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La lezione di Wojtyła

In Europa nessuno si aspettava cosa avrebbe fatto Giovanni Paolo II

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Che l’elezione di Karol Wojtyła al soglio di Pietro fosse del tutto inattesa, quanto meno per la stragrande maggioranza delle persone, in quell’ormai lontano ottobre 1978, è un dato incontrovertibile, anzi scontato. Personalmente ricordo la mia totale sorpresa, ma anche la mia gioia per questo “colpo d’ala”: ero allora un sacerdote della diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, impegnato nell’insegnamento della teologia, nella pastorale della scuola e della cultura e in vari altri compiti quotidiani.

Tenterò ora di riflettere non su questo carattere “inatteso”, ma anzitutto sull’impatto che il Pontificato di Giovanni Paolo II ha avuto sull’Italia e sulla Chiesa italiana: è questo infatti il terreno sul quale posso portare un contributo personale, basato in larga misura sull’esperienza diretta. Per la verità la mia conoscenza personale del Papa inizia solo con l’autunno del 1984, quando stavamo preparando il Convegno di Loreto, e diventa un contatto intenso e regolare con la mia nomina a Segretario della CEI, a fine giugno 1986. Proprio gli anni precedenti, cioè i primi del Pontificato, sono stati però, come ho potuto concludere riflettendo su tutto ciò di cui sono stato testimone, o che comunque ho potuto apprendere e ricostruire, gli anni nei quali Giovanni Paolo II si è occupato più intensamente della Chiesa italiana, interagendo sia con i vertici della CEI sia con le diverse realtà ecclesiali presenti in Italia, specialmente con le associazioni e i movimenti laicali.

Il motivo e lo scopo di questo impegno erano profondi ma anche semplici. Man mano che aumentava la sua conoscenza della situazione dell’Italia e della Chiesa italiana, il Pontefice poteva scoprire, o comunque meglio percepire, la presenza di un convincimento diffuso, anche se spesso sottaciuto piuttosto che apertamente dichiarato: la convinzione, cioè, che il processo di secolarizzazione fosse irreversibile e che l’unica strategia pastorale, e anche culturale e politica, che avesse speranza di ottenere risultati non effimeri fosse quella di non contrastare tale processo, bensì di accompagnarlo e, per così dire, di “evangelizzarlo”, evitando che esso degenerasse in un “secolarismo” ostile alla fede cristiana. La pastorale della Chiesa doveva pertanto essere ripensata, lasciando cadere quelle forme che ormai appartenevano a un passato destinato a scomparire e concentrandosi su una catechesi e un’evangelizzazione libere da tentazioni polemiche e anche da un’apologetica troppo difensiva.

Giovanni Paolo II portava dentro di sé una visione diversa, radicata nella sua esperienza personale, storica ed ecclesiale, nel suo modo di vivere e di intendere la fede come nella sua riflessione antropologica e teologica. Egli pensava cioè che la secolarizzazione non fosse il destino inevitabile della modernità. Riteneva, anzi, che il suo punto culminante fosse ormai alle nostre spalle e che il grande compito della Chiesa oggi fosse l’evangelizzazione intesa in senso forte e pieno, come capacità di portare Cristo al centro della vita e della cultura e quindi anche del divenire della storia. Questa era, per lui, la missione della Chiesa: perciò la Chiesa doveva, senza timori e fino in fondo, prendersi cura dell’uomo, nel concreto della sua esistenza e delle sue situazioni. A tal fine doveva certamente “stare dentro” ai tempi nuovi, senza sterili nostalgie per il passato e al contrario con una forte capacità di comunicare nei linguaggi del presente e di anticipare il futuro. Ma doveva anche mantenere tutto lo spessore e la densità umana e popolare della sua fede e della sua pastorale, non ripudiando ma conservando e rinnovando le proprie ricchezze tradizionali e anche devozionali.

