Il suicidio di Monicelli non ha niente a che fare con la bella morte
30 Novembre 2010
di Luca Negri
“Muoiono solo gli stronzi” amava ripetere Mario Monicelli. Per non andarsene da “stronzo”, ovvero non attendere inerme e passivo una fine che sarebbe comunque arrivata per l’età avanzata, aveva 95 anni, o per il tumore alla prostata, si è gettato dalla finestra dell’ospedale San Giovanni di Roma. La scelta estrema del suicidio amareggia ancor di più tutti coloro che hanno amato i capolavori della commedia italiana girati dall’ultimo dei “maledetti toscani”, ma non è apparsa troppo strana.
Nonostante la procura di Roma abbia aperto un fascicolo per chiarire la dinamica dei fatti, è molto probabile che Monicelli abbia deciso volontariamente di mettere fine ai suoi giorni col gesto di un attimo invece che attendere il momento fatale steso su di un letto di dolore. Era infatti orgogliosamente ateo e convinto che dopo la morte non vi fosse nulla. Non la temeva, ma temeva il dolore.
Per un caso del destino, la notizia della sua scomparsa è stata data in diretta a milioni di telespettatori da Fabio Fazio e Roberto Saviano nel corso dell’ultima puntata di “Vieni via con me”. Fra le polemiche che la trasmissione aveva sollevato, quella sull’eutanasia era stata di certo la più spinosa. I due avevano infatti invitato in studio Mina Welby e Beppino Englaro ma avevano negato ospitalità alle testimonianze di famiglie ed associazioni pro vita.
Al momento dell’annuncio televisivo si ignorava la causa del decesso, ma in poco tempo la notizia ha fatto il giro della Rete. E, come al solito, sono fioccati omaggi e commenti sui social network. Così qualcuno lo ha scritto, chi più chi meno apertamente. Fare Futuro Magazine ha parlato di “ultima zingarata”, ma altri sono stati più espliciti. Ad esempio Silvio Viale, presidente dei Radicali Italiani, membro del Consiglio Generale di Exit (associazione “per il diritto ad una morte dignitosa”) e ginecologo fautore della pillola abortiva Ru486.
Queste le sue parole: “Ancora una volta devo dire che non avrebbe dovuto morire così e che non sarebbe morto così se l’eutanasia volontaria fosse legale nel nostro paese. Se l’eutanasia fosse legale, Mario Monicelli avrebbe potuto parlare apertamente con il proprio medico delle proprie intenzioni. Avrebbe potuto modificare la propria decisione, o rimandarla, e se alla fine avesse confermato la propria richiesta, considerando ormai insopportabile la propria condizione, sarebbe stato aiutato a morire con dignità, tra i suoi cari. Non conosco nei dettagli il caso clinico e le sue vicende personali, non so come e quando abbia maturato la propria decisione, non so quando abbia deciso come attuarla, ma so che, in un paese civile, lo Stato dovrebbe consentire di non morire così”.
Viale non conosce nel dettaglio il caso clinico, dunque, e non sa come e quando il regista abbia attuato la sua decisione. Ma gli elementi per trasformare il regista di “Amici miei” in un simbolo del diritto alla “dolce morte” li ha trovati tutti. Forse a ragione. Ma è vero che in Italia e in Europa i malati gravi compiono atti disperati perché lo Stato non garantisce il decesso farmacologico?
I dati sono controversi. Se prendiamo in considerazione l’Olanda, primo paese al mondo che si è dotato, nel 2002, di una legge che norma le procedure per l’ eutanasia su malati terminali, scopriamo che quasi il 20% dei richiedenti si vedono rifiutare il trattamento dal medico poiché la loro scelta ha poco a che vedere con la medicina. Talvolta si tratta di disagio psichico, e diventa ancora più arduo non aver dubbi sulla lucidità della scelta. Spesso si tratta di richieste di morte motivate più dalla depressione o dalla volontà di non essere un peso per la famiglia che da malattie incurabili.
Anche in Svizzera il suicidio assistito è ammesso; una ricerca condotta dall’Istituto di Medicina legale dell’Università di Zurigo ha però rivelato che buona parte delle persone (spesso donne con più di 85 anni) che chiedono assistenza ad Exit o ad un’altra nota associazione chiamata Dignitas non sono affette da mali incurabili.
Per quanto riguarda l’Italia, i dati Istat del 2004 ci informano che su di un totale di 3.481 suicidi, 1.528 hanno come motivo le malattie fisiche o psichiche. Ma è fin troppo ovvio notare che profondità e natura del “male oscuro” dell’anima non andrebbe risolto con il suicido assistito.
L’Organizzazione mondiale della sanità ci dà un panorama ancora più preoccupante: il suicido è la prima causa di morte tra gli adulti, in particolare tra i maschi; in generale le percentuali di suicidio crescono con l’età e sono più alte fra le persone oltre gli 85 anni. Inoltre, l’Oms avverte che, se non si interviene con politiche adeguate, i suicidi nel mondo potrebbero aumentare dal milione all’anno del 2000 ai 1,53 milioni del 2002. Ci troviamo insomma di fronte ad una tendenza nichilista che fa temere la vecchiaia e la fine naturale dell’esistenza.
La morte volontaria è difficilmente sempre ed assolutamente volontaria, sono troppi i fattori condizionanti. Muoiono tutti, in fondo; mica solo gli stronzi.
