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Il terrorismo tra jihad e rivoluzione comunista

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Tutto si tiene. Altri fatti testardi ci pongono di fronte alla nuova, insorgente realtà del terrorismo. Lo scenario del terrorismo jihadista, di origine salafita, un mix di eresia coranica e metodologia paraleninista votata all’attacco di alcune roccaforti islamiche (l’ultima, l’Algeria) e occidentali, non è estraneo alla ripresa oggettiva e documentabile del terrorismo comunista. Lo disse a suo tempo la Lioce e i fatti le danno largamente ragione. Ma prima di tutto, una definizione non scontata: "Per atto di terrorismo si intende un'azione violenta, politicamente motivata, volta a colpire obiettivi di valore simbolico e destinata anche ad intimidire un 'uditorio bersaglio' riconducibile, socialmente o politicamente, all'obiettivo primario.

L'atto di terrorismo, a differenza di quello di "violenza politica" (ascrivibile ad individui o gruppi che tendono ad agire a 'viso aperto') e di quelli di 'guerriglia' (attuati con strumenti e logiche paramilitari) viene di solito compiuto da individui o gruppi operanti in clandestinità o sotto copertura o comunque in condizioni di mimetismo all'interno delle società colpite". Così si legge nel sito del Sisde (http://www.sisde.it/). La rivista del Sisde, Gnosis, fornisce una panoramica completa degli atti di terrorismo dal gennaio 2004 fino all’ottobre del 2006, una cifra impressionante: 189 attentati. Una buona parte di questi di matrice comunista, molti altri legati alle insorgenze di soggetti anarco-insurrezionalisti attivi sui territori, soprattutto la Toscana, la Lombardia, la Liguria e la Sardegna. Territori già molto frequentati dal terrorismo degli anni settanta e ottanta. Non è casuale che il Vescovo di Genova, Mons. Bagnasco, sia oggetto di violenti attacchi e sia minacciato per ora soltanto verbalmente, con scritte aggressive sui muri. Non si tratta affatto di una “ragazzata”, come si affretta a liquidare la Senatrice Heidi Giuliani, madre del noto Carlo Giuliani, al quale è stata dedicata la sede del gruppo di rifondazione Comunista al Senato.

Il terrorismo oggi sta trasformandosi mantenendo i tratti della rivolta permanente, con una cifra politica apparentemente tradizionale, in realtà postmoderna, cioè pop-comunista, come ha scritto Vattimo, scoprendo una specie nuova di soggetto politico, il “comunismo postmoderno”. Chi sceglie la strada della banalizzazione e della sottovalutazione del fenomeno compie un crimine intellettuale e storico. Oltre che politico. Il Foglio di giovedì 12 aprile documenta la svolta strategica del Fronte rivoluzionario, marxista-leninista, dunque fortemente equipaggiato sul piano dottrinario e militare. Si tratta della pubblicazione della seconda risoluzione strategica, “costruire l’armata rossa”, che segue la prima pubblicazione, del 2002 (!). In questo documento si rilevano i tratti specifici della rivoluzione proletaria postmoderna, che non distingue più, secondo la “mescolanza dei generi”, tra tattica e strategia, come tra piano politico e militare, superando la scissione, negli anni ottanta, consumatasi all’interno del brigatismo rosso tra la prima e la seconda posizione (fronte politico contro fronte militare). Perché questa scissione non ha più ragion d’essere? Perché oggi le roccaforti dell’insorgenza sovversiva, della “triste scienza (politica) della sovversione”, sono dappertutto, ovunque, cosa già nota e teorizzata da Toni Negri fin dall’inizio degli anni novanta in alcuni suoi seminari parigini. Questa è l’avanguardia sovversiva postmoderna. Insidiosa perché non più ideologicamente costretta nei ranghi della mobilitazione di classe, molto più movimentista e penetrante. E’ chiaro che, con terrorismo di questa natura, le connessioni tattiche e strategiche con il jihadismo paraleninista sono immediate.

