In difesa del “porcellum”

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In difesa del “porcellum”

20 Luglio 2007

Il compito che ci siamo assegnati oggi è davvero improbo:
difendere, nei limiti del ragionevole, la legge elettorale in vigore,
barbaramente appellata “il porcellum” dal suo barbaro estensore. Siamo
consapevoli delle difficoltà dell’impresa. In giro non c’è nessuno che abbia
speso una sola parola a difesa del mostro. Ma tant’è! Non è un caso se la
nostra rubrica s’appelli “mulini a vento”.

Secondo la comune vulgata l’attuale caos politico,
l’assoluta incapacità di governo mostrata da Prodi e dai suoi ministri, sarebbe
direttamente imputabile agli attuali meccanismi elettorali. I quali, in
particolare, indurrebbero i partiti a stringere alleanze posticce prima delle
elezioni, nella prospettiva di guadagnare il premio di maggioranza,  per poi cominciare a litigare dal giorno
successivo, paralizzando di fatto l’azione del governo. Da una simile analisi
deriva immancabilmente la ricetta: per superare l’attuale caos occorre ridare a
ciascun attore politico la libertà di stringere alleanze dopo il voto rompendo
le camicie di forza degli attuali schieramenti. Tutti, quindi, per il sistema
tedesco; semmai corretto all’italiana (proporzionale pura, con blanda soglia di
sbarramento e voto di preferenza!)

In realtà, le cose non stanno affatto così e per rendersene
conto basta ripercorrere per sommi capi la storia dei sistemi elettorali negli
ultimi quindici anni. Di fronte al collasso della prima repubblica (causato non
tanto dai giudici ma soprattutto dall’entropia nella quale era precipitato il
sistema istituzionale a causa, anche, di una legge elettorale puramente
proporzionale abrogata furor di popolo) l’Italia si avvia verso una democrazia
dell’alternanza. All’uopo viene predisposta una legge elettorale di tipo
maggioritario con collegi uninominali ad un turno di votazione. Le prime
applicazioni non sono del tutto felici, poiché le colazioni formatesi con il
nuovo meccanismo elettorale mostrano da subito una pericolosa tendenza alla
litigiosità ed al ribaltonismo (vedi Lega nella XII legislatura, Rifondazione
comunista e UDEUR nella XIII legislatura, UDC nella XIV legislatura). Tale
stato di fatto viene immediatamente imputato alla legge elettorale di tipo
maggioritario: partiti troppo diversi si alleano per vincere nei collegi
uninominali, ma cominciano a litigare dal giorno dopo. In particolare il nuovo
sistema viene accusato di esaltare il potere di ricatto e d interdizione delle
ali estreme. Da modesto lettore di scienza della politica la cosa non ci ha mai
convinto: da sempre i sistemi elettorali maggioritari sono ritenuti quelli che
premiano gli elettori mediani (decisivi per l’assegnazione dei collegi) e
quindi tagliano le unghie alle estreme. Qual è allora la causa del problema? Il
fatto è che il mattarellum era non un
sistema maggioritario puro ma un sistema misto che coniugava il voto nei
collegi (75% dei seggi) con il voto di lista (25% dei seggi).

Tale combinazione
si è dimostrata micidiale: non tanto perché in tal modo si attenua la curvatura
maggioritaria del sistema e si indebolisce numericamente la maggioranza di
governo. Quanto soprattutto perché combinare una logica politica dinamica di
schieramento, (la quota maggioritaria), con una logica statica  identitaria (la quota proporzionale)
costringeva gli attori di entrambe le coalizioni ad assumere comportamenti contraddittori
e non cooperativi pena la propria estinzione. In particolare, i partiti minori
costretti a contarsi con il voto di lista erano inevitabilmente indotti a smarcarsi
dalla coalizione di appartenenza, a rimarcare la propria autonoma identità. Se
avessero assunto atteggianti più leali sarebbero inevitabilmente stati
stritolati dai partiti maggiori. Il problema non era quindi la supposta
esaltazione del ruolo delle estreme, ma l’invincibile rissosità dei partiti
minori. Non è del resto un caso che Alleanza nazionale, partito estremo ma
grande del centro destra sia stato assai meno rissoso dell’UDC partito moderato
ma piccolo della medesima coalizione. La verità è che i sistemi elettorali
misti presentano gravi controindicazioni perché tentano di coniugare logiche di
sistema antitetiche e così rischiano di produrre esiti disastrosi.

