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Virus e democrazia

Il regime sanitario: un altro “stress test” per la democrazia italiana

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L’epidemia di coronavirus in Italia è ancora in corso – speriamo per poco – ma è già possibile tracciare un primo bilancio del suo impatto sulla politica italiana.

Come un reagente chimico, la pesante emergenza sanitaria attraverso la quale siamo passati in questi mesi ha posto in evidenza elementi ricorrenti nella nostra dialettica civile e istituzionale.

Soprattutto, essa ci ha fornito l’ennesima conferma del fatto che la democrazia in Italia non è ancora solida al punto da reggere qualsiasi “stress test”. Quando tensioni di varia origine fanno salire la pressione sulle istituzioni, in essa tende ancora a prodursi una sconnessione tra la sovranità popolare e l’autorità di governo, intesa come luogo della decisione politica. Una sconnessione che si traduce nella “blindatura” più o meno autoritaria del governo da parte di un segmento della classe politica in alleanza con strutture tecnico-burocratiche e istituzioni apparentemente “neutre”.

Si tratta, in realtà, di un elemento che affonda le radici nelle origini dello Stato unitario italiano e del suo regime rappresentativo. L’adattamento dello Statuto albertino – costituzione ancora pensata per un potere condiviso tra Re e parlamento, con il sovrano capo effettivo dell’esecutivo – alla dialettica politica pluralista produce nel Regno d’Italia un sistema tendenzialmente parlamentare sul modello britannico-francese, ma ancora tenuto costantemente “sotto sorveglianza” dalla Corona e dagli apparati statali ad essa collegati, pronti ad inserirsi nelle maglie del sistema e a indirizzarlo.

Il primo episodio di parziale “commissariamento” del regime parlamentare liberale fu la crisi di fine secolo XIX, quella caratterizzata appunto dal tentativo di “tornare allo Statuto” da parte della Corte e degli ambienti politici più conservatori. Una crisi culminata nello stato d’assedio deciso dal governo di Rudinì nel 1898 e poi nelle leggi speciali repressive promosse dal successivo governo Pelloux tra 1899 e 1900. In quel caso il tentato riflusso autoritario fallì per l’ostruzionismo parlamentare delle opposizioni, e poi per la vittoria di liberali e sinistre alle elezioni del 1900, che favorirono il riavvio di un parlamentarismo liberale aperto verso la democrazia, incarnato dall’età giolittiana.

Il sistema politico-istituzionale, però, appena due decenni dopo non resse allo “stress test” delle lacerazioni sociali e ideologiche successive alla Grande Guerra: sotto i colpi del “biennio rosso” e della incapacità delle forze politiche di formare governi stabili arrivò il secondo commissariamento del paese, incarnato per vent’anni dalla dittatura fascista. Ma va sempre ricordato che Benito Mussolini fu chiamato al potere da Vittorio Emanuele III, in seguito governò sempre in un sistema di “diarchia” tra Capo del governo e Corona, e nel 1943 venne destituito dalla convergenza tra il Re e le alte sfere dell’esercito, in favore di un esecutivo di transizione rispondente direttamente al sovrano.

Con la fine della guerra e il ritorno alla democrazia, la sovranità popolare venne sostanzialmente “presa in consegna” dalla coalizione tra i partiti “ciellenisti”, che la gestirono lungo tutta la fase della guerra fredda mantenendo la conflittualità ideologica sotto il livello di guardia attraverso la costruzione del sistema “consociativo”. Erano proprio i partiti, in questo caso, ad agire come veri apparati dello Stato (questo è ciò che è stato chiamato “partitocrazia”), “supplenti” di istituzioni scomparse (la Corona) o screditate dall’adesione al passato regime (esercito, burocrazia, magistratura).

Nel corso del regime partitocratico si colloca il terzo commissariamento della democrazia italiana: quello costituito dai governi di “solidarietà nazionale” tra 1976 e 1979, il cui fondamento venne indicato nella lotta alla grande crisi economica di quel decenio e al terrorismo brigatista. Quel commissariamento – incarnato da un esecutivo dalla maggioranza parlamentare quasi unanimistica, dalla lottizzazione partitica dell’informazione pubblica, dalle leggi speciali antiterrorismo – venne reso possibile da un patto tra classe politica, magistratura e forze dell’ordine (in particolare i Carabinieri comandati da Carlo Alberto Dalla Chiesa), e finì, dopo la drammatica cesura dell’uccisione di Aldo Moro, per le divisioni interne al sistema dei partiti tra chi avrebbe voluto farlo diventare un nuovo assetto politico stabile (il Pci di Berlinguer, la sinistra Dc) e chi puntava a reintrodurre nel sistema elementi di conflitto funzionali ad un’innovazione di istituzioni ed economia (Bettino Craxi, i moderati Dc, le forze laico-liberali).

Ma quella democrazia “sorvegliata” dal consociativismo non poteva riprendere il suo funzionamento fisiologico né produrre riforme consistenti quando la sua principale fonte di legittimazione (l'”equilibrio del terrore” tra comunisti e anticomunisti) stava rapidamente venendo meno. Con la fine della guerra fredda, infatti, il logoramento progressivo della classe politica di origine post-bellica sfociò in breve tempo in un vero e proprio collasso, in cui non a caso uno dei poteri emergenti nel “deep state” – la magistratura fortemente politicizzata che aveva guidato la lotta antiterrorismo – conquistò una posizione di assoluta preminenza: la “rivoluzione giudiziaria” di Mani

Pulite.

