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Il silenzio della Magistratura sugli slogan eversivi

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Non erano molti, ma gli estremisti del centro popolare occupato (così si autodefiniscono) Gramigna che hanno manifestato solidarietà ai compagni brigatisti detenuti, intonavano i soliti cupi e inquietanti slogan eversivi: “terrorista è lo stato”, invettive contro Marco Biagi e i morti di Nassirya, in appoggio “a tutti i compagni arrestati”.

Spetta alla magistratura verificare la sussistenza di elementi tali da prefigurare il fiancheggiamento di questo centro sociale sgomberato 13 volte e per tredici volte riokkupato, in nome della guerra di classe contro lo stato.

Spetterebbe invece alle istituzioni intervenire con forza, mostrare coesione e serietà. Invece di fronte a tutto ciò, il Ministero degli Interni si comporta come se fosse una manifestazione di pensionati, perché, si dice, ogni cosa è sotto controllo e non si deve sopravalutare, alla Camera dei Deputati si intitolano sale a chi voleva attaccare un carabiniere con un estintore, mentre i poliziotti del G8 rischiano la galera. Insomma come si diceva più di trent’anni fà, compagni che sbagliano.

Certo non siamo più negli anni di piombo, quando il terrore brigatista era circondato dalle sottili comprensioni degli intelettuali ed è fuori luogo dilatare un fenomeno probabilmente circoscritto. In questi casi però è meglio la prevenzione, l’isolamento e l’accortezza, che il rischio sia pure remoto del fumo delle P38 e della guerra di classe.

In questo contesto risulta quantomeno tragicamente paradossale la dichiarazione di Guglielmo Epifani sull’ Unità nella quale, Luca Cordero di Montezemolo e a Tommaso Padoa-Schioppa sarebbero responsabili di “una pericolosa aria di diciannovismo e le istituzioni sono in pericolo”.

Nessuna simpatia ci lega ad entrambi i presunti imputati, tuttavia è ora che un certo sindacalismo riveda almeno il proprio lessico, anche per il rispetto che è dovuto al sacrificio di Marco Biagi, offeso da morto dagli estremisti del Gramigna e incosciantemente sbeffeggiato in vita.

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1 COMMENT

  1. deficit culturale
    Siamo sempre lì: è un corto circuito culturale. Bisogna “lottare” per “cambiare il mondo” e avere più “libertà”, e per fare questo bisogna essere “di sinistra”, dunque chi si oppone è cattivo e prepotente. A tanti magistrati questo ridicolo ragionamento andrà bene. Uno ingenuamente pensa che un magistrato sia una persona serissima, piena di senso del dovere senza tenere conto dei propri comodi, invece ormai i magistrati per lo più sono persone sciatte che da ragazzi facevano casino a scuola con le occupazioni (che sarebbero “interruzione di pubblico servizio”, dunque qualcosa non solo di illecito ma anche di “non sinistra”, ma vaglielo a spiegare…); che pretendevano di “cambiare il mondo” contro l'”ingiustizia”; che intraprendono la carriera di magistrato perché così – oltre ad avere uno stipendio sicuro – possono “fare giustizia” a favore dei “discriminati” per il “progresso”. Occorre una vera lotta culturale per smontare questa crosta pseudointellettuale che predomina nelle nostre istituzioni.

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