In Afghanistan stiamo perdendo?
16 Gennaio 2008
A quasi sei anni dall’abbattimento del regime dei talebani,
il futuro dell’Afghanistan è ancora molto incerto. Vari gruppi armati hanno
recuperato consenso a causa delle vittime civili e dell’inefficienza del
governo centrale. La comunità internazionale deve comunque restare per
rassicurare la popolazione civile.
Valutare le prospettive a lungo termine dell’Afghanistan richiede a dir
poco estrema cautela. Il numero crescente di vittime civili registrato nel
paese ha fortemente indebolito il sostegno della popolazione locale alla
presenza militare internazionale e al governo centrale; benché tale
atteggiamento non debba essere interpretato come un consenso al ritorno dei
talebani, esso riflette un crescente disincanto e una forte delusione per
l’operato del governo e della comunità internazionale.
Il perché del successo parziale dell’offensiva
talebana
All’incessante sacrificio di vittime innocenti, i governi
occidentali hanno risposto accusando i talebani di esporre volutamente i civili
al fuoco e impegnandosi a migliorare il coordinamento tra le truppe della
coalizione e le forze di sicurezza afgane. È però difficile che le tattiche
militari e le condizioni del teatro operativo possano cambiare in tempi
brevi. Se lo scopo della recente
campagna dei talebani – segnata da un’intensificazione nell’estate 2007 delle
azioni ostili e degli attentati suicidi – era di attirare l’attenzione in
patria e all’estero, questo apparente successo ha a che fare più con l’assenza
di un serio e determinato impegno internazionale, nonché con la dilagante
inefficienza e la corruzione endemica della classe politica locale, più che con
un effettivo rafforzamento dei talebani che hanno anche subito pesanti
sconfitte.
Il 2006 si è rivelato un anno eccezionalmente difficile, che
ha visto un sostanziale aumento della violenza, in particolare nelle regioni
meridionali e orientali dell’Afghanistan. Già all’inizio dell’anno, appariva
chiaro come la presenza militare internazionale in queste aree non fosse
all’altezza della situazione; a metà 2006 le truppe della coalizione hanno così
ricevuto rinforzi, principalmente degli Stati Uniti, dal Regno Unito e dal
Canada. I talebani hanno deliberatamente concentrato i loro sforzi sui
contingenti NATO non statunitensi, con l’obiettivo di erodere il consenso per
la missione nei paesi di provenienza dei soldati. Questa tattica sembra aver
prodotto alcuni dei risultati sperati, ma solo parzialmente. L’esercito afgano,
cresciuto di dimensioni, ha lentamente accresciuto la sua efficienza, ma
continua a trovarsi in difficoltà negli scontri diretti con le milizie
talebane. Sebbene l’uccisione del comandante Dadullah, noto e temuto capo militare
talebano, sia stata compiuta da truppe afgane, l’addestramento e il supporto
operativo da parte delle forze NATO sono ancora necessari. L’incompetenza e la
corruzione diffuse continuano ad affliggere le forze di polizia, specialmente a
livello distrettuale e nel sud del paese, dove gli amministratori locali sono
spesso coinvolti nel traffico di droga.
Nella provincia meridionale di Helmand si coltiva la maggior
parte dell’oppio afgano, che a sua volta costituisce il 90% dell’offerta
mondiale. Dal 2001 il traffico di droga è cresciuto in misura esponenziale, specialmente
nelle aree controllate dai talebani. In un paese la cui economia dipende%0D
principalmente dall’agricoltura, le promesse colture alternative non sono mai
state impiantate e i contadini sono alla mercé dei signori della guerra, che
spesso impongono con la forza la coltivazione dell’oppio per poi
sovvenzionarla. Al tempo stesso, la domanda di stupefacenti dai paesi ricchi,
soprattutto occidentali, continua inesorabile ad alimentare l’offerta. Un
problema di fondo è che il deterioramento delle condizioni di sicurezza rende
molte aree praticamente inaccessibili agli aiuti internazionali, soprattutto
per quanto concerne gli investimenti per lo sviluppo di infrastrutture.
Nonostante il recente annuncio di un incremento dell’aiuto statunitense (4
miliardi di dollari per le forze di sicurezza e 1 miliardo per le
infrastrutture), la spesa americana per l’Afghanistan rimane sostanzialmente
inferiore rispetto a quella per l’Iraq. Il settore sanitario, che più
direttamente influisce sulla vita della popolazione afgana, rimane quello in
assoluto più trascurato e sotto finanziato.