Questa, a mio parere, è la ragione di fondo per la quale un uomo di animo aperto e accogliente, rispettoso delle opinioni altrui, portato a superare le divergenze e ad interpretare in senso positivo le azioni e le intenzioni, ha ritenuto necessario intervenire sulle dinamiche della Chiesa italiana per modificarle e “ri-orientarle” in maniera abbastanza sostanziale. In concreto, il Pontefice si è mosso attraverso una serie di contatti, colloqui personali, incontri ufficiali, e anche mediante interventi pubblici che hanno avuto vasta eco. Il più noto di essi, quello che ha rappresentato il punto di svolta nel cammino della Chiesa italiana, è stato il discorso al Convegno di Loreto, l’11 aprile 1985, dove, rifacendosi all’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi di Paolo VI, un predecessore che egli davvero venerava, Giovanni Paolo II chiedeva di operare per l’inculturazione della fede in Italia in modo tale che “il cristianesimo continui a offrire, anche all’uomo della società industriale avanzata, il senso e l’orientamento dell’esistenza” e che “la fede cristiana abbia, o ricuperi, un ruolo-guida e un’efficacia trainante nel cammino verso il futuro”. Già prima, però, il Papa aveva dato chiari segnali in questa direzione, ad esempio nel discorso ai Vescovi italiani del 12 marzo 1982 ad Assisi, nel VIII centenario della nascita di San Francesco, dove aveva parlato della necessità “di un’attiva presenza nei diversi momenti e strutture della vita sociale”, in antitesi a programmi che vorrebbero rendere la Chiesa “assente, vanificandone l’influsso ispiratore”.

E’ interessante notare che il riferimento all’eredità di Paolo VI – e anzitutto al Vaticano II – era comune a Giovanni Paolo II e agli orientamenti che ho prima descritto come diffusi nella Chiesa italiana. Mentre però Giovanni Paolo II privilegiava, in Paolo VI, l’insistenza su un’evangelizzazione forte e pervasiva, sull’altro versante il dialogo era assunto come la fondamentale categoria interpretativa del Pontificato di Paolo VI.

Quando, nel 1986, divenni Segretario della CEI, il Papa seguiva con grande interesse e partecipazione gli sviluppi e i risvolti concreti del “ri-orientamento” di cui era stato promotore negli indirizzi della Chiesa italiana. Proprio gli anni 1986-90, nei quali sono stato Segretario della CEI, sono stati, più che il lungo periodo successivo nel quale ero Presidente, quelli nei quali maggiormente mi sono intrattenuto con lui sulla situazione dell’Italia e della Chiesa in Italia. In seguito è rimasta sempre alta la sua attenzione per la nostra “nazione” (questo era il vocabolo che egli preferiva), ma sarebbe più adeguato parlare del suo amore, perché questo Papa polacco ha profondamente amato l’Italia e l’ha davvero sentita come la sua seconda patria. Tuttavia questa attenzione era meno preoccupata e caratterizzata piuttosto da un senso di fiducia: in concreto dalla convinzione di una grande missione che anche nel nostro tempo l’Italia e la Chiesa italiana sono chiamate a svolgere nel mondo e anzitutto in Europa. Per la verità questa convinzione era sempre stata radicata in lui, ma gli apparve confermata dai fatti quando egli ebbe la sensazione che la Chiesa italiana avesse ormai imboccato con decisione la via di un’evangelizzazione capace di fronteggiare le sfide della secolarizzazione.

Va aggiunto però che ben presto un nuovo e forte motivo di preoccupazione si fece strada nell’animo del Papa: preoccupazione rivolta all’Italia come nazione più e prima che alla Chiesa. Mi riferisco agli anni 1992-94, gli anni di “mani pulite” e della crisi non solo del partito di ispirazione cristiana ma dell’intero sistema politico italiano. Una crisi che Giovanni Paolo II visse con stupore e sofferenza, non tanto per ragioni attinenti alla politica come tale, ma perché vi vedeva una minaccia per la nostra nazione, per il suo radicamento cristiano e per il suo ruolo in Europa. Nacquero da questi sentimenti la sua Lettera ai Vescovi italiani sulle responsabilità dei cattolici di fronte alle sfide dell’attuale momento storico, del 6 gennaio 1994, e due mesi dopo l’iniziativa della “Grande preghiera per l’Italia e con l’Italia”.

