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L'analisi

Il sogno (o l’incubo) della tecnocrazia al potere

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Il governo degli esperti e dei “tecnici”, la pretesa neutralizzazione e “depoliticizzazione” delle questioni più controverse e più cruciali per la vita di una società, l’affidarsi al verdetto della “scienza”, la fiducia (ingenua) che per ogni domanda esista una sola risposta “vera”. Questo è il sogno, ricorrente nella storia delle istituzioni, della tecnocrazia al potere. Un sogno che può tramutarsi in un incubo per le libertà individuali e collettive.  

Il ricorso alla tecnocrazia è, tradizionalmente, il modo attraverso cui il potere si sbarazza degli orpelli democratici, dei contrappesi costituzionali, del controllo dell’opinione pubblica. È uno straordinario strumento per negare l’esistenza stessa della propria responsabilità politica per le decisioni assunte: «perché ci biasimate per il lockdown? Lo chiedono i virologi! Perché vi lamentate di non poter riprendere a lavorare? Vorrete mica contraddire la sapienza epidemiologica degli esperti?».

Non importa, qui e ora, osservare che noi abbiamo invece ben compreso che, sul covid 19, esistono tante verità quante sono i virologi, i quali litigano su ogni aspetto del virus. E non è il momento (anche se è un argomento fondamentale) per osservare che nei Paesi più seri l’autorità politica democraticamente eletta mantiene il più saldo controllo sulle decisioni cruciali.

Importa adesso, e urgentemente, chiedersi: cosa sappiamo del comitato tecnico-scientifico annunciato l’altra sera nell’ennesima conferenza stampa del nostro Presidente del Consiglio? 

Nulla di preciso.

Tra un (inaudito, nell’esperienza repubblicana) attacco alle opposizioni e una conferma degli “arresti domiciliari” di tutti gli italiani fino al 3 maggio, ci è stato soltanto detto che un gruppo di esperti affiancherà (sostituirà?) Palazzo Chigi non solo nella programmazione della cosiddetta fase 2, quella della riapertura del Paese, ma anche nella scelta delle modalità con cui gli italiani, nei luoghi di lavoro, nelle imprese, negli uffici e fors’anche nelle proprie abitazioni, potranno riprendere a vivere e lavorare.

In buona sostanza, degli esperti programmeranno un nuovo stile di vita e di lavoro per tutti noi.

Chi sono (a parte Colao)? Come sono stati scelti? In nome di quali competenze? Il Parlamento e i partiti ne sapevano qualcosa? Il Presidente della Repubblica ne è stato informato?

Chiunque conosca un poco il mondo delle istituzioni sa bene che, a prescindere perfino dall’indicazione precisa dei compiti da affidare a un comitato siffatto, la stessa scelta delle persone da inserirvi è una delicata questione politica, densa di insidie e di conseguenze. 

Su di essa non può residuare nessuna opacità. I nomi di un simile comitato non possono scaturire da decisioni non conosciute da tutti gli attori istituzionali – a cominciare da quell’opposizione cui il Presidente del Consiglio ha invece dedicato, a reti unificate, toni sprezzanti e accuse in buona parte false – e spiegate adeguatamente all’opinione pubblica.

Già stiamo sperimentando una clamorosa lesione delle nostre libertà più sacre ed elementari realizzata con la discutibilissima formula di un decreto-legge, generico ed astratto, che autorizza l’intervento in concreto, in quelle sensibilissime materie, di decreti del presidente del consiglio dei ministri e di ordinanze di varie autorità.

Ora ci si spiega che un oscuro comitato di esperti, di cui nessuno sa poco o nulla, potrà porre formidabili vincoli e condizioni al nostro stile di vita futuro.  

Non può funzionare così, in una democrazia parlamentare pluralista. Le cose, a questo punto, sono diventate gravi assai. Ci auguriamo che gli anticorpi costituzionali si mettano rapidamente in movimento. Tutti, nessuno escluso: a partire dal primo custode della Costituzione, quello che può agire più efficacemente e rapidamente, anche i tramite i suoi poteri informali di persuasione e moderazione.

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