Per conquistare “le menti e i cuori”, è necessario garantire
anche cibo e cure. L’aspettativa di vita media di un afgano maschio è di 46
anni e quella delle donne è persino inferiore. La mortalità infantile è fra le
più alte del mondo, dato che molte donne afgane partoriscono senza assistenza
medica qualificata. Malgrado i numerosi appelli, il ministro della Salute non è
tuttora in grado di acquistare due elicotteri da soccorso per assicurare il
trasporto di attrezzature mediche e pazienti gravi da e verso le remote
province rurali situate nelle aree montagnose (come Pamira, all’estremo nordest
del paese), inaccessibili via terra o in aeroplano, specialmente durante i
rigidi mesi invernali. E ogni anno si perdono centinaia di vite umane, perlopiù
a causa di patologie facilmente curabili.
Responsabilità afgane e occidentali
Se non altro per limitare il rischio di vittime civili, è
indispensabile migliorare la comunicazione tra le forze internazionali e il
personale di sicurezza afgano. Una maggior visibilità di quest’ultimo e una
presenza internazionale più discreta potrebbero ridurre le tensioni e
l’ostilità: specialmente nelle aree rurali, dove gli stranieri sono spesso
sgraditi e l’ignoranza delle reciproche specificità culturali può trasformare
un banale malinteso in un contrasto dagli esiti tragici. Inoltre, complica le
cose la tendenza generale a etichettare qualsiasi oppositore del governo come
terrorista, talebano, membro di al Qaeda, sovversivo o simpatizzante dei
terroristi. Tutto ciò mette in luce la necessità di un potenziamento del
“network di intelligence”, ovvero di una maggiore comprensione del sistema di
tribù e clan che domina la vita quotidiana degli afgani, specie nelle regioni
rurali e ancor più nelle aree martoriate dalla guerra, nel sud e nell’est del
paese. Soltanto appurare attentamente i bisogni, le richieste e le lamentele
della popolazione può modificarne le opinioni.
In via di principio, gli afgani sono orgogliosi di aver
raggiunto una forma di governo rappresentativo, ma essa resta ancora un
esperimento in fieri. Come dobbiamo sempre ricordare, sarebbe ingenuo
aspettarsi che profondi mutamenti politici avvengano dal giorno alla notte, e
ancor più che ciò produca una democrazia di stile occidentale. Il presidente
Hamid Karzai è schiacciato fra la pressione delle potenze straniere e le divergenti
richieste dei gruppi interni, incluse le opposte fazioni che siedono in
parlamento e i potenti capi delle province. In altri termini, Karzai ha buone
intenzioni ma non può fare molto, e ogni vittima civile accidentale erode
ulteriormente il sostegno di cui gode. In teoria, l’Afghanistan avrebbe bisogno
di un leader in stile Atatürk, che sia in grado, come il padre della Turchia
moderna, di costruire l’unità nazionale e di operare una trasformazione
democratica in circostanze storiche avverse. Nella realtà, il settarismo
estremo e la faziosità diffusa rendono difficile l’operato di qualsiasi leader
e riducono notevolmente le probabilità che possa emergere un “padre della
patria”. Il presidente Karzai viaggia raramente nelle province per il rischio
di attentati – per questo lo chiamano il “sindaco di Kabul” – ma persino nella
capitale la sua incolumità è tutt’altro che garantita. Tuttavia, anche se
Karzai disponesse di un apparato di sicurezza più valido, non è chiaro fino a
che punto potrebbe fare di più. In sintesi, Karzai esercita il ruolo di
“mediatore capo” e di sovrintendente delle opposte fazioni e gruppi. Ogni
potenziale successore, a prescindere dalla forza di carattere o dalla capacità
retorica, si scontrerebbe con questi stessi limiti.
L’attuale sistema partitico è poco consolidato e il panorama
politico è dominato da coalizioni altalenanti e alleanze di convenienza. Le
caratteristiche del sistema di potere – basato su accordi informali e sul do ut
des – si riflettono in parlamento e ancor più a livello locale. Ciò che molti
in Occidente considerano corruzione, è visto in Afghanistan come prassi
assolutamente normale. Nella migliore delle ipotesi, servirà molto tempo
affinché gli standard occidentali di trasparenza e responsabilità vengano
assimilati dalla società afgana e perché questa sviluppi le articolazioni
istituzionali tipiche della società civile. Ma va anche accettata l’eventualità
che ciò non avvenga, o che avvenga in misura molto parziale. I donatori
internazionali dovrebbero tenere a mente questi fattori e mostrare un certo
grado di flessibilità, puntando al raggiungimento di risultati realistici in
tempi definiti, fermi restando gli sforzi per un miglioramento nel lungo
termine.
