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Contro il "supermercato delle fedi"

In cerca della Verità. Sul ruolo della religione nello spazio pubblico

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“La presenza delle religioni nello spazio pubblico non è un’intrusione ingiustificata, ma una risorsa utile a mostrare a tutti quanto la nostra società plurale abbia bisogno di relazioni buone e pratiche virtuose”. Leggendo le riflessioni del cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, contenute nel suo libro “Buone ragioni per la vita in comune, religione, politica ed economia”, troviamo tante risposte a domande ancora attuali che interpellano i singoli cittadini ma anche, e soprattutto, i protagonisti della vita politica ed economica del nostro Paese.

Il vescovo-teologo che siede sulla cattedra di S. Marco affronta l’attuale fase storica dell’Italia e del mondo occidentale, con lo sguardo di chi non ha paura ad affermare il peso e la rilevanza sociale della fede cristiana. Oggi che viviamo nella fase della post-modernità e del secolarismo di terza fase, come lo definiva Taylor, cioè quello “di considerare la fede in Dio come un’opzione tra le altre”, non c’è una scomparsa del religioso dalla vita personale e sociale. Già qualcuno, infatti, parla di post-secolarismo e di riscoperta di Dio, anche se attuato con modalità ancora problematiche ed incerte. Una società che Pierpaolo Donati definisce “caratterizzata da una fondamentale contraddizione: la contemporanea esaltazione delle differenze culturali e della uguaglianza fra le differenze”, ha bisogno di riscoprire la sua identità, nei singoli e nella sua collettività. Quali suggerimenti, non ricette né soluzioni dogmatiche, offre il cardinale di Venezia?

Innanzitutto occorre uno Stato “capace di dare spazio in forma adeguata a una società plurale, che per questo non sarà mai priva di conflittualità”. Uno Stato certamente non confessionale ma in cui “ciascuno possa portare il proprio contributo all’edificazione del bene comune”, senza escludere nessuno degli attori e soggetti presenti nella società civile. Una nuova laicità. In tale prospettiva il concetto di libertà religiosa indica la possibilità non tanto di cercare la propria religione “in un ipotetico supermercato delle religioni”, ma il “diritto-dovere di ricercare la Verità, senza subire costrizioni o impedimenti”. Lo Stato, quindi, non deve “ridurre le religioni a puro fatto privato ma deve consentire a promuovere l’edificazione di un spazio pubblico nel quale le religioni abbiano modo di raccontarsi”.

Questo permette la nascita di una “moralità comune” che faccia riscoprire “il valore pratico dell’inevitabile vivere insieme”. Infatti solo dentro un contesto di dialogo e confronto tra tradizioni religiose, etiche, morali, è possibile costruire una moralità comune che sia rispettosa delle “esperienze elementari del bene” e del ruolo della ragione di compiere il lavoro interpretativo di discernimento dell’esperienza stessa.

Chiarito il significato di nuova laicità e della libertà religiosa, il Patriarca delinea il ruolo della Chiesa e della politica. Riprendendo le parole di Benedetto XVI dell’enciclica Deus caritas est, dice che “il giusto ordine della società e dello Stato è compito centrale della politica”. Occorre, cioè, che la politica serva la giustizia; che la politica, come attività umana, sia continuamente purificata e liberata dalle ideologie, che sono state “matrice di utopie, sempre violente”, perché “ formule teoriche poi applicate e imposte alla realtà”. La Chiesa, allora, collabora e sostiene la politica in questa prospettiva, ma non la sostituisce. La comunità cristiana aiuta di volta in volta con l’ “impegno critico degli uomini con i processi storici propri della loro epoca”. Non ci sono, quindi, ricette precostituite ma solo il seguire e interpretare la storia, ascoltando e riconoscendo i segni e le indicazioni. L’appello di Benedetto XVI per una “nuova generazione di laici cristiani impegnati” chiede, secondo il Patriarca, un “impegno civile senza trasformare la fede in utopia, l’azione in egemonia e il compito in militanza”.

In questo impegno civile quali i criteri di orientamento per i cattolici? Pur operando in partiti diversi, ribadisce il cardinale, “i laici dovranno praticare il decisivo principio del distinguere nell’unito”. “Non dovranno perdere, nell’elaborazione e nell’attuazione dei loro programmi, il senso della comune appartenenza ecclesiale e mostrare la necessità dell’unità nelle questioni non negoziabili: in necessariis unitas”. Questo, secondo Scola, non diminuisce il confronto e non soffoca la creatività e intelligenza di ciascuno, ma “esalterà la libertà nella sfera dell’opinabile, quando non sono in gioco questioni di principio: in dubiis libertas”.

Questa libertà nell’unità si deve ritrovare anche nell’economia, che durante la crisi finanziaria ha manifestato tutta la sua debolezza antropologico-culturale. L’avarizia idolatra, di cui ha parlato il papa, necessita di una correzione nei rapporti tra Stato e mercato, individuo e comunità. Nei momenti di crisi, avverte Scola, “c’è certamente bisogno di ‘più Stato’, ma per salvaguardare il peso della società civile e per avere più mercato”. Occorre più efficienza perché i costi della crisi “non siano scaricati sugli anelli deboli” della società e soprattutto, auspica il Patriarca, si può realizzare, proprio a partire dalla crisi, “un soprassalto virtuoso accompagnato da una maggiore passione per la comune e realistica edificazione della vita buona e del buon governo”.

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2 COMMENTS

  1. ”Vade retro satana”, il pubblico è civiltà non ignoranza !
    Il ruolo della religione nello spazio pubblico? una
    SETTA non è pubblico, e non può quindi avere attinenza col pubblico. Una setta, un interesse particolare, è chiusura attorno ai propri interessi
    ed esclude quella pluralità che è invece il pubblico. In sintesi, l’ignoranza e la prepotenza
    cattolica devono stare fuori dalla società civile
    plurima e sovrana, perchè se ci entrano è solo per
    fare in quanto settari il proprio interesse di
    parte. Quindi il colloquio è del tutto impossibile.

  2. Ciò che non regge più da
    Ciò che non regge più da tempo è questo uso dei termini BENE, VERITA’, MORALE, come se fossero degli universali, come se fossero assoluti. Ormai è noto che ciò che è bene per me, è male per altri, e viceversa, che la Verità è multipolare e ha molte facce, che l’unico “assoluto” è che tutto è relativo, e che la morale è la testimonianza di questa relatività (o relativismo, come piace dire a voi). Il futuro è la fine degli assoluti, il rinvenimento dell’assoluto nella pura soggettività, la Verità sarà dialogo e ricerca del vero; il bene ed il male non esistono, se mai esistono modi buoni o maligni di fare le cose, ma non cose buone o cattive…

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