranza è che ci si muova in direzione opposta…. perché l’autarchia cinematografica è una boiata pazzesca!

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