Il soggetto privilegiato di questa manovra pericolosa e violenta sono le moltitudini, teorizzate da gruppi intellettuali ben precisi, da Virno, docente all’università di Napoli, ad Illuminati, docente all’università di Urbino. Negri intanto tesse le fila “teoriche” della nuova sintesi postmoderna, godendosi il paesaggio della sovversione ormai matura e purtroppo feconda. Area sotto tiro: il Mediterraneo. Una polveriera. Si vada a visitare il sito del Partito Comunista di appoggio alla Resistenza – per il Comunismo (http://www.carc.it), la rivista di questo nucleo comunista intende teorizzare a livello popolare l’idea di una lotta anti-capitalistica e anti-occidentale con un linguaggio non molto dissimile da quello di Latino. Riporto il testo della lettera del brigatista Claudio Latino, perché i principali organi di stampa non ne hanno dato notizia, e, invece, si tratta di un fatto di enorme rilevanza, forse foriero di conseguenze pratiche non esattamente riducibili a “ragazzate”.

Italia lettera dal carcere del compagno Claudio Latino, arrestato nel 12.2. a Milano durante l'operazione "tramonto" che doveva colpire la costruzione del partito comunista p-m SAN VITTORE 2 APRILE 2007

Cari compagni,
ho ricevuto oggi la vostra lettera, ero all’aria del pomeriggio quando la guardia della posta mi ha chiamato dal cancello del cubicolo per consegnarmela. Mi ha comunicato che anche altri tre plichi sono bloccati in attesa del nulla osta del magistrato.
Raggi di solidarietà che impattano la segregazione.
Sabato 24/03 a Milano c’è stato anche un presidio in solidarietà e contro l’isolamento qui sotto il carcere e il caloroso rumore degli slogan, degli interventi e dei petardi è riuscito a riscaldare e a valicare il cemento, le garitte e le sbarre e ha riscaldato il cuore. Qui a Milano c’è stata anche un’assemblea e una cena molto partecipate. A Padova c’è stata un’assemblea che ha visto la partecipazione di una ventina di operai. Naturalmente tutto questo non perché siamo particolarmente simpatici o perché abbiamo chissà quali meriti, anzi. E’ semplicemente perché le contraddizioni si acuiscono e la via rivoluzionaria conquista simpatia tra chi ha ormai la consapevolezza che le proprie condizioni materiali di vita e di lavoro sono destinate a peggiorare mentre gli utili del capitale monopolistico aumentano. La crisi del loro sistema si approfondisce e la borghesia imperialista ingrassa. Può sembrare un paradosso, ma non lo è, perché aumentano lo sfruttamento, l’oppressione e la guerra. Klausewizt diceva che la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. Oggi si può dire che l’imperialismo è la continuazione dello sfruttamento capitalistico con altri mezzi quelli della repressione, della coercizione, della dominazione militare per soddisfare la fame di profitti dei gruppi del grande capitale finanziario e monopolista e delle sue imprese multinazionali. Naturalmente tutto questo acuisce le contraddizioni e la necessità della via rivoluzionaria affiora anche nella percezione dei proletari che vivono nei paesi imperialisti come il nostro. La solidarietà nei nostri confronti ne è in qualche modo il riflesso. Importante anche perché si manifesta in un momento in cui sono al governo i revisionisti traditori degli interessi di classe e proprio dalle loro squadre d’assalto sbirresco-mediatiche è condotto l’attacco contro di noi.
“La lotta contro l’imperialismo, se non è indissolubilmente legata con la lotta contro l’opportunismo, è una fase vuota e falsa” (Lenin, L’imperialismo). È il bubbone dell’opportunismo, è proprio quell’escrescenza che nelle formazioni imperialiste i padroni coltivano nella classe operaia e nel proletariato con la corruzione, e che alla fine si fonde interamente con la politica borghese e ne diventa la punta nella sua espressione antiproletaria e guerrafondaia. La compagine del governo Prodi ne è un bell’esempio.
Per quanto riguarda la segregazione nostra penso che ne siate informati. Tutto procede con il solito isolamento tra studio, letture e attività ginnica. Lo spazio si è ristretto e il tempo si è dilatato e in questa nuova dimensione curiamo il corpo e la mente. Un abbraccio a tutte/i!
A pugno chiuso
Claudio

Può bastare per far intervenire con durezza ed efficacia analitica e pratica?

 

 

 

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