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In difesa del “porcellum”

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Il compito che ci siamo assegnati oggi è davvero improbo: difendere, nei limiti del ragionevole, la legge elettorale in vigore, barbaramente appellata “il porcellum” dal suo barbaro estensore. Siamo consapevoli delle difficoltà dell’impresa. In giro non c’è nessuno che abbia speso una sola parola a difesa del mostro. Ma tant’è! Non è un caso se la nostra rubrica s’appelli “mulini a vento”.

Secondo la comune vulgata l’attuale caos politico, l’assoluta incapacità di governo mostrata da Prodi e dai suoi ministri, sarebbe direttamente imputabile agli attuali meccanismi elettorali. I quali, in particolare, indurrebbero i partiti a stringere alleanze posticce prima delle elezioni, nella prospettiva di guadagnare il premio di maggioranza,  per poi cominciare a litigare dal giorno successivo, paralizzando di fatto l’azione del governo. Da una simile analisi deriva immancabilmente la ricetta: per superare l’attuale caos occorre ridare a ciascun attore politico la libertà di stringere alleanze dopo il voto rompendo le camicie di forza degli attuali schieramenti. Tutti, quindi, per il sistema tedesco; semmai corretto all’italiana (proporzionale pura, con blanda soglia di sbarramento e voto di preferenza!)

In realtà, le cose non stanno affatto così e per rendersene conto basta ripercorrere per sommi capi la storia dei sistemi elettorali negli ultimi quindici anni. Di fronte al collasso della prima repubblica (causato non tanto dai giudici ma soprattutto dall’entropia nella quale era precipitato il sistema istituzionale a causa, anche, di una legge elettorale puramente proporzionale abrogata furor di popolo) l’Italia si avvia verso una democrazia dell’alternanza. All’uopo viene predisposta una legge elettorale di tipo maggioritario con collegi uninominali ad un turno di votazione. Le prime applicazioni non sono del tutto felici, poiché le colazioni formatesi con il nuovo meccanismo elettorale mostrano da subito una pericolosa tendenza alla litigiosità ed al ribaltonismo (vedi Lega nella XII legislatura, Rifondazione comunista e UDEUR nella XIII legislatura, UDC nella XIV legislatura). Tale stato di fatto viene immediatamente imputato alla legge elettorale di tipo maggioritario: partiti troppo diversi si alleano per vincere nei collegi uninominali, ma cominciano a litigare dal giorno dopo. In particolare il nuovo sistema viene accusato di esaltare il potere di ricatto e d interdizione delle ali estreme. Da modesto lettore di scienza della politica la cosa non ci ha mai convinto: da sempre i sistemi elettorali maggioritari sono ritenuti quelli che premiano gli elettori mediani (decisivi per l’assegnazione dei collegi) e quindi tagliano le unghie alle estreme. Qual è allora la causa del problema? Il fatto è che il mattarellum era non un sistema maggioritario puro ma un sistema misto che coniugava il voto nei collegi (75% dei seggi) con il voto di lista (25% dei seggi).

Tale combinazione si è dimostrata micidiale: non tanto perché in tal modo si attenua la curvatura maggioritaria del sistema e si indebolisce numericamente la maggioranza di governo. Quanto soprattutto perché combinare una logica politica dinamica di schieramento, (la quota maggioritaria), con una logica statica  identitaria (la quota proporzionale) costringeva gli attori di entrambe le coalizioni ad assumere comportamenti contraddittori e non cooperativi pena la propria estinzione. In particolare, i partiti minori costretti a contarsi con il voto di lista erano inevitabilmente indotti a smarcarsi dalla coalizione di appartenenza, a rimarcare la propria autonoma identità. Se avessero assunto atteggianti più leali sarebbero inevitabilmente stati stritolati dai partiti maggiori. Il problema non era quindi la supposta esaltazione del ruolo delle estreme, ma l’invincibile rissosità dei partiti minori. Non è del resto un caso che Alleanza nazionale, partito estremo ma grande del centro destra sia stato assai meno rissoso dell’UDC partito moderato ma piccolo della medesima coalizione. La verità è che i sistemi elettorali misti presentano gravi controindicazioni perché tentano di coniugare logiche di sistema antitetiche e così rischiano di produrre esiti disastrosi.

Nella scorsa legislatura, il centro destra decise – sotto le pressioni dell’UDC che rivendicava la possibilità di riguadagnare la propria autonomia dalla coalizione - di varare il famigerato porcellum. Il quale, almeno nelle intenzioni originarie si poneva un obiettivo ambizioso ma ragionevole; rispettare le identità partitiche di tutti i soggetti politici (ripartizione proporzionale) garantendo al contempo la governabilità (premio di maggioranza). Le coalizioni con il porcellum non sono più delle camicie di forza ma sono frutto di libere scelte politiche. Chiunque se preferisce può correre da solo senza essere per questo escluso dalla rappresentanza (alla peggio non parteciperà al riparto del premio di maggioranza). Il premio di maggioranza viceversa garantisce da un lato un adeguato margine alla coalizione vincente e dall’altro costringe i partiti che non intendono correre da soli ad esplicitare le proprie alleanze e (presumibilmente) il candidato premier prima del voto. Il che è un guadagno non da poco per la democrazia!

