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In Afghanistan stiamo perdendo?

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A quasi sei anni dall’abbattimento del regime dei talebani, il futuro dell’Afghanistan è ancora molto incerto. Vari gruppi armati hanno recuperato consenso a causa delle vittime civili e dell’inefficienza del governo centrale. La comunità internazionale deve comunque restare per rassicurare la popolazione civile.   Valutare le prospettive a lungo termine dell’Afghanistan richiede a dir poco estrema cautela. Il numero crescente di vittime civili registrato nel paese ha fortemente indebolito il sostegno della popolazione locale alla presenza militare internazionale e al governo centrale; benché tale atteggiamento non debba essere interpretato come un consenso al ritorno dei talebani, esso riflette un crescente disincanto e una forte delusione per l’operato del governo e della comunità internazionale.

Il perché del successo parziale dell’offensiva talebana
All’incessante sacrificio di vittime innocenti, i governi occidentali hanno risposto accusando i talebani di esporre volutamente i civili al fuoco e impegnandosi a migliorare il coordinamento tra le truppe della coalizione e le forze di sicurezza afgane. È però difficile che le tattiche militari e le condizioni del teatro operativo possano cambiare in tempi brevi.   Se lo scopo della recente campagna dei talebani – segnata da un’intensificazione nell’estate 2007 delle azioni ostili e degli attentati suicidi – era di attirare l’attenzione in patria e all’estero, questo apparente successo ha a che fare più con l’assenza di un serio e determinato impegno internazionale, nonché con la dilagante inefficienza e la corruzione endemica della classe politica locale, più che con un effettivo rafforzamento dei talebani che hanno anche subito pesanti sconfitte.

Il 2006 si è rivelato un anno eccezionalmente difficile, che ha visto un sostanziale aumento della violenza, in particolare nelle regioni meridionali e orientali dell’Afghanistan. Già all’inizio dell’anno, appariva chiaro come la presenza militare internazionale in queste aree non fosse all’altezza della situazione; a metà 2006 le truppe della coalizione hanno così ricevuto rinforzi, principalmente degli Stati Uniti, dal Regno Unito e dal Canada. I talebani hanno deliberatamente concentrato i loro sforzi sui contingenti NATO non statunitensi, con l’obiettivo di erodere il consenso per la missione nei paesi di provenienza dei soldati. Questa tattica sembra aver prodotto alcuni dei risultati sperati, ma solo parzialmente. L’esercito afgano, cresciuto di dimensioni, ha lentamente accresciuto la sua efficienza, ma continua a trovarsi in difficoltà negli scontri diretti con le milizie talebane. Sebbene l’uccisione del comandante Dadullah, noto e temuto capo militare talebano, sia stata compiuta da truppe afgane, l’addestramento e il supporto operativo da parte delle forze NATO sono ancora necessari. L’incompetenza e la corruzione diffuse continuano ad affliggere le forze di polizia, specialmente a livello distrettuale e nel sud del paese, dove gli amministratori locali sono spesso coinvolti nel traffico di droga.

Nella provincia meridionale di Helmand si coltiva la maggior parte dell’oppio afgano, che a sua volta costituisce il 90% dell’offerta mondiale. Dal 2001 il traffico di droga è cresciuto in misura esponenziale, specialmente nelle aree controllate dai talebani. In un paese la cui economia dipende%0D principalmente dall’agricoltura, le promesse colture alternative non sono mai state impiantate e i contadini sono alla mercé dei signori della guerra, che spesso impongono con la forza la coltivazione dell’oppio per poi sovvenzionarla. Al tempo stesso, la domanda di stupefacenti dai paesi ricchi, soprattutto occidentali, continua inesorabile ad alimentare l’offerta. Un problema di fondo è che il deterioramento delle condizioni di sicurezza rende molte aree praticamente inaccessibili agli aiuti internazionali, soprattutto per quanto concerne gli investimenti per lo sviluppo di infrastrutture. Nonostante il recente annuncio di un incremento dell’aiuto statunitense (4 miliardi di dollari per le forze di sicurezza e 1 miliardo per le infrastrutture), la spesa americana per l’Afghanistan rimane sostanzialmente inferiore rispetto a quella per l’Iraq. Il settore sanitario, che più direttamente influisce sulla vita della popolazione afgana, rimane quello in assoluto più trascurato e sotto finanziato.

