Il segreto della supremazia americana

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L’«eccezionalismo» americano consiste in modo particolare nel rapporto che questo popolo ha istituito con Dio: “in God we trust”, stampato sulle banconote, più che un atto di fede è l’espressione del convincimento che Dio stia accanto agli americani per sostenerne le battaglie. A ben vedere, questo tipo di sensibilità non è neppure un’esclusiva americana, ma il precipitato della cultura dei Padri fondatori, in particolare dell’élite che diede vita alla colonia del Massachusetts, educata nella migliore tradizione British e vissuta in un’epoca, il Seicento, di profonde lacerazioni religiose.

A questo riguardo vale forse la pena di fornire qualche scarna informazione storica. Nel 1620, non distante dalla futura Boston, sbarcarono i Pilgrim Fathers (Padri pellegrini) che qui fondarono la prima colonia inglese del Nuovo Mondo. Chi erano costoro? Un gruppo di religione puritana – con questo termine si identifica il principale filone calvinista del mondo evangelico inglese – che aveva preso la via dal mare a causa delle persecuzioni perpetrate a loro danno dalla Chiesa anglicana e, dopo essersi recati in un primo tempo in Olanda (al tempo patria della tolleranza religiosa in Europa), puntarono ad abitare una terra “vergine” per edificare ex novo una comunità ordinata secondo i dettami calvinisti. Come è noto, una caratteristica generale del Protestantesimo è stata quella di recuperare concetti teologici legati ai Padri della Chiesa (Lutero stesso era un monaco agostiniano) in contrapposizione alla Scolastica dominante nella Chiesa cattolica all’epoca della Riforma; e accanto a questo “ritorno a Platone a discapito di Aristotele”, sul piano scritturale, si alimentava una rilettura dell’Antico Testamento, o almeno dei primi cinque libri (quella parte che gli Ebrei chiamano Torah ed i Cristiani Pentateuco) e, molto selettivamente, di alcune parti del Nuovo (per esempio, oltre alle Lettere di S. Paolo, il Vangelo di Matteo, prediletto dagli anglosassoni per il suo stile “veterotestamentario”). Fra questi concetti rinvenibili nella Bibbia campeggia certamente l’idea del patto (in inglese covenant) del popolo dei fedeli con il proprio Dio che, iscritto nel libro della Genesi unisce in una sensibilità solo in parte analoga ebrei e calvinisti anglosassoni.  

Ecco in sintesi spiegato come sia possibile quella che, a prima vista, sembrerebbe una palese contraddizione: da un lato, gli Stati Uniti sono giustamente considerati un paese senza una chiara predominanza religiosa perché caratterizzato dal più totale pluralismo culturale; dall’altro la presenza innegabile di una precisa sensibilità riscontrabile presso la classe dirigente e l’élite colta che costituisce un carattere tutt’altro che secondario dell’identità nazionale americana.

Argomenti certo non facili da divulgare al di fuori del mondo anglosassone, dove invece escono costantemente nuovi libri su questi argomenti: dopo Americanism di David Gelenter, a cui questo giornale sta dedicando parecchio spazio in corrispondenza dell’uscita dell’edizione italiana, segnaliamo ora American Gospel di Jon Meacham, edito da Random House, nella speranza che anch’esso trovi l’attenzione di qualche editore italiano.        

Lavorando su fonti essenzialmente storiche, l’autore ci ricorda come tutti i presidenti americani abbiano considerato la democrazia un dono di Dio, ricordandolo spessissimo nel loro discorso d’insediamento. “La convivenza fra quanto scritto nella Dichiarazione d’Indipendenza, con il suo riferimento al destino e alle ascendenze divine, e le disposizioni della Costituzione, con i suoi ri-equilibri per evitare estremismi, rimane forse il più brillante successo degli americani”, dice Meacham. La sua ricerca si concentra a lungo sulla figura di Thomas Jefferson, l’estensore della Dichiarazione d’Indipendenza, che – con stucchevole coincidenza carica di profondi significati simbolici – è morto il 4 luglio 1826, esattamente il giorno in cui ricorreva il cinquantesimo anniversario della nascita degli Stati Uniti d’America. Quanto libertà e fede siano inestricabilmente legate, lo si vede molto bene dall’illustrazione che Meacham fa della singolare fede di Jefferson, diversa sia dal deismo illuminista che da un credo convenzionale, ma comunque alimentata dal convincimento che, come sosteneva Thomas Paine, “L’America è l’Atene del mondo moderno”. E in definitiva, proprio questa era la sua fede.

Jon Meacham, American Gospel: God, the Founding Fathers and the Making of a Nation, Random House Trade ($15.95 - pp. 412) 

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