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Il sindaco Biondi: “Ecco perché la Carta dell’Aquila rilancerà le aree interne”

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Con l’intervista al sindaco dell’Aquila Pierluigi Biondi, L’Occidentale inaugura una nuova rubrica che porterà proprio il nome di “Carta dell’Aquila“. Uno spazio virtuale che vuole dare voce ad un territorio reale, quello delle aree interne, custode di bellezze paesaggistiche, storia, tradizioni, cultura, prodotti d’eccellenza. Territori ricchi e bellissimi ma che rischiano di rimanere sempre più isolati. “Se vogliamo evitare che i nostri figli, fra qualche anno, vengano all’Aquila o in tutte le città dell’interno per visitarle come se fossero musei a cielo aperto perché ormai quasi disabitate, questo è il momento per unirsi e salvare insieme i nostri territori”. E’ questo il grido lanciato dal primo cittadino del capoluogo abruzzese. Ed è questo l’obiettivo della nostra nuova rubrica che partirà a gennaio: valorizzare di volta in volta le caratteristiche di questi territori, non dimenticando ovviamente i problemi che li affliggono.   

Sindaco, nelle scorse settimane lei ha promosso la cosiddetta “Carta dell’Aquila” insieme ai sindaci di Ascoli Piceno, Avellino e Carpi. Nello specifico di cosa si tratta?

Il nostro è un manifesto-appello aperto a tutti coloro che hanno a cuore non solo il destino delle aree interne ma dell’Italia intera perché, ora più che mai, è in gioco la coesione nazionale.

In che senso?

Le spiego. Il dato di realtà da cui siamo partiti è questo: oggi ci sono aree metropolitane, spesso concentrate sulla costa, praticamente sovrappopolate, mentre le città medie delle aree interne soffrono del problema inverso. Per cui, l’idea di fondo della Carta dell’Aquila è proprio quella di lanciare un grande piano per implementare servizi, infrastrutture e tutto ciò che possa favorire l’uscita dall’isolamento in cui versano le città medie della dorsale appenninica e i territori circostanti, alleggerendo in questo modo i carichi delle grandi aree metropolitane. E’ una sorta di ribaltamento delle strategie urbane seguite fino ad oggi, le quali, potenziando le aree più popolose, hanno finito per svuotare le città più grandi delle aree interne. In prospettiva, seguendo questa nuova strategia, si prevede inevitabilmente un beneficio collettivo. E se si pensa che nella programmazione europea il 5% dei fondi è destinato alle aree interne, allora diventa ancora più importante battersi affinché quello da noi proposto diventi un nuovo orientamento per la futura programmazione dei fondi europei.

Sappiamo che lei è il promotore dell’iniziativa. In che modo è maturata l’idea di lanciare questo manifesto? C’è un episodio in particolare che le ha fatto accendere la classica lampadina?

Vede, io sono un appassionato di questioni strategiche. Sono un politico un po’ anomalo da questo punto di vista. Mi piace ragionare su prospettive di medio-lungo periodo che travalicano i mandati elettorali. Ragion per cui, nel momento nel quale abbiamo iniziato a ragionare sulle celebrazioni per il decennale del terremoto dell’Aquila, mi sono detto: ora facciamo un consuntivo di quanto accaduto, ma poi cosa ci facciamo? Sarebbe solo una fotografia dell’esistente, utile sicuramente, ma fino ad un certo punto. E allora ho pensato a quali potessero essere i quattro punti cardinali per lo sviluppo dell’Aquila. E ne ho individuati quattro: cultura, formazione, innovazione e turismo. Ragionando poi più ad ampio raggio, è emerso che questi pilastri possono valere anche per tutte quelle città medie delle aree interne, appenniniche e non, con le quali condividiamo caratteristiche di base abbastanza comuni: buona qualità dell’aria, ottima qualità del cibo, luoghi spettacolari, idee innovative, buone pratiche. Da qui è nata l’idea di lanciare il “modello L’Aquila” per tornare a far volare anche tutti i territori come il nostro. E gli ultimi prestigiosi riconoscimenti dell’Unesco che ha dichiarato patrimonio immateriale dell’Umanità la nostra Festa della Perdonanza, la transumanza e l’alpinismo, oltre che riempirci di orgoglio, vanno esattamente in questa direzione.

