Il vertice Ecofin si è concluso. Con un nulla di fatto
03 Dicembre 2008
La montagna ha partorito un nuovo topolino! Questa è purtroppo la triste conclusione del vertice Ecofin di Bruxelles, apertosi con l’obiettivo di elaborare concretamente il piano anticrisi da portare al Consiglio europeo dell’11-12 dicembre prossimo. La certezza che “l’intesa di massima” della quale si parla nel comunicato conclusivo sia in realtà un “accordo di facciata” è confermata dal fatto che Lagarde, ministro dell’Economia francese (e dunque presidente di turno Ecofin) non ha escluso un nuovo incontro straordinario tra i ministri economici il 18 dicembre prossimo, qualora il vertice dei capi di Stato e di governo non riesca a dare il via libera all’azione anticrisi e alle nuove regole sui salvataggi bancari.
Il punto di contrasto, depurato dai tecnicismi di Bruxelles, è abbastanza semplice. La Commissione ha proposto nel suo piano da 200 miliardi un contributo dell’1,2% dai Pil nazionali e il restante 0,3% di provenienza dalla stessa Commissione. Corollario sottointeso ad un piano di questo tipo: chiedere uno sforzo maggiore ai Paesi con i conti pubblici in ordine, i quali per forza di cose si trovano a dover svolgere il ruolo di locomotiva, anche se apparentemente se la potrebbero cavare con uno sforzo minore. La risposta soprattutto tedesca, ma in parte anche olandese (e di alcuni membri dell’est, ma per ragioni differenti), è stata assolutamente negativa. Come ha replicato il ministro delle finanze tedesco Steinbruck, “il documento comune non specifica lo sforzo effettivo che ogni differente Paese deve apportare!”
Senza dilungarsi troppo sulle ragioni di questo irrigidimento tedesco, che il ministro Spd Steinbruck condivide in pieno con il cancelliere Cdu Merkel, è su una questione più generale e di principio su cui vale forse la pena riflettere. Si è più volte insistito sul carattere mondiale dell’attuale crisi e allo stesso modo sulle opportunità che la stessa offriva all’Unione europea per mostrare quanto concretamente possa incidere nel futuro dei propri cittadini. In fondo l’Europa costruzione politica aveva la grande possibilità di essere messa alla prova proprio di fronte allo choc economico per eccellenza. Ebbene la risposta è stata deficitaria e, per certi aspetti, avvilente.
Da un lato è emerso quello che in realtà era evidente, ma si fingeva forse di non riconoscere: l’Europa propone e gli Stati dispongono, ma le chiavi della cassa sono ancora statali. Su 100 euro di spesa pubblica solo 2 sono di competenza del budget di Bruxelles. Dall’altro proprio nella situazione di più grave crisi è riemerso un fortissimo nazionalismo da parte di ogni singolo Stato europeo. Anche in questo caso Bruxelles non è esente da colpe. Per troppo tempo si è accontentata di coltivare un’armonia continentale di facciata, ignorando i segnali sempre più concreti e preoccupanti di aumento dei contenziosi tra Stati membri e di una sempre più accentuata logica “individualista”, che non poco contrasta con la filosofia dell’unificazione europea. Se dalla teoria si passa ad un esempio pratico, cosa dire del secco “no” europeo (e molto tedesco) all’ipotesi di Tremonti di emettere titoli di debito pubblico europeo per rilanciare la crescita, proposta a suo tempo avanzata anche da un “europeista doc” come Jacques Delors?
Insomma se l’Europa non riuscirà da qui al vertice della prossima settimana di chiusura del semestre francese a sfumare questa immagine dell’ “ognun per sé e Dio per tutti”, oltre a rendere del tutto irrilevante il famoso piano da 200 miliardi di euro, finirà per dare il colpo definitivo alla credibilità delle istituzioni a livello di opinione pubblica. La totale assenza di coesione, declinata dai singoli responsabili politici nazionali come successo per tutelare i propri interessi magari a scapito del vicino, finirà per aumentare il livello di sfiducia e di antieuropeismo che peraltro tutti gli indicatori danno in crescita.
Un’altra questione emersa dal vertice Ecofin, e in apparenza molto tecnica, va però nella direzione di questo “danno di immagine” per Bruxelles in tempo di crisi. Si tratta del contenzioso tra il Commissario alla Concorrenza Kroes e la Francia (ma in parte anche la Germania) sugli aiuti di Stato alle banche. Nel merito Kroes non ha certo torto nel voler monitorare l’operato di Parigi, che sugli aiuti di Stato qualche scheletro nell’armadio lo conserva. Di nuovo però la pessima immagine pubblica di questo intervento di Bruxelles. L’impressione è quella di un attacco mirato verso Parigi che, nel corso del semestre di presidenza in conclusione, non ha rispettato gli equilibri istituzionali e si è più volte posta all’avanguardia dell’operato europeo (anche in maniera meritoria come nel caso della crisi del Caucaso), non lesinando accuse di immobilismo verso la Commissione. L’intervento in questa fase di Kroes ben si presta alla critica del burocratico che vuole intervenire, quando il politico sta cercando di fare il suo lavoro per portare i singoli Stati nazione fuori dalla crisi.
Insomma il conto alla rovescia è iniziato. Se dal prossimo vertice di Bruxelles uscirà un “piano concertato solo a parole” sarà tempo di recitare davvero il de profundis per l’Europa. Paradosso dei paradossi: l’Europa politica non aveva sfigurato nella crisi del Caucaso, quella economica sta segnando il passo di fronte alla crisi mondiale.
