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La Grande Guerra/ 7

Il sogno della guerra lampo e la realtà misera delle trincee

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Dopo un anno di guerra, escludendo l'attraversamento del confine austriaco e pochi chilometri conquistati (più che altro lembi di terra lasciatici strategicamente dagli austriaci) il fronte rimaneva pressoché immutato nelle sue posizioni: le fulminee e ripetute battaglie dell'Isonzo, volute da Cadorna per sfondare la linea austroungarica non avevano prodotto i risultati sperati e la tanto vaneggiata “guerra lampo” era ormai un ricordo imbarazzante.

Ma se sul fronte poco o nulla accennava a mutare l'Italia, digiuna da decenni da una guerra vera, cominciò a sperimentare sulla pelle un cambiamento profondo e il clima del “radioso maggio” divenne improvvisamente gelido come quello delle vallate dell'Isonzo. Fu proprio dopo un anno dall'entrata in guerra che ci si rese conto dei costi sociali altissimi che questo conflitto stava richiedendo. Le piazze, pienissime e rumorose durante i giorni della neutralità, si erano clamorosamente svuotate e la maggioranza silenziosa del Paese scoprì solo ora di esser stata tale anche in quei giorni; solo una piccola parte dell'opinione pubblica aveva voluto l'entrata in guerra ma la percezione di tutti era stata deformata dalle manifestazioni e dalla stampa. I rapporti di forza tra i due schieramenti non si erano affatto capovolti ma rimasero gli stessi del '15. Ma molti se ne accorsero proprio adesso, in coincidenza con i primi disastri.

Per la prima volta dall'unità d'Italia, milioni di italiani, diversissimi fra loro per cultura, si trovarono faccia a faccia, in situazioni talora imbarazzanti se si tiene conto che, talvolta, si faceva fatica anche a conversare per via della diversità dialetti. Mentre l'industria non poteva permettersi di svuotare il proprio patrimonio umano, specie con una guerra in corso, le reclute furono essenzialmente rappresentate da agricoltori e contadini, inesperti, malnutriti e impreparati ad un conflitto di queste dimensioni. La profezia giolittiana si era presto avverata e le ricadute erano state immediate: mentre sul fronte, con la cosiddetta “Strafexpedition” il nostro esercitò rimediò la più grossa disfatta della sua storia (prima di Caporetto) a Roma la situazione era in escandescenza. Non in pochi in Parlamento cominciavano a dubitare delle qualità del sempre più testardo e arrogante Cadorna e dentro lo stesso governo si cominciò a sondare il terreno per una sua destituzione. Ma accadde il contrario: in mancanza di una alternativa credibile fu il governo Salandra a cadere per mano della ancora solida maggioranza giolittiana.

Il successore di Salandra venne individuato nell'ottuagenario Paolo Boselli, personaggio dalla moralità specchiata ma di certo incapace di confrontarsi e prevalere con autentici arcigni come Cadorna. Che fosse un ministero di transizione lo si capì anche dal peso della sua composizione: Vittorio Emanuele Orlando agli Interni e Francesco Saverio Nitti alle Finanze erano i veri detentori dell'azione di governo il quale, tuttavia, continuò a sottostare ai diktat dell'onnipotente Cadorna, tutt'altro che disponibile a una revisione delle sue strategie fallimentari e che, anzi, si precipitò ad addossare la disfatta alla politica, ai militari e all'opinione pubblica. In verità, su questo punto, il generalissimo non aveva torto. La guerra era ancora troppo poco sentita dall'opinione pubblica. Ci si rese conto che in circa cinquant'anni, nonostante l'ottimismo dei D'Azeglio, oltre la retorica, di coscienza nazionale non vi era neanche l'ombra. E la lontananza del fronte da moltissime zone non aiutava certo a capire quella che era la vera situazione dei nostri soldati. Come poi ebbe a dire lo stesso Mussolini, gli italiani non solo non erano un popolo portato alla guerra ma non si impegnavano nemmeno a farlo sembrare.

Rispetto ai precedenti conflitti risorgimentali poi, questo era il primo che l'Italia affrontò da aggressore e non da aggredito. Non fu solo un caso che, dopo Caporetto, quando nel giro di poche ore divenimmo noi gli aggrediti e gli invasi, l'opinione pubblica, anche quella dei ceti medio-bassi, cominciò finalmente a sentire questo conflitto come la “sua guerra”. I risultati maggiori, anche in termini propagandistici, il nostro Paese li ebbe con proprio con dei memorabili volantini nei quali si scriveva: “quella è la tua casa. L'austriaco te l'ha rubata. Riprenditela, caccia via l'austriaco”. La favola (non del tutto priva di verità storica) che vede l'italiano rialzarsi e reagire specialmente nelle situazioni disperate nasce proprio da qui, dalla prima guerra mondiale. Era più o meno questo il panorama che di lì a poco ci avrebbe portato alla più cocente sconfitta che il nostro esercito ricordi: Caporetto. Il tempo di rialzarsi, come vedremo, non era ancora giunto. (Fine della settima puntata, continua)

 

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