Gli anni tra il 1992 e il 1994 rappresentarono un laboratorio di “stato di emergenza” in cui la classe politica venne delegittimata su base morale, umiliata, e subordinata ai nuovi apparati vincenti, ai nuovi “guardiani” autorizzati della sovranità popolare: le Procure da un lato, e dall’altro il Capo dello Stato, al quale il vuoto di autorità generato dal crollo della partitocrazia aveva restituito in breve tempo quel ruolo cruciale e ambiguo di raccordo che era stato un tempo proprio della Corona.

L’incanto della “Repubblica giudiziaria” venne spezzato tra il 1993 e il 1994 dal movimento per il sistema elettorale maggioritario, e poi dall’emergere della leadership personalistica incarnata al massimo grado da Silvio Berlusconi, che improvvisamente faceva venire alla luce del sole tutta la compressa aspirazione della società civile italiana ad un’investitura popolare al governo, e a una democrazia competitiva dell’alternanza fondata su una contrapposizione chiara tra opzioni programmatiche e coalizioni sociali.

Ma i nuovi “controllori” del sistema non accettarono di buon grado l’affermarsi di una sovranità popolare non più “filtrata” dagli apparati: Berlusconi, con tutto ciò che egli rappresentava, divenne il bersaglio di una costante, massiccia, spietata campagna di delegittimazione e demolizione – giudiziaria, mediatica, politica – da parte di un’alleanza tra magistratura organizzata, sinistra politica post-comunista e post-democristiana, burocrazia statale, establishment industriale. Un’alleanza intenzionata a restaurare il dominio del “deep state”, con la tendenziale benevolenza da parte del Quirinale. Quella guerra “contra personam” venne favorita, peraltro, anche dalla incapacità del leader del centrodestra di portare fino in fondo progetti organici di riforma delle istituzioni, che soli avrebbero consentito di incardinare su basi solide una democrazia dell’alternanza e un esecutivo direttamente responsabile presso gli elettori in un contesto, come quello italiano, nel quale queste caratteristiche non erano mai state davvero “previste”.

Dopo un tormentato quindicennio di tendenziale bipolarismo, la democrazia leaderistica berlusconiana veniva infine “sospesa”, nel 2011, attraverso una nuova “sterilizzazione” del governo: questa volta giustificata principalmente con l’argomentazione del “vincolo esterno” alla democrazia italiana da parte dell’Unione europea e dei mercati internazionali, e realizzata attraverso un esecutivo di “tecnici”, quello presieduto da Mario Monti, scelto direttamente dal Presidente della Repubblica Napolitano. Ancora una volta lo “stress test” delle emergenze (dopo guerra, terrorismo, indagini sulla corruzione politica, lo spettro del default) sfociava in un regime di apparato, sottratto ad una dialettica tra maggioranze e opposizioni soggetta al giudizio dell’elettorato.

E arriviamo, così, ai nostri giorni. L’epidemia da Covid-19 ha colpito l’Italia in un momento politico estremamente delicato e confuso, al culmine di anni di disarticolazione del sistema politico seguiti all’epoca dei “tecnici” montiani. Un momento segnato dalla tempesta di una retorica antipolitica sempre più violenta, incarnata soprattutto dal Movimento 5 Stelle.

Il governo di coalizione di sinistra tra quest’ultimo, il Partito democratico e Matteo Renzi – guidato da un altro presunto “tecnico” come Giuseppe Conte, e seguito ad una giravolta a 180 gradi del movimento di Beppe Grillo dopo l’alleanza con la Lega di Matteo Salvini – era strutturalmente molto debole, tenuto in piedi da una maggioranza risicatissima e confusa. All’arrivo dell’emergenza sanitaria, però, dopo una prima fase di superficiale sottovalutazione del rischio epidemico, Conte ha compreso che quel rischio poteva diventare un potente, insperato fattore di rilegittimazione e consolidamento.

Riconfigurandosi da un giorno all’altro come “governo di salute pubblica” e adottando su quella base su tutto il territorio nazionale misure restrittive delle libertà personali dei cittadini senza precedenti attraverso decreti legge, e soprattutto attraverso l’irrituale mezzo del Dpcm, l’esecutivo presieduto da Conte ha imposto una nuova forma di commissariamento della democrazia, spiazzando le opposizioni di centrodestra: un regime paternalistico di sorveglianza, caratterizzato dall’estrema personalizzazione e dall’uso estensivo dell’esposizione mediatica del Presidente del consiglio, nelle intenzioni al tempo stesso rassicurante e ammonitrice.

Insomma, una acrobatica coalizione fino ad allora tenuta insieme soltanto dalla paura delle urne si è reincarnato repentinamente in una sorta di partito unico “tecno-populista” (per citare la categoria introdotta qualche anno fa dal politologo Lorenzo Castellani). Un regime che usa come principale fondamento della sua autorità la paura diffusa, il pericolo percepito, sospendendo il dibattito politico e quasi congelando il parlamento; che tenta di prolungare il più possibile l’emergenza per rendersi inamovibile; che impedisce manifestazioni di protesta prolungando ad oltranza norme contro gli assembramenti; che cerca di addossare i contagi ai comportamenti privati dei cittadini; e soprattutto che giustifica qualsiasi decisione, o mancata decisione, rimandando al parere di comitati tecnico-scientifici e task force di “esperti”.

Si tratta di una forma finora inedita della democrazia italiana “sotto tutela”, per la radice della sua pretesa di legittimità e per la dinamica psicologica a cui affida la ricerca del consenso (subito imitata da governatori di regioni desiderosi di apparire ai loro elettori come rassicuranti padri/protettori).

Ma essa ripropone, per l’ennesima volta, nella storia italiana una dinamica ricorrente, e quasi costitutiva: l’uso politico di minacce alla sicurezza sociale o al corso ordinario delle istituzioni per fagocitare la sovranità popolare negli apparati, concentrando i gangli essenziali del potere in un “deep state” dai molti volti e dalle mille vite.

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