Non posso addentrarmi qui nell’analisi di quella Lettera, ma è necessario almeno rileggere un suo ampio passaggio chiave: “Sono convinto che l’Italia come nazione ha moltissimo da offrire a tutta l’Europa. Le tendenze che oggi mirano ad indebolire l’Italia sono negative per l’Europa stessa e nascono anche sullo sfondo della negazione del cristianesimo. In una tale prospettiva si vorrebbe creare un’Europa, e in essa anche un’Italia, che siano apparentemente «neutrali» sul piano dei valori, ma che in realtà collaborino alla diffusione di un modello postilluministico di vita. Ciò si può vedere anche in alcune tendenze operanti nel funzionamento di istituzioni europee. Contro l’orientamento di coloro che furono i padri dell’Europa unita, alcune forze, attualmente operanti in questa comunità, sembrano piuttosto ridurre il senso della sua esistenza e della sua azione ad una dimensione puramente economica e secolaristica. All’Italia, in conformità alla sua storia, è affidato in modo speciale il compito di difendere per tutta l’Europa il patrimonio religioso e culturale innestato a Roma dagli apostoli Pietro e Paolo” (n. 4: le sottolineature sono nel testo).

Affermazioni di questo genere possono sembrare astratte e idealistiche rispetto alle motivazioni immediate della crisi di quegli anni, ma coglievano una dimensione profonda che da allora in poi non ha smesso di venire alla ribalta nella cultura come nella politica e nelle tendenze legislative, in Europa e anche in Italia, sebbene da noi abbia incontrato una resistenza più efficace, che in qualche modo conferma il buon fondamento dell’idea di Giovanni Paolo II di una speciale missione attribuita all’Italia nel contesto europeo. Nel lungo periodo in cui sono stato membro del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa ho del resto potuto constatare che gli Episcopati degli altri paesi europei – dapprima soprattutto quelli dell’Europa ex-comunista, ma poi sempre più anche quelli occidentali – condividono la convinzione del Papa sulla missione religiosa e culturale dell’Italia in Europa, anzi la ritengono un dato di fatto e anche, in misura crescente, un modello a cui fare riferimento per le Chiese delle loro nazioni.

Un altro aspetto saliente del Pontificato di Giovanni Paolo II è la forte consapevolezza della connotazione romana del ruolo del successore di Pietro. Parlando al clero romano il 9 novembre 1978, pochi giorni dopo la sua elezione, egli disse: “Sono profondamente consapevole di essere diventato Papa della Chiesa universale perché Vescovo di Roma. Il ministero (munus) del Vescovo di Roma, quale successore di Pietro, è la radice dell’universalità”. Nei quasi 27 anni di Pontificato Giovanni Paolo II ha mostrato in concreto quanto prendesse sul serio questa dimensione romana della sua missione. E per lui l’essere Vescovo di Roma implicava quasi automaticamente una speciale sollecitudine e responsabilità per l’Italia, di cui Roma è la capitale politica ed è stata – in un passato remoto ma tuttora gravido di significato e di efficacia storica – il centro irradiante e unificatore. Quando la crisi del 1992-94 fu superata, e specialmente quando la malattia costrinse il Papa a rallentare i suoi ritmi di lavoro, proprio la diocesi di Roma divenne il tema prevalente dei nostri colloqui, mentre la situazione dell’Italia rimaneva piuttosto sullo sfondo, sebbene non fosse mai del tutto assente.