Per conquistare “le menti e i cuori”, è necessario garantire anche cibo e cure. L’aspettativa di vita media di un afgano maschio è di 46 anni e quella delle donne è persino inferiore. La mortalità infantile è fra le più alte del mondo, dato che molte donne afgane partoriscono senza assistenza medica qualificata. Malgrado i numerosi appelli, il ministro della Salute non è tuttora in grado di acquistare due elicotteri da soccorso per assicurare il trasporto di attrezzature mediche e pazienti gravi da e verso le remote province rurali situate nelle aree montagnose (come Pamira, all’estremo nordest del paese), inaccessibili via terra o in aeroplano, specialmente durante i rigidi mesi invernali. E ogni anno si perdono centinaia di vite umane, perlopiù a causa di patologie facilmente curabili.

Responsabilità afgane e occidentali
Se non altro per limitare il rischio di vittime civili, è indispensabile migliorare la comunicazione tra le forze internazionali e il personale di sicurezza afgano. Una maggior visibilità di quest’ultimo e una presenza internazionale più discreta potrebbero ridurre le tensioni e l’ostilità: specialmente nelle aree rurali, dove gli stranieri sono spesso sgraditi e l’ignoranza delle reciproche specificità culturali può trasformare un banale malinteso in un contrasto dagli esiti tragici. Inoltre, complica le cose la tendenza generale a etichettare qualsiasi oppositore del governo come terrorista, talebano, membro di al Qaeda, sovversivo o simpatizzante dei terroristi. Tutto ciò mette in luce la necessità di un potenziamento del “network di intelligence”, ovvero di una maggiore comprensione del sistema di tribù e clan che domina la vita quotidiana degli afgani, specie nelle regioni rurali e ancor più nelle aree martoriate dalla guerra, nel sud e nell’est del paese. Soltanto appurare attentamente i bisogni, le richieste e le lamentele della popolazione può modificarne le opinioni.

In via di principio, gli afgani sono orgogliosi di aver raggiunto una forma di governo rappresentativo, ma essa resta ancora un esperimento in fieri. Come dobbiamo sempre ricordare, sarebbe ingenuo aspettarsi che profondi mutamenti politici avvengano dal giorno alla notte, e ancor più che ciò produca una democrazia di stile occidentale. Il presidente Hamid Karzai è schiacciato fra la pressione delle potenze straniere e le divergenti richieste dei gruppi interni, incluse le opposte fazioni che siedono in parlamento e i potenti capi delle province. In altri termini, Karzai ha buone intenzioni ma non può fare molto, e ogni vittima civile accidentale erode ulteriormente il sostegno di cui gode. In teoria, l’Afghanistan avrebbe bisogno di un leader in stile Atatürk, che sia in grado, come il padre della Turchia moderna, di costruire l’unità nazionale e di operare una trasformazione democratica in circostanze storiche avverse. Nella realtà, il settarismo estremo e la faziosità diffusa rendono difficile l’operato di qualsiasi leader e riducono notevolmente le probabilità che possa emergere un “padre della patria”. Il presidente Karzai viaggia raramente nelle province per il rischio di attentati – per questo lo chiamano il “sindaco di Kabul” – ma persino nella capitale la sua incolumità è tutt’altro che garantita. Tuttavia, anche se Karzai disponesse di un apparato di sicurezza più valido, non è chiaro fino a che punto potrebbe fare di più. In sintesi, Karzai esercita il ruolo di “mediatore capo” e di sovrintendente delle opposte fazioni e gruppi. Ogni potenziale successore, a prescindere dalla forza di carattere o dalla capacità retorica, si scontrerebbe con questi stessi limiti.

L’attuale sistema partitico è poco consolidato e il panorama politico è dominato da coalizioni altalenanti e alleanze di convenienza. Le caratteristiche del sistema di potere – basato su accordi informali e sul do ut des – si riflettono in parlamento e ancor più a livello locale. Ciò che molti in Occidente considerano corruzione, è visto in Afghanistan come prassi assolutamente normale. Nella migliore delle ipotesi, servirà molto tempo affinché gli standard occidentali di trasparenza e responsabilità vengano assimilati dalla società afgana e perché questa sviluppi le articolazioni istituzionali tipiche della società civile. Ma va anche accettata l’eventualità che ciò non avvenga, o che avvenga in misura molto parziale. I donatori internazionali dovrebbero tenere a mente questi fattori e mostrare un certo grado di flessibilità, puntando al raggiungimento di risultati realistici in tempi definiti, fermi restando gli sforzi per un miglioramento nel lungo termine.