Nel lungo periodo, la maggiore minaccia rimane il rischio di
un’irrimediabile perdita di legittimità del governo centrale: dopo grandi
aspettative, la delusione sta minando il nuovo Afghanistan. In ultima analisi,
sarà quindi la capacità del governo centrale di mantenere gli impegni, o quanto
meno di dare l’impressione di mantenerli, che si rivelerà essenziale nel
determinare il futuro del paese. Dal canto suo, la comunità internazionale può
aumentare il proprio impegno in diversi settori, almeno per guadagnare tempo: è
indispensabile rassicurare la popolazione afgana sulla sostenibilità di un
serio impegno della comunità internazionale, essendo ancora vivo il ricordo del
periodo successivo al ritiro sovietico, che vide l’ascesa dei talebani nel disinteresse
del mondo intero. Come è ben noto dagli aspri dibattiti sui caveat nazionali e
sui costi complessivi della presenza in Afghanistan, il progressivo
affievolirsi del sostegno alla presenza militare in Afghanistan nelle opinioni
pubbliche di molti paesi NATO, rende concreto il rischio che i parlamenti
nazionali non prolunghino le missioni oltre i prossimi anni.
Quadro internazionale e ‘fronte
interno’ americano
L’azione di forze esterne all’Afghanistan provenienti dagli
Stati confinanti contribuisce a complicare enormemente le cose. Vi sono pochi
dubbi sul fatto che ingenti forze talebane e di al Qaeda operino dal territorio
pachistano, specialmente dall’impervia regione di confine. Può darsi che gli
Stati Uniti sovrastimino la capacità di controllo del presidente pakistano
Musharraf, alla luce dei recenti sviluppi che ne hanno messo in luce l’incerta
base di consenso. Detto ciò, è probabile che Musharraf si sottragga volutamente
agli impegni presi: in quest’ottica, egli farebbe il minimo indispensabile per
assicurarsi la patente di “alleato degli Stati Uniti nella guerra al
terrorismo” – e dunque la propria sopravvivenza – ma evitando di drammatizzare
le tensioni con gli oppositori religiosi, che vedono in lui uno strumento degli
americani. È anche probabile che gli elementi più estremisti dell’apparato di
sicurezza iraniano forniscano un qualche appoggio ai talebani, benché in misura
nettamente inferiore rispetto alla guerriglia irachena. L’obiettivo di Teheran
non è di favorire il ritorno dei talebani, nemici giurati dell’Iran, bensì di
assicurare loro un sostegno sufficiente a tenere impegnati gli americani e le
forze alleate.
Naturalmente, una variabile cruciale è il “fronte interno”
americano, nell’anno delle elezioni presidenziali. L’Afghanistan, in realtà,
continua a ricevere scarsa attenzione mediatica. Rispetto al conflitto in Iraq,
le vittime statunitensi e i costi per il contribuente americano sono
relativamente bassi. Il fatto che gli afgani siano nel complesso favorevoli
alla presenza straniera e si mostrino teoricamente disposti ad assumersi le
loro responsabilità, rende il conflitto molto meno controverso di quello
iracheno. Per chi non si interessa di affari internazionali, la guerra afgana
sembra quasi appartenere al passato. Ciò, tra l’altro, ha scavato un profondo
divario fra l’opinione pubblica americana e i membri delle forze armate, in
particolare l’esercito e i Marines, che operano sul campo con compiti di
combattimento. I leader politici americani di entrambi gli schieramenti hanno
però il dovere di aprire un più ampio confronto con l’opinione pubblica sul
conflitto in Afghanistan – per la semplice ragione che gli eventi attuali
avranno delle conseguenze sulla sicurezza nazionale americana, sulla stabilità
internazionale. Soprattutto, deve essere chiaro che la lotta contro il
terrorismo, in Afghanistan come in altre parti del mondo, richiederà l’impegno
e le risorse di almeno una generazione.
© Aspenia
Marco Vicenzino è direttore del Global Strategy Project a
Washington, DC. Questo articolo nasce da una missione in Afghanistan
condotta dall’autore nel 2007, in qualità di consulente strategico dell’Afghanistan World
Foundation.
