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L'editoriale

Il trionfo della politica (di G. Quagliariello)

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Eccezionalmente questa settimana l’editoriale esce di martedì invece che di domenica. Ce ne scusiamo con i lettori, pronti a ripristinare già da questa domenica le consuete abitudini!

Incontrai Angela Merkel nel 2002. Io ero nel gabinetto del presidente del Senato. Lei, non ancora cancelliera, era una speranza più che un politico già affermato. Rimasi impressionato dalla sua conoscenza del dossier Italia: aveva penetrato la situazione economica, il contesto sociale, il quadro politico del nostro Paese assai meglio di tanti esponenti nostrani. Non mi era mai capitata un’esperienza del genere con un politico straniero. E, con ogni evidenza, quella preparazione non era soltanto frutto di una particolare propensione nei confronti della nostra terra (com’è noto, ad esempio, mèta delle vacanze estive della Merkel) ma di una attitudine all’approfondimento che è stata la cifra dell’intero percorso della futura cancelliera, fin da quando svolgeva il mestiere di ricercatrice.

Lo spessore del personaggio che ha dominato la scena per sedici anni ci dice anche quale sia la rilevanza del momento che la Germania e l’Europa stanno vivendo, con l’approssimarsi delle elezioni federali del 26 settembre che sanciranno la fine di un’èra. Angela Merkel è infatti uno dei pochissimi leader che l’Europa abbia conosciuto negli ultimi tempi. In un’Unione la cui crisi è stata anche una crisi di leadership, la cancelliera è stata un’eccezione. Si possono condividerne o meno le politiche, ma questo è un dato che non si può non ammettere.

Rispetto a ciò che accadrà domenica prossima non mi avventuro in questa sede in pronostici, ma vorrei esprimere alcune considerazioni che potrebbero riguardare di rimbalzo anche il nostro Paese. Queste elezioni tedesche, per come si vanno configurando, rappresentano infatti in qualche modo la vittoria della lunga durata in politica rispetto al dominio delle contingenze.

Viviamo un’epoca nella quale il tempo in politica si fa sempre più breve, occupa lo spazio di un tweet o al massimo di un post su Facebook. Si è smarrita la dimensione della continuità, e questo pone dei problemi anche a livello di architettura istituzionale. Perché la democrazia rappresentativa si è costruita sulla necessità della sedimentazione di un giudizio da parte degli elettori; lo stesso divieto di vincolo di mandato discende in fondo da questa esigenza, la quale implica la possibilità che un eletto possa assumere anche scelte in contrasto con il proprio partito e il proprio elettorato di riferimento, contando sul fatto che ci sarà un tempo in cui il giudizio degli elettori potrà formarsi, sedimentarsi, cambiare.

Questo tempo non c’è più. E’ stato divorato prima dalla televisione, poi dai sondaggi, poi dai social. Al punto tale che oggi sfornare una buona battuta è diventata una priorità per affermare una leadership.

Tornando alla Germania, per comprendere perché proprio da quella terra possa innescarsi una inversione di tendenza bisogna considerare il retaggio storico. La Germania ha impresse sulla propria pelle le cicatrici sia del nazismo che del comunismo; durante la guerra fredda non ha conosciuto né le dinamiche italiane, sintetizzate da Ronchey sotto l’etichetta di “fattore K”, né ha sperimentato le problematiche francesi rispetto al riequilibrio fra socialisti e comunisti, né ha attraversato le vicissitudini spagnole.

La Germania, divisa in due, in qualche modo il problema lo aveva risolto all’origine. E questo ha contenuto storicamente l’insorgenza dei partiti anti-sistema, ha determinato una democrazia dell’alternanza prodottasi per evoluzione naturale e non come faticosa conquista (come è avvenuto ad esempio in Italia), e ha fatto sì che quando i risultati elettorali hanno imposto governi di unità nazionale o frutto di ampi accordi parlamentari – perché, checché se ne dica, nei sistemi non presidenziali non è possibile avere la certezza di un vincitore autosufficiente la sera delle elezioni – ciò non sia stato vissuto come un dramma.