In pratica, condivide la tesi di chi sostiene che oggi la vera frattura che grava sul nostro Paese non sia tanto quella classica tra nord e sud, quanto quella tra aree interne e zone costiere, centri medi e zone sovrappopolate…

Esattamente. In questo senso credo che la coesione nazionale sia ancora più a rischio perché, oltre al taglio orizzontale, che c’è e permane – non ci illudiamo di certo che la questione meridionale sia risolta, anzi…- si aggiunge anche quello verticale che rischia di mandare al collasso contemporaneamente aree interne e zone costiere, per ragioni differenti ma collegate tra loro.

Ecco, allora come si può tornare a far “volare” i territori delle aree interne, creando – ammesso che sia possibile – un equilibrio con le zone più popolose?

Esistono delle funzioni prioritarie dalle quali non si può prescindere: istruzione, formazione, sanità e mobilità. In pratica garantire la possibilità di potersi muovere, studiare e di potersi curare. Di conseguenza arriva anche la possibilità di lavorare. Per fare questo servono i numeri, perché la sostenibilità di un ospedale, di un istituto scolastico o di un autobus si misura con il numero di cittadini che ne possono usufruire. Se noi riuscissimo a riportare cittadini nelle aree interne con politiche fiscali di vantaggio, politiche di start working e attraverso la tecnologia con la quale si possono snellire le pratiche burocratiche per poter accedere, ad esempio, per via telematica a documenti senza andare fisicamente ad uno sportello, a quel punto, aggiungendo a tutto questo anche la qualità della vita, sicuramente migliore in un centro di medie dimensioni, potremmo riconvertire le dinamiche di spostamento delle popolazioni. E, quindi, ripopolando le aree interne si risolverebbero alcuni dei grossi problemi delle aree metropolitane. Io penso, con tutto il rispetto, che chiunque vivrebbe più volentieri, ad esempio, all’Aquila piuttosto che nella periferia di Roma…

In questo giocano un ruolo chiave anche i trasporti…

E’ chiaro. Si devono prevedere degli investimenti infrastrutturali. Se avessimo l’alta velocità Pescara-L’Aquila-Roma, sicuramente molta gente potrebbe scegliere di vivere in un posto più tranquillo. A tutto questo, però, mi lasci aggiungere un aspetto importante.

Prego.

Sappiamo tutti che L’Aquila è una città che ha vissuto una crisi profonda con il terremoto. Proprio per questo, la storia recente di questa città lancia un messaggio forte: per i territori come il nostro, soggetti ad eventi calamitosi, oggi come oggi, non si può non avere un piano di sicurezza che scatti automaticamente il minuto dopo l’evento stesso. Una sorta di “protocollo sanitario”:quando si va in ospedale e si spiegano i sintomi del malessere, non è necessario ogni volta studiare il caso e analizzare la molecola! Al netto delle verifiche necessarie, dai sintomi scaturisce automaticamente una cura. Nel caso dei terremoti in Italia, ogni volta invece si “studia di nuovo la molecola”. Ecco questo non deve più accadere. Serve un piano che scatti automaticamente, perché questo fornisce anche delle garanzie di sicurezza minime ai cittadini che vengono colpiti.

Quello che proponete è un manifesto aperto. Se dovesse lanciare un appello per chiedere di aderire cosa direbbe?

Voler bene alle città medie delle aree interne significa voler bene all’Italia, ad un pezzo fragile d’Italia. Ne va della civiltà e della nazione. Noi siamo una risposta di qualità ai numeri delle aree costiere. Là c’è la quantità e noi abbiamo la qualità. Se vogliamo evitare che i nostri figli, fra qualche anno, vengano all’Aquila o in tutte le città dell’interno per visitarle come se fossero musei a cielo aperto perché ormai quasi disabitate, questo è il momento per unirsi e salvare insieme i nostri territori.

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