Quanto ai modi e alle forme in cui Giovanni Paolo II concretizzava il suo ministero di Vescovo di Roma, occorre anzitutto distinguere tra il governo quotidiano della diocesi, che egli affidava pienamente al Cardinale Vicario, e la presenza, guida e animazione pastorale, per le quali si riteneva in debito di un impegno diretto e di una dedizione senza riserve. Sono stato sempre impressionato anzitutto da questa dedizione che richiamava – al di fuori di ogni retorica – quella del buon pastore che dà la vita per le sue pecore (Gv 10,11) e che lo conduceva ad una presenza a tutto campo: perciò, quando le condizioni di salute lo costrinsero ad alcune rinunce, ne soffriva quasi si sentisse inadempiente alla missione affidatagli.

Altro aspetto che colpiva era la sua capacità di visione e di inventiva pastorale: basti ricordare il Sinodo diocesano del 1986-93, da lui concepito e attuato come una grande scuola dell’ecclesiologia del Concilio Vaticano II, che di fatto ha dato un forte impulso alla crescita del senso di Chiesa diocesana, a Roma tradizionalmente non molto vivo. Poi la Missione cittadina, dal 1995 al 1999: non semplicemente una “missione al popolo”, ma l’attuazione delle grandi idee conciliari della Chiesa popolo di Dio per sua natura missionario. Perciò una missione realizzata da tantissimi cristiani laici delle parrocchie e dei movimenti ecclesiali, oltre che dai sacerdoti, dai diaconi e da tante religiose; una missione che ha raggiunto la maggioranza delle famiglie romane e una larga parte degli ambienti di lavoro. Dal lungo Pontificato di Giovanni Paolo II Roma ha davvero ricevuto tanto, come Diocesi e come città: egli infatti “sentiva” Roma e l’amava profondamente, ne percepiva il fascino e la grandezza ben più di tanti romani e italiani, per i quali questa grandezza rimane nascosta, velata dal grigiore delle quotidiane contrarietà e meschinità.

Nei molti anni del mio rapporto personale con questo grande Papa le dimensioni più ampie e universali del Pontificato non potevano naturalmente rimanere assenti. Per lo più lo incontravo a pranzo o a cena, dove egli amava soprattutto ascoltare ed esprimersi con frasi brevi, ma spesso assai incisive e rivelatrici del suo animo. Da quelle frasi traspariva, ad esempio, il suo forte e acuto senso della storia: lì si mescolavano, anzi sembravano giungere ad un’autentica fusione, un realismo molto concreto e uno sguardo di fede che non perdeva mai di vista, anzi, considerava supremamente efficace e determinante, la presenza di Dio – non un Dio generico ma il Dio ricco di misericordia – nelle vicende del mondo.

Questo senso della presenza di Dio non riguardava solo l’interpretazione degli eventi, ma gli indirizzi da dare al Pontificato e le stesse decisioni da prendere sul momento. Sia per gli uni sia per le altre, quando la volontà del Signore gli appariva chiara, nell’animo di Giovanni Paolo II non rimaneva spazio per discussioni o incertezze. Un esempio di ciò l’ho avuto a proposito dell’ecumenismo, un cammino non facile che ha riservato a questo Pontefice non poche delusioni e lo ha messo talvolta di fronte a scelte che, se volevano rimanere fedeli alla ricerca prioritaria dell’unità dei cristiani, sembravano perdenti dal punto di vista degli interessi e anche del prestigio della Chiesa cattolica. In quei casi Giovanni Paolo II diceva subito, quasi a se stesso prima che ai suoi commensali, “questa è la volontà del Signore”, citando la preghiera di Gesù perché tutti i credenti in lui “siano una sola cosa” e così il mondo creda (Gv 17,20-21). Chiaramente, dietro a questo atteggiamento stava il rapporto personale del Papa con Dio, stavano la sua preghiera e la dimensione mistica della sua vita: qualcosa di misterioso e propriamente non esprimibile ma anche qualcosa di estremamente reale, concreto e vissuto, a cui mi sono spesso trovato davanti.

