Il protezionismo al cinema? Una boiata pazzesca!
08 Maggio 2008
E così, dopo la lettera
pubblicata qualche giorno fa sul Corriere della Sera dal neosindaco Alemanno, sembrerebbe
essersi chiuso il caso della Festa del Cinema di Roma, oppure no.
Ricapitolando: qualche giorno fa il Sunday Times ha scritto sulle proprie
pagine un allarmato articolo (dal titolo «Il
Duce di Roma congela le star americane») nel quale si paventava il rischio di
una “cacciata” del cinema a stelle e strisce dalla kermesse cinematografica
della capitale (fiore all’occhiello, insieme alla Notte bianca, dell’amministrazione
veltroniana). Il pezzo del giornale londinese è stato poi ripreso dalla stampa
italiana, che ha subito dato il via al dibattito: cinema Usa sì o no? Da una
parte si sono schierati i tutori della cinematografia nazionale: dobbiamo
proteggere il cinema italiano! Dall’altra i critici dell’autarchia applicata
alla settima arte: occorre aprire i nostri confini alle opere internazionali!
Poi è arrivata finalmente la lettera di Alemanno: la Festa del Cinema
andrà ripensata, perché «ha mostrato dei limiti di significato e di struttura
ben noti agli stessi organizzatori; in particolare la seconda edizione è stata
caratterizzata da defezioni, cedimento nell’impianto organizzativo, sforamenti
di budget». Inoltre, l’idea della nuova amministrazione sarebbe quella di
unificare la Festa romana con il premio David di Donatello, ma sulle modalità
il neosindaco ancora non si esprime. La lettera si conclude poi con
un’affermazione di bon ton istituzionale rivolta ai «grandi interpreti del
cinema americano e internazionale»: «saranno sempre nostri ospiti graditi».
Oggi però, sempre sul quotidiano di Via Solferino, Goffredo Bettini risponde ad
Alemanno, per chiarire i termini della questione. Insomma, le polemiche
sembrano destinate a trascinarsi ancora per giorni.
Nel frattempo è il caso di cominciare a porsi alcune domande. La prima
è: abbiamo veramente bisogno di una Festa del Cinema da tenersi a Roma a poca
distanza dalla tradizionale rassegna veneziana? Già al momento della sua
istituzione la manifestazione capitolina ha destato più di una perplessità.
Personalmente, non credo sia stato opportuno creare un’altra competizione
cinematografica da affiancare al già rodato Festival del Cinema di Venezia. Ma
purtroppo in Italia funziona così: invece che concentrarsi nel rendere grande e
importante un evento si preferisce moltiplicarlo e disperderlo sul territorio.
Ogni città avrà la propria manifestazione, ma tutte depotenziate e di caratura
inferiore rispetto ai competitori internazionali. Diciamo che è un po’ la sindrome
Tafazzi, molto cara a noi italiani. Mentre nel Belpaese si pensa a farsi i
dispetti, perché questo non succede da altre parti? Ad esempio, perché a Parigi
non è ancora venuto in mente di creare la sua festa del cinema da contrapporre
a quella di Cannes? La risposta è semplice: tutto ciò sarebbe illogico.
Ma il caso del cinema è solo uno dei tanti esempi che si possono fare.
Circa una decina di anni fa è nato a Mantova il Festivaletteratura, fortunata
rassegna che nei primi giorni di settembre raccoglie un grandissimo numero di
spettatori a seguire le conferenze di importanti scrittori nazionali e
internazionali. Visto il successo della
manifestazione, nel giro di pochi anni sono esplosi i festival: sono nati quello
della poesia, della filosofia, della creatività e tanti tanti altri. Ogni
città/paese voleva il suo festival. Di fronte al successo di uno, tanti altri
si sono rivelati dei veri e propri flop (per la gioia dei contribuenti!).
Il secondo punto riguarda la valorizzazione o la protezione di cui il
cinema italiano avrebbe bisogno. Sulle scelte che farà l’amministrazione
Alemanno in materia non è il caso ancora di pronunciarsi, gli elementi a
disposizione sono ancora troppo pochi. L’auspicio, come detto, è quello che la
Festa del Cinema di Roma venga soppressa. Il dibattito seguente all’articolo
del Sunday Times ha però fatto venire a galla le posizioni degli addetti ai
lavori. Le tendenze protezionistiche ci sono, è evidente. Ognuno cerca di
procurarsi una rendita. Addirittura il “cantautore” Ron, intervistato sul
Corriere della Sera, è arrivato a dire «magari [Alemanno, ndr] si
schierasse per gli italiani anche con la musica!», augurandosi che dal governo
di centrodestra «arrivi una legge come quella francese, che obblighi a
trasmette il 30 per cento di musica straniera e il 70 per cento di italiana».
Come dire: il diritto di scelta è sostanzialmente abolito, è la legge a
stabilire quale musica gli italiani devono ascoltare. Qualcosa di simile,
riguardante però il cinema, era stato proposto nella precedente legislatura
dalla Sinistra comunista. In un disegno di legge era infatti previsto che le
emittenti televisive nazionali riservassero il 70 per cento della loro
programmazione cinematografica a film europei (di cui la metà italiani).
Inoltre, si stabiliva anche l’obbligo
di proiettare nelle sale almeno un film italiano e uno europeo per ogni
pellicola «extracomunitaria» (ed extracomunitari erano considerati anche i film
statunitensi).
speranza è che ci si muova in direzione opposta…. perché l’autarchia
cinematografica è una boiata pazzesca!
