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Immigrazione, il naufragio sulle coste di Brindisi riapre la ferita

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Cercavano un modo per fuggire dal profondo Oriente i 72 migranti che, sabato sera, hanno solcato il gelido mare d’inverno a bordo del veliero scagliatosi sulla costa brindisina. Afgani, bangladesi, iracheni e iraniani hanno affidato al "Gloria" i lori sogni di ricchezza e libertà, certi di poter affrontare qualsiasi difficoltà dopo un viaggio lungo giorni, alimentato per tutti loro dalla speranza, ma che alcuni hanno pagato  con la morte.

Partiti dalle coste turche cinque giorni prima del tragico sbarco, dopo una sosta in Grecia, i 72 si sono imbarcati sul "Gloria" per attraversare l’ultimo tratto di mare che separava i loro sogni dalla realtà: tutti i giovani uomini, gran parte minorenni e sprovvisti di documenti, hanno affrontato la tratta fino a quando il veliero battente bandiera americana non si è scontrato contro gli scogli pugliesi, diventando in pochi secondi l’ultimo dei relitti in mare. Sono circa trenta i dispersi, tre i corpi recuperati senza vita in mare e quaranta i sopravvissuti, accolti dalla Protezione Civile pugliese negli ospedali di Ostuni e Brindisi.

Le storie raccolte dai primi soccorritori raccontano di occhi persi nel vuoto, terrorizzati dalla forza del mare e dalla brutalità degli scafisti che non hanno mai esitato ad offendere, minacciare e spaventare chi aveva affidato proprio a loro i risparmi di una vita in cambio di un viaggio verso l’Europa per i loro figli. L’alta percentuale di minorenni – il più piccolo si pensa abbia appena undici anni – fa credere, infatti, che il viaggio più che la ricerca di un riscatto rappresenti il punto di partenza di una nuova vita: giovani ragazzi mandati in Italia per trovare quella libertà che i loro genitori non hanno potuto avere nei loro Paesi d’origine. "Abbiamo pregato, ci siamo tenuti per mano, i cattivi dicevano che non saremmo arrivati" ha raccontato il piccolo Norollah ai soccorritori che, nonostante l’aiuto di interpreti, hanno avuto non poche difficoltà a decifrare una lingua costellata da espressioni proprie di idiomi popolari. Problemi di comunicazione che, tuttavia, non hanno impedito di percepire le difficoltà e la stanchezza di tutti coloro che hanno intrapreso il viaggio, né hanno impedito che quelli che Norollah ha chiamato "i cattivi" – gli scafisti che hanno garantito il viaggio in cambio di 3 mila 300 dollari a persona – venissero descritti con cura: sono tre, occidentali – forse nord-europei – ed è probabile che uno di loro, "biondo con gli occhi chiari", sia tra le vittime del naufragio.

La tragedia di sabato sera riporta al centro della cronaca la Puglia, una meta relativamente facile per gli scafisti che possono attraversare con tranquillità il lembo di mare che separa la Grecia dall’Italia. Negli anni ’90 partivano dai Balcani, per fuggire dalla guerra e dalla povertà, oggi i viaggi sono molti più complessi: si parte dal remoto oriente per affidare all’Adriatico le speranze di una vita migliore.

Da gennaio 2010 al settembre 2011 più di duemila migranti sono sbarcati in Puglia, 16 imbarcazioni sono state sequestrate e trentaquattro sono state le persone arrestate: "In quell’area di mare i controlli sono meno consistenti che altrove" ha dichiarato l’assessore regionale alla Protezione Civile Amati, ma ha aggiunto che la Puglia rappresenta un approdo naturale per i natanti leggeri utilizzati dagli scafisti negli ultimi anni, sottolineando, inoltre, come sia “poi inutile cercare di controllare l’arrivo di chi fugge dalla fame e dalla guerra. Sinora abbiamo dimostrato che è possibile garantire l’accoglienza - ha continuato l’assessore - “e non temiamo rischi legati alla presenza dei migranti".

Eppure, le immagini della rivolta al CARA di Bari dell’agosto scorso o quelle della complessa vicenda di Manduria, in primavera, sono ancora vive negli occhi dei pugliesi, che di certo non smetteranno di dare il proprio contributo di solidarietà, ma al tempo stesso vorrebbero maggiori controlli in mare e una chiara politica sull’immigrazione.

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