Tutto bene dunque? Non esattamente! Il porcellum presenta difetti talmente gravi da rendere prevedibile con ragionevole certezza che anche nuove elezioni non sarebbero in grado di regalare al Paese un governo stabile. Vi è in primo luogo l’assurdo meccanismo del premio di maggioranza su base regionale per il Senato. Si tratta di una soluzione estemporanea pensata unicamente per scongiurare i rischi di un rinvio alle camere della legge di riforma del sistema elettorale da parte del Presidente della Repubblica, per un supposto contrasto con la Costituzione. A nostro avviso le argomentazioni che furono utilizzate all’epoca erano totalmente strumentali (non si voleva la riforma e si utilizzava qualunque strumento per ostacolarla) e prive di pregio (a meno di non ritenere che la Costituzione precluda premi di maggioranza al Senato o imponga un meccanismo insensato come quello in vigore). In ogni caso appare chiaro che il premio di maggioranza su base regionale del Senato ha l’effetto certo di impedire, qualunque sia il risultato delle urne, la formazione di una maggioranza stabile in Senato.<%2Fp>

Meno grave ma comunque non ragionevole appare la dimensione regionale delle circoscrizioni elettorali (anche in questo caso frutto della fretta con la quale è stata varata la legge). Una dimensione sicuramente eccessiva che, di fronte ad un lista bloccata di candidati, rende assai labile il rapporto cittadino – eletto. Così come assai discutibile è la possibilità di candidature multiple in lista bloccata che, grazie al gioco delle opzioni dei plurieletti,  riduce la vincolatività della volontà del corpo elettorale.

A nostro avviso questi sono i veri difetti del porcellum ed è su questi punti che occorre concentrarsi. In ogni caso, si tratta di difetti che poco hanno a che vedere con la crisi dell’attuale maggioranza e con l’incapacità del Governo Prodi. Il quale anzi deve la sua stessa esistenza a tali difetti. Infatti se il premio di maggioranza fosse stato, come sarebbe dovuto essere, calcolato su base nazionale oggi ci troveremmo con la due camere con maggioranze opposte. La verità è che le scorse elezioni si sono concluse con un pareggio. E non c’è nessun meccanismo elettorale in grado di trasformare un pareggio in vittoria netta. Di fronte ad un pareggio, i paesi civili o tornano a votare o danno vita a larghe colazioni fra i partiti maggiori con un limitato programma di governo nell’interesse superiore del Paese.

Quali sono allora le possibilità che abbiamo di fronte? Occorre in primo luogo valutare l’opportunità di reintrodurre un sistema maggioritario depurato dai vizi del mattarellum. In proposito occorre però avere ben chiaro che un sistema elettorale maggioritario, in particolar modo ad un turno, produce entro breve tempo un assetto sostanzialmente bipartitico. E noi il bipartitismo lo abbiamo in modo più o meno consapevole rigettato. Lo abbiamo sfiorato quando, nel 2000, si è celebrato il referendum abrogativo della quota proporzionale del mattarellum. Ma il Cavaliere, che aveva a disposizione un rigore a porta vuota, ha preferito la tranquillità nei rapporti di coalizione alla vigilia delle elezioni, ai rischi della svolta epocale. Ed ha impedito il raggiungimento del quorum.

Al punto in cui siamo, o si ha il coraggio di riproporre un’evoluzione bipartitica del nostro sistema e quindi un meccanismo elettorale maggioritario puro (a turno secco o doppio) oppure, se riteniamo che il carattere multipartitico appartenga al genio italico (al pari della mamma, del sole e della mozzarella) meglio tenerci il porcellum, semmai emendato dei suoi gravi difetti (dovuti peraltro ai suoi tenaci oppositori). Anche perché, si sa, il peggio non è mai morto. E a noi un modello tedesco in salsa di Ceppaloni fa tremare le vene ai polsi.

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2 COMMENTS

  1. Concordo in pieno con il
    Concordo in pieno con il contenuto dell’articolo.
    Aggiungo che la presenza di liste bloccate costituisce comunque un elemento di disciplina all’interno dei partiti. Se le liste fossero state aperte alla preferenza oltre alla prepotenza dei partiti delle coalizioni avremmo subito le prepotenze dei cacicchi locali, controllori delle preferenze.
    Per altro la lista blocctata non è meno iniqua del collegio uninominale, dove l’elettore si deve accontentare del candidato scelto dal partito.

  2. per il bipartitismo
    Il porcellum ha tanti difetti ma non quello di aver rinunciato alle preferenze, che portavano avanti soltanto gli appoggiati dalle gerarchie dei partiti o dai mafiosi locali. Inoltre il mattarellum era ben peggio, con la commistione fra i difetti del maggioritario e quelli del proporzionale. Per giungere ad una buona legge bisogna prima chiedersi se si vule il bipolarismo o il bipartitismo. Io propendo per il bipartitismo e allora si divida il territorio in 21 circoscrizioni, una per regione, una per il Trentino, una per l’Altoadige. Si voti in ogni circoscrizione con il sistema proporzionale ma con la clausola che concorrano all’assegnazione dei seggi solo i primi 2 partiti della circoscrizione. Si arriverà subito al bipoartitismo, sempreché si proceda ad abolire il Senato e a cambiare i regolamenti della Camera. Impossibilità di formare gruppi parlamentari diversi dal partito per il quale si è stati eletti, dimissioni obbligatorie se si vuole cambiare partito, soprattutto abolizione dei rimborsi elettorali e del finanziamento pubblico. E per quel che riguarda lo stipendio dei deputati propongo un rimborso spese anche molto alto ma che non conti per la pensione, Chi faceva il maestro prenderà la pensione di maestro facendo contare gli anni da deputato come se avesse continuato ad insegnare. Scusandomi per la sinteticità spero di aver illustrato al meglio il mio pensiero.
    Raffaele Riccardi

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