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Più potere d'ascolto e rispetto della privacy

In America nuova legge sulle intercettazioni: passa la linea Bush

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Le intercettazioni americane non importano a nessuno. Non se ne parla perché non «tira». Non è politicamente corretto, non è in linea con quello che l’Italia vuole. L’America ha appena approvato una legge sulle intercettazioni, ma qui è passata sotto silenzio. Mesi di dibattito che i grandi giornali italiani non hanno minimamente preso in considerazione. Troppo americano, certo. Quello che gli Stati Uniti hanno approvato è un provvedimento fondamentale: il Senato ha varato una norma che garantisce alle compagnie telefoniche statunitensi l’immunità qualora consegnino alle autorità federali i tabulati telefonici, compresi quelli che riguardano le conversazioni all’interno degli Stati Uniti.

Non è per fare sempre gli americani a ogni costo, però la differenza è palese. Nei mesi scorsi, quando si è cominciato a discutere del provvedimento, è nata una riflessione complessiva sul sistema delle intercettazioni. Ne hanno discusso in Congresso, ne hanno parlato i candidati alla Casa Bianca, ne hanno scritto politologi, commentatori ai massimi livelli. Una discussione civile: pro, contro, moderati, estremisti. Il tutto in punta di diritto. Si parlava di «terrorismo» e tutti sapevano che per Bush le intercettazioni telefoniche di sospetti estremisti islamici è uno strumento «vitale del governo per garantire la sicurezza degli americani». La privacy passa in secondo piano, perché il ricordo dell’11 settembre non è cancellabile. Uno può essere a favore o contro, non importa.

Quello che impressiona è la differenza del dibattito politico, lo stile usato dai protagonisti. Per la sinistra Usa, la violazione della privacy è una specie di tabù da qualche decennio. La rivelazione di attività di spionaggio sui movimenti politici negli anni Settanta e i sospetti di abusi dei diritti civili degli americani nell’era di Richard Nixon e del Watergate provocarono una serie di violente polemiche. Il clima di dissenso innescò una stagione di riforme che limitarono le attività della Nsa, la più grande e segreta delle agenzie di spionaggio americane, al di fuori dei confini nazionali. Negli Stati Uniti l’agenzia può spiare soltanto persone sospettate di essere «agenti di una potenza straniera» e solo dopo aver ottenuto l’autorizzazione di una speciale corte, la Foreign Intelligence Surveillance Court.

L’11 settembre avrebbe tuttavia convinto il presidente Bush a rompere con il passato autorizzando lo spionaggio interno, nel nome della sicurezza nazionale. Fino a quando una corte federale non dichiarò incostituzionale il programma, in seguito sospeso dal governo. Il Congresso lo ha previsto, con il controllo delle autorità giudiziarie competenti, ma riservandosi il diritto di ritornare sulla misura dopo sei mesi. Il dibattito sulla riautorizzazione è durato un anno. Per i democratici è una questione di principio, per Bush di sicurezza nazionale. «Sono passati quasi sette anni - ha detto da quando 3000 persone sono state uccise, in una mattina di settembre, uomini, donne e bambini, uccisi in mezzo a noi. Quell’attentato ha cambiato l’America per sempre». E diversi devono essere anche gli strumenti «per proteggere una nazione in guerra contro un nemico tenace e senza scrupoli».

I democratici pur in maggioranza al Congresso si sono arresi, in un anno di campagna elettorale, spuntando una pericolosa arma dei repubblicani in vista delle prossime elezioni, quella della sicurezza nazionale. È del resto il cavallo di battaglia dell’attuale presidente e del suo aspirante successore, il senatore dell’Arizona John McCain. Il voto in Senato, un mese dopo il passaggio della legge alla Camera, ha comunque spaccato il partito democratico. Il candidato alle prossime presidenziali, il senatore dell’Illinois Barack Obama ha votato a favore del testo, mentre Hillary Clinton ha votato contro.

Le nuove norme allargano così le possibilità di «ascoltare» le conversazioni telefoniche degli americani sia all’interno dei confini nazionali che fuori riducendo tra l’altro il ruolo della corte speciale. Il testo rivede le regole fissate sin dal 1978 dopo il Watergate. I poteri del governo in tema di intercettazioni sono stati potenziati, consentendo intercettazioni su cittadini non americani per un arco di sette giorni, anche senza autorizzazione del tribunale in casi estrema necessità e nel nome della sicurezza nazionale. Più facile intercettare, quindi. Ma mai, mai e poi mai, un’intercettazione negli Stati Uniti verrebbe fuori. Mai una che non sia attinente a un grave fatto, non certamente ai gusti personali, femminili o maschili di un personaggio dell’Amministrazione. Anche questa è la differenza. Forse la più grande. È la civiltà, l’idea che lo Stato può anche controllarti, ma non va a raccontare i fatti tuoi ovunque.

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