Nel lungo periodo, la maggiore minaccia rimane il rischio di un’irrimediabile perdita di legittimità del governo centrale: dopo grandi aspettative, la delusione sta minando il nuovo Afghanistan. In ultima analisi, sarà quindi la capacità del governo centrale di mantenere gli impegni, o quanto meno di dare l’impressione di mantenerli, che si rivelerà essenziale nel determinare il futuro del paese. Dal canto suo, la comunità internazionale può aumentare il proprio impegno in diversi settori, almeno per guadagnare tempo: è indispensabile rassicurare la popolazione afgana sulla sostenibilità di un serio impegno della comunità internazionale, essendo ancora vivo il ricordo del periodo successivo al ritiro sovietico, che vide l’ascesa dei talebani nel disinteresse del mondo intero. Come è ben noto dagli aspri dibattiti sui caveat nazionali e sui costi complessivi della presenza in Afghanistan, il progressivo affievolirsi del sostegno alla presenza militare in Afghanistan nelle opinioni pubbliche di molti paesi NATO, rende concreto il rischio che i parlamenti nazionali non prolunghino le missioni oltre i prossimi anni.

Quadro internazionale e ‘fronte interno’ americano
L’azione di forze esterne all’Afghanistan provenienti dagli Stati confinanti contribuisce a complicare enormemente le cose. Vi sono pochi dubbi sul fatto che ingenti forze talebane e di al Qaeda operino dal territorio pachistano, specialmente dall’impervia regione di confine. Può darsi che gli Stati Uniti sovrastimino la capacità di controllo del presidente pakistano Musharraf, alla luce dei recenti sviluppi che ne hanno messo in luce l’incerta base di consenso. Detto ciò, è probabile che Musharraf si sottragga volutamente agli impegni presi: in quest’ottica, egli farebbe il minimo indispensabile per assicurarsi la patente di “alleato degli Stati Uniti nella guerra al terrorismo” – e dunque la propria sopravvivenza – ma evitando di drammatizzare le tensioni con gli oppositori religiosi, che vedono in lui uno strumento degli americani. È anche probabile che gli elementi più estremisti dell’apparato di sicurezza iraniano forniscano un qualche appoggio ai talebani, benché in misura nettamente inferiore rispetto alla guerriglia irachena. L’obiettivo di Teheran non è di favorire il ritorno dei talebani, nemici giurati dell’Iran, bensì di assicurare loro un sostegno sufficiente a tenere impegnati gli americani e le forze alleate.

Naturalmente, una variabile cruciale è il “fronte interno” americano, nell’anno delle elezioni presidenziali. L’Afghanistan, in realtà, continua a ricevere scarsa attenzione mediatica. Rispetto al conflitto in Iraq, le vittime statunitensi e i costi per il contribuente americano sono relativamente bassi. Il fatto che gli afgani siano nel complesso favorevoli alla presenza straniera e si mostrino teoricamente disposti ad assumersi le loro responsabilità, rende il conflitto molto meno controverso di quello iracheno. Per chi non si interessa di affari internazionali, la guerra afgana sembra quasi appartenere al passato. Ciò, tra l’altro, ha scavato un profondo divario fra l’opinione pubblica americana e i membri delle forze armate, in particolare l’esercito e i Marines, che operano sul campo con compiti di combattimento. I leader politici americani di entrambi gli schieramenti hanno però il dovere di aprire un più ampio confronto con l’opinione pubblica sul conflitto in Afghanistan – per la semplice ragione che gli eventi attuali avranno delle conseguenze sulla sicurezza nazionale americana, sulla stabilità internazionale. Soprattutto, deve essere chiaro che la lotta contro il terrorismo, in Afghanistan come in altre parti del mondo, richiederà l’impegno e le risorse di almeno una generazione.

© Aspenia

Marco Vicenzino è direttore del Global Strategy Project a Washington, DC. Questo articolo nasce da una missione in Afghanistan condotta dall’autore nel 2007, in qualità di consulente strategico dell’Afghanistan World Foundation. 

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1 COMMENT

  1. Global Coglionery Project
    Ebbene, sì, esimio director Vicenzino! In Afghanistan state proprio perdendo. E non solo in Afghanistan. Preparati, che tra poco verranno a prendervi con gli elicotteri dai tetti delle ambasciate yankee. Do you remember Sajgon?
    E vai, emerito agente prezzolato della Cia! Che dopo ti faremo director of Global “Coglionery” Project!

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