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Il virus, la poesia e quella voglia matta di primavera

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cistena, plum, blossoms

Non avremmo mai immaginato di dover desiderare così ardentemente la primavera, ora che siamo costretti a vederla sbocciare solo dai fiori che osserviamo dalla finestra di casa (per i più fortunati), o dalle immagini che in questi giorni ci inondano le bacheche virtuali, mai così intasate. Non avremmo mai pensato di dover vivere una quaresima in maniera seria, altro che i fioretti che acquietano le nostre coscienze! Il deserto è deserto, è arido, secco, noioso, sempre uguale, snervante, interminabile … fa crescere la sete, forse quella vera, di cose essenziali.

Ci si sente tutti parte di una grande narrazione, forse anche esagerando un po’ sul nostro eroismo casalingo. Ma nell’epoca dell’esibizionismo da social sarebbe stato strano non assistere a questa miriade di piccole narrazioni quotidiane in diretta streaming “…ai tempi del corona virus”. Probabilmente il richiamo a quel celebre romanzo di Gabriel García Márquez per intitolare i propri frammenti di vita sarà anche inappropriato, ma questo ci offre l’assist per ricordare la storia di quell’ “impavido” innamorato di Florentino Ariza che crede al suo amore per la bella Fermina Daza fino alla fine. In questo tempo di fragili relazioni e di pezzi di stories, rileggere la storia di un amore che rimane dopo tanto tempo, non farebbe male.

Ora la primavera è arrivata, forse la natura per un po’ respirerà meglio finché l’uomo sarà, anche se per breve tempo, fermo dalle sue attività; forse anche noi avremo modo di assaporarne i dettagli, ora che siamo costretti a stare quieti. Con essa, poi, si ricorda anche la giornata mondiale della poesia. Guarda caso una delle più grandi poetesse del Novecento, Alda Merini, nasce proprio il 21 marzo 1931, come ricorda lei stessa in “Vuoto d’amore” (1991): «Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta.»

La tempesta, Alda Merini, l’ha vissuta veramente, come ricorda in una intervista a Luciano Minerva: «La primavera è folle perché è scriteriata, perché è generosa. Però incontra anche il demonio. E io l’ho incontrato il demonio. Era il manicomio». Questo luogo terribile per lei «è stata una scuola pitagorica, sepolti vivi», ricorda in un’altra intervista, «poi chi ne esce rinato finalmente esce e se ne va per i fatti suoi come se niente fosse accaduto … non si sentiva molto il tempo in manicomio, no, anche perché non facevamo niente non aspettavamo nessuno, eravamo entrati per morire, ritrovarsi ogni giorno vivi era una grande sorpresa, era una grande felicità, ogni sera la morte e la rinascita, tremendo, devi avere delle spalle così per poterlo sopportare, però quando se ne viene fuori … lì ho toccato il vertice della conoscenza umana della sapienza del buonsenso».

La poesia, si sa, si nutre di coincidenze, è simbolo (dal gr. Symballo) che “mette insieme”, ecco perché non sempre è immediata, ci vuole il tempo da dedicargli per comprenderla, ma proprio per questo è l’unico linguaggio capace di toccare le vette più alte, o gli abissi più profondi della realtà. Quella realtà di cui la materia è solo ciò che emerge. C’è tutto un “non emerso” che desidera esprimersi e anima la materia. Il vero poeta sa che esiste questo animus, realtà invisibile, incomunicata, a volte considerata anche indegna, e cerca con la poesia di darne voce. Spesso anche con la propria vita. Alda Merini fu certamente una di quelle persone la cui carne si fece parola, nel senso che l’esperienza traumatica del manicomio riuscì a sublimarla in parola poetica. Questo non significa “infiorettare” le vicende ma, al contrario, guardarle in faccia e narrarle, cioè legarle tra loro: gettandole fuori da sé e mettendole insieme. Ecco che allora diventano Simbolo, nel quale riconoscere anche le nostre vicende.

Noi oggi stiamo vivendo il fastidio di una reclusione, anche se per giusti motivi, forzata, non ne eravamo abituati, non ci ricordavamo la precarietà della nostra condizione, ed è proprio oggi, in questa situazione straniante, che, per coincidenza, riemergono magnifiche le parole della Merini:

«Mi hanno regalato delle rose e io nel diario racconto che il giorno che la Legge Basaglia ci ha aperto i cancelli e abbiamo potuto toccare le rose le abbiamo mangiate… avevamo fame di prati, di libertà.»

“Ogni ferita sua

fu un balzo in avanti

di quelle belve che abbiamo in noi molteplici

e che chiamiamo «dolore».

Quanti dolori può provare l’uomo non sapremo dirlo,

ma sono numerati tutti

dalle stelle del firmamento.

E ogni dolore è un balzo in avanti

di una nudità,

di una guglia possente

che è il grido dell’uomo

che non riesce

a superare le labbra.

… il dolore atterra tutte queste crapule e diventa una sterminata pianura entro cui cade la voce dell’uomo Dio.

Ecco la Terra Santa, ecco il deserto della fede, ecco lo strapiombo della luce, perché il Verbo, la parola, la poesia, e persino gli angeli e persino le mosche, nascono unicamente da quella terra tragica e possente che è il dolore dell’uomo.”

[A. Merini, Poema della croce]

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