Da qui traeva origine il suo straordinario, e vorrei dire indomito, dinamismo di evangelizzatore, che lo portava a spendersi continuamente in prima persona ma anche ad accogliere, valorizzare e mobilitare ogni persona o gruppo, energia o proposta che potesse contribuire a rendere presente Cristo tra gli uomini, le nazioni e le culture. In questo suo sforzo Giovanni Paolo II era libero da preconcetti e andava spontaneamente al di là degli schemi e delle contrapposizioni in cui non di rado rimangono irretiti i programmi e le scelte pastorali: per lui non aveva senso un’alternativa tra Chiesa locale e movimenti ecclesiali, o tra questi e l’Azione Cattolica. Per tutti infatti c’era spazio e tutti, ognuno secondo la propria natura, carisma e collocazione ecclesiale, erano chiamati alla “unità di missione” (Decreto del Concilio sull’apostolato dei laici, 2). Vedo qui una delle grandi eredità che questo Papa ci ha lasciato, insieme all’acuta consapevolezza che il nostro – per i credenti in Cristo – è davvero tempo di missione, ovunque e in ogni dimensione dell’esistenza.

La capacità di andare oltre le consuete alternative riguardava ugualmente i rapporti sia con le altre religioni sia con i mondi della cultura e della politica. Giovanni Paolo II era certamente ancorato e radicato con tutto se stesso nella fede cattolica, ma non sentiva e non viveva questa fede come un ostacolo alla libertà interiore e all’apertura verso gli altri. Al contrario, proprio seguendo l’impulso di una fede che ha l’amore come proprio contenuto centrale, egli è stato grande e innovativo promotore del dialogo tra le religioni, in vista della comune responsabilità per l’uomo e per la pace e l’unità della famiglia umana. La difesa che egli ha fatto dell’antropologia e dell’etica cristiana è stata senza dubbio fermissima, in particolare sui temi della vita e della famiglia, e gli è valsa la fama di Papa conservatore. In realtà egli era assai consapevole dei mutamenti culturali e comportamentali in corso e cercava di darvi risposte capaci di aprire la strada a un futuro che valorizzasse, e non umiliasse, la dignità dell’uomo e della donna: il senso di questo sforzo è espresso nella lunga serie di catechesi che egli ha dedicato all’“amore umano” – titolo di per sé molto significativo – nei primi anni del Pontificato.

Davvero straordinario e possiamo dire unico è stato il ruolo che Giovanni Paolo II ha giocato nella politica mondiale. Tuttavia egli era intimamente convinto che il suo compito non fosse politico ma ecclesiale e, direi, “di difesa dell’uomo”: era quindi sempre preoccupato che l’indole e il movente non politici risultassero chiari, anche nei suoi interventi più gravidi di conseguenze politiche.

L’affermazione del Concilio secondo la quale la Chiesa “in nessun modo si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico, è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana” (Gaudium et spes, 76) gli era cara al punto di essere posta in esergo alla sua principale opera filosofica, Persona e atto, composta negli anni del difficile confronto con il regime comunista in Polonia.

Da ultimo vorrei ricordare come questo Pontefice, innamorato della sua patria polacca e della storia di quella nazione, andasse anche qui oltre le alternative: per lui “nazione” non era un concetto esclusivo e contrappositivo, ma un’unità vivente e aperta che realizza pienamente se stessa soltanto all’interno della grande “famiglia di nazioni” (discorso all’ONU, 5 ottobre 1995). In questi giorni, nei quali l’ancora precaria unità europea affronta una difficile prova, posso dare testimonianza del convincimento, radicato nell’esperienza di fede e di cultura di Giovanni Paolo II, che l’Europa abbia una sua unità profonda, storica e spirituale: un’unità che è più forte dei mille contrasti che segnano la sua storia e che fa tutt’uno con la sua missione. Per questo Karol Wojtyła si è tanto battuto dapprima per superare la divisione dell’Europa e consentirle di respirare con entrambi i suoi polmoni, poi per contrastare il suo appiattimento secolaristico e far sì che dalle sue radici cristiane provenga linfa vitale per il suo futuro.

(Intervento del Cardinale Camillo Ruini alla Tavola Rotonda presso l'Università LUMSA di Roma, 18 maggio 2010)

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