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Dopo gli ultimi massacri a Teheran

Il rischio per l’Iran è che l’Onda Verde prenda la scorciatoia del terrorismo

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E' passato qualche giorno dagli ultimi massacri nelle strade di Teheran e dobbiamo ancora una volta registrare il silenzio, il pesante silenzio da parte di Ali Rafsanjani e di tutti gli ayatollah che pure sino all’estate scorsa si erano opposti alla repressione dell’Onda Verde. Lo stesso assordante silenzio che registrammo a fine dicembre, dopo i massacri dell’Ashoura, o a gennaio, dopo le prime tre impiccagioni di manifestanti (e le condanne alla forca di altri 12 innocenti). Peggio ancora, Rafsanjani si è fatto sentire il 31 gennaio giorni fa, ma solo per sposare per intero la strategia di Ahmadinejad sul nucleare: “L’Occidente deve sapere che l’Iran è molto serio a proposito del programma nucleare sia per quanto riguarda l’arricchimento che lo scambio di uranio, e che il nostro cammino è irreversibile”.

Certo, è un silenzio che risponde a pesanti intimidazioni della Guida Suprema l’ayatollah Khamenei che il 19 gennaio aveva lanciato un avvertimento inequivocabile: “''Coloro che fanno parte del sistema devono chiarire qual è la loro posizione, e se manterranno questa posizione di fronte al nemico oppure no. Non è giusto parlare in modo ambivalente nel momento in cui i capi dell’arroganza globale e gli occupanti dei Paesi islamici hanno preso la loro posizione”. Resta il fatto che non solo all’esterno, ma anche all’interno dell’Iran non risuonano più quelle durissime, frontali critiche alla politica repressiva del regime che sino all’autunno scorso davano a molti commentatori – non a noi – la sensazione – ad alcuni la certezza – di un tale dilaniamento dei vertici iraniani da far prevedere una precipitazione della crisi politica, addirittura un “regime change” se non imminente, quanto meno sul medio periodo.

Certo, la repressione, le forche, gli arresti, le intimidazioni contano nel determinare questo quadro, ma non bastano a spiegare questo palpabile scollamento tra il movimento di protesta e alcuni personaggi centrali del regime che facevano “da sponda” alle sue rivendicazioni di democrazia.

C’è un altro importante elemento che determina questa inquietante chiusura delle lacerazioni, o quantomeno della loro fuoriuscita pubblica. A fine estate infatti è successo che il fondamentale blocco centrista che fa capo ad Ali Larijani (che fu responsabile delle trattative sul nucleare, considerato da Prodi e D’Alema interlocutore molto, troppo interessante), ha rotto ogni rapporto e alleanza con il realpolitiker Rafsanjani e ha stretto una alleanza di ferro con il blocco pasdaran-clero combattente che ha in Ahmadinejad e in Khamenei i suoi leader. Ali Larijani controlla il distretto di Qom – in cui ha ricevuto ben 300.00 preferenze personali alle politiche – e quindi il grande corpo dei clerici dell’università coranica più importante dell’Iran (non del mondo sciita, che ha solo in Najaf, in Iraq, il suo “Vaticano”). Il passaggio del centrista Larijani all’abbraccio del blocco oltranzista è stato estremamente fruttuoso: Larijani stesso è stato nominato presidente del Majlis (parlamento monocamerale), carica di enorme prestigio, mentre suo fratello Sadeq Larijani è stato nominato direttamente da Khamenei a capo della magistratura iraniana, posizione dalla quale sta dirigendo in prima persona la repressione più feroce.

Dunque, le manifestazioni, la strategia basata sul “martirio” – lascito avvelenato di Khomeini – che è anche di Moussavi, Karrubi e Khatami, non riesce più a fiaccare la compattezza del regime, tanto che un informato articolo del Washington Post di due giorni fa rispecchiava i dubbi che iniziano a serpeggiare nell’Onda Verde circa la possibilità di reggere una repressione così feroce – e facile – con continue manifestazioni di piazza. Il tutto, con settori del movimento sempre più tentati da scorciatoie terroristiche. Un quadro preoccupantissimo.

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1 COMMENT

  1. coerenza
    Nonostante le feroci repressioni e i giovani disarmati uccisi nelle piazze di Teheran, continua il silenzio assordante dei nostri manifestanti così solerti a mobilitarsi per l’Irak, per la Palestina, per il G8 o per Guantanamo. Se la povera Neda Soltan l’avessero ammazzata gli americani, la sua foto insanguinata avrebbe tappezzato tutti i muri d’Italia. Pesa come un macigno l’avallo a suo tempo dato dalla Sinistra italiana alla Rivoluzione Iraniana. Titolava l’Unità del 13 febbraio 1979: “Iran: la vittoria popolare è travolgente!” e il commento di Giuseppe Boffa “Vede insediarsi un potere cui va la nostra simpatia, perché vediamo in esso l’espressione delle masse insorte”. Si vede che per la Sinistra ci sono masse insorte e masse meno insorte. Ma non disperiamo, le nostre masse manifestanti a corrente alternata sono sempre lì in attesa, pronte a scattare come molle vocianti alla prima bomba israeliana sull’Iran.

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