Nella scorsa legislatura, il centro destra decise – sotto le
pressioni dell’UDC che rivendicava la possibilità di riguadagnare la propria
autonomia dalla coalizione – di varare il famigerato porcellum. Il quale, almeno nelle intenzioni originarie si poneva
un obiettivo ambizioso ma ragionevole; rispettare le identità partitiche di
tutti i soggetti politici (ripartizione proporzionale) garantendo al contempo
la governabilità (premio di maggioranza). Le coalizioni con il porcellum non sono più delle camicie di
forza ma sono frutto di libere scelte politiche. Chiunque se preferisce può
correre da solo senza essere per questo escluso dalla rappresentanza (alla
peggio non parteciperà al riparto del premio di maggioranza). Il premio di
maggioranza viceversa garantisce da un lato un adeguato margine alla coalizione
vincente e dall’altro costringe i partiti che non intendono correre da soli ad
esplicitare le proprie alleanze e (presumibilmente) il candidato premier prima
del voto. Il che è un guadagno non da poco per la democrazia!

Tutto bene dunque? Non esattamente! Il porcellum presenta difetti talmente gravi da rendere prevedibile
con ragionevole certezza che anche nuove elezioni non sarebbero in grado di
regalare al Paese un governo stabile. Vi è in primo luogo l’assurdo meccanismo
del premio di maggioranza su base regionale per il Senato. Si tratta di una
soluzione estemporanea pensata unicamente per scongiurare i rischi di un rinvio
alle camere della legge di riforma del sistema elettorale da parte del
Presidente della Repubblica, per un supposto contrasto con la Costituzione. A
nostro avviso le argomentazioni che furono utilizzate all’epoca erano
totalmente strumentali (non si voleva la riforma e si utilizzava qualunque
strumento per ostacolarla) e prive di pregio (a meno di non ritenere che la
Costituzione precluda premi di maggioranza al Senato o imponga un meccanismo insensato
come quello in vigore). In ogni caso appare chiaro che il premio di maggioranza
su base regionale del Senato ha l’effetto certo di impedire, qualunque sia il
risultato delle urne, la formazione di una maggioranza stabile in Senato.<%2Fp>

Meno grave ma comunque non ragionevole appare la dimensione regionale
delle circoscrizioni elettorali (anche in questo caso frutto della fretta con
la quale è stata varata la legge). Una dimensione sicuramente eccessiva che, di
fronte ad un lista bloccata di candidati, rende assai labile il rapporto
cittadino – eletto. Così come assai discutibile è la possibilità di candidature
multiple in lista bloccata che, grazie al gioco delle opzioni dei
plurieletti,  riduce la vincolatività
della volontà del corpo elettorale.

A nostro avviso questi sono i veri difetti del porcellum ed è su questi punti che
occorre concentrarsi. In ogni caso, si tratta di difetti che poco hanno a che
vedere con la crisi dell’attuale maggioranza e con l’incapacità del Governo
Prodi. Il quale anzi deve la sua stessa esistenza a tali difetti. Infatti se il
premio di maggioranza fosse stato, come sarebbe dovuto essere, calcolato su
base nazionale oggi ci troveremmo con la due camere con maggioranze opposte. La
verità è che le scorse elezioni si sono concluse con un pareggio. E non c’è
nessun meccanismo elettorale in grado di trasformare un pareggio in vittoria
netta. Di fronte ad un pareggio, i paesi civili o tornano a votare o danno vita
a larghe colazioni fra i partiti maggiori con un limitato programma di governo
nell’interesse superiore del Paese.

Quali sono allora le possibilità che abbiamo di fronte? Occorre
in primo luogo valutare l’opportunità di reintrodurre un sistema maggioritario
depurato dai vizi del mattarellum. In
proposito occorre però avere ben chiaro che un sistema elettorale
maggioritario, in particolar modo ad un turno, produce entro breve tempo un
assetto sostanzialmente bipartitico. E noi il bipartitismo lo abbiamo in modo
più o meno consapevole rigettato. Lo abbiamo sfiorato quando, nel 2000, si è
celebrato il referendum abrogativo della quota proporzionale del mattarellum. Ma il Cavaliere, che aveva a
disposizione un rigore a porta vuota, ha preferito la tranquillità nei rapporti
di coalizione alla vigilia delle elezioni, ai rischi della svolta epocale. Ed
ha impedito il raggiungimento del quorum.

Al punto in cui siamo, o si ha il coraggio di riproporre
un’evoluzione bipartitica del nostro sistema e quindi un meccanismo elettorale
maggioritario puro (a turno secco o doppio) oppure, se riteniamo che il
carattere multipartitico appartenga al genio italico (al pari della mamma, del
sole e della mozzarella) meglio tenerci il porcellum,
semmai emendato dei suoi gravi difetti (dovuti peraltro ai suoi tenaci
oppositori). Anche perché, si sa, il peggio non è mai morto. E a noi un modello
tedesco in salsa di Ceppaloni fa tremare le vene ai polsi.