La Germania, insomma, dalla sua tragedia storica ha tratto la forza di una grande stabilità. E, indipendentemente dai risultati che ci saranno domenica, l’impressione è che il corollario di questa forza tranquilla sia la spinta al ritorno in auge delle forze classiche, quelle che fanno capo a un sistema di pensiero più che a una suggestione. In questi anni abbiamo assistito in molti Paesi alla nascita di nuovi partiti che evitano persino di definirsi tali; in Germania ci troviamo oggi a seguire una competizione elettorale nella quale le formazioni che fanno riferimento alle grandi famiglie europee giocano un ruolo da protagoniste. Persino i verdi possono essere considerati parte di una tradizione più che componente di rottura e innovazione e in ogni caso, nonostante una contingenza che sembrava poterli premiare, a giudicare dai sondaggi sembrano circoscritti a una dimensione quantomeno complementare. Non è certo questa la sede per sviscerare le ragioni di questo ridimensionamento, ma forse esse non sono del tutto estranee all’esigenza sempre più evidente che la transizione verso una “economia green”, considerata uno dei due pilastri sui quali fondare la ripresa post-pandemia, venga interpretata tenendo pragmaticamente conto delle contingenze e dei tempi di quella che dev’essere appunto una transizione e non una rivoluzione che travolga cittadini e imprese. Probabilmente le forze tradizionali, in Germania, hanno dato anche su questo fronte risposte più credibili e meno ideologiche.

Insomma, nei grandi Paesi europei, dopo l’emergenza Covid e la riscoperta del valore della competenza in politica, il pensiero classico è talmente fuori moda da essere tornato di moda. A Berlino ciò è particolarmente evidente, ma anche in Francia forze che dopo le ultime presidenziali sembravano destinate a un declino certo – i socialisti e gli eredi dei gollisti – sono state premiate dagli elettori nelle consultazioni che si sono svolte in questo periodo. Sta tornando il pensiero classico, sta tramontando la concezione esclusivamente leaderistica dei partiti che possono vedere avvicendarsi alla propria guida un Maradona o un interprete più modesto ma sono sufficientemente solidi da resistere alle transizioni.

La stessa formula di unità nazionale in Germania potrebbe sopravvivere alle elezioni di domenica prossima, e il dato politologicamente più interessante è che essa può prescindere dall’orientamento politico del cancelliere chiamato a guidarla, circostanza che con ogni evidenza la rafforza in quanto evenienza che i Paesi e i sistemi politici maturi in certi momenti storici, quando è in ballo il destino della nazione, possono prendere in considerazione. Se questa visione dovesse venire confermata dalle urne, tra l’altro, smentirebbe le analisi di quella sinistra radicale, e a volte radical chic, che mettono al centro i bisogni post-materiali e ritengono che le politiche di moderazione e di conciliazione fra le parti siano destinate ad essere sempre e comunque perdenti.

Tutto ciò potrebbe avere un riflesso anche sulla politica italiana. Mettendo da parte la formula politica, io credo che lo spirito che informa l’operato dell’attuale governo debba essere preservato anche dopo il 2023, nella consapevolezza che la situazione del nostro Paese non si risolve in un anno trascorso il quale finisce la ricreazione e torniamo allegramente il casino che eravamo prima. Se c’è una nazione che ci indica la strada e il come percorrerla rafforzando la politica piuttosto che indebolirla, credo che si debba guardare ad essa con estrema attenzione.

Infine, le implicazioni europee. Anche sul fronte dell’integrazione del Vecchio Continente siamo a uno snodo della storia e sarà molto importante comprendere le vere intenzioni che la Germania avrà dopo le elezioni.

Si parla molto in questi giorni di esercito europeo. Nel 1953 l’eventualità di una difesa comune si prospettò proprio per un problema che riguardava la Germania. Eravamo a pochi anni dalla fine della seconda guerra mondiale, la guerra fredda scalava i suoi picchi, non si erano ancora consolidati i meccanismi internazionali di deterrenza e dissuasione, e in qualche modo a livello europeo si avvertiva l’esigenza di utilizzare la forza tedesca diluendola in un contesto più ampio. Poi non se ne fece più niente perché il quadro geopolitico repentinamente si modificò.

Oggi la situazione è molto differente. Abbiamo l’Europa unita, la Germania riunificata, ma la trincea dell’integrazione possibile passa ancora da Berlino. Affinché ci sia un esercito europeo c’è bisogno di un nucleo molto forte di potere politico condiviso. Questa è anche la ragione per la quale le diatribe sulla sovranità hanno scarso fondamento. La sovranità assoluta non esiste, uno Stato ne devolve una quota anche con un semplice accordo bilaterale. Il problema è che se un’aliquota di sovranità fuoriesce dagli Stati dev’esserci un’entità politica che la recepisce, altrimenti finisce per dissolversi e allora sì che il problema si pone.

Per immaginare un esercito comune c’è bisogno che il nucleo politico comune diventi più forte, e questo non può non passare da una revisione dei trattati. La Germania sarà disponibile rinunciando almeno a una quota della sua “egemonia di fatto”? Questo è uno dei temi ai quali guardare con attenzione affinché l’evocazione della difesa europea non diventi uno specchietto per le allodole in momento nel quale la storia ci pone delle domande e ci chiede delle risposte.

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