In Iraq anche essere tifosi è peccato
27 Luglio 2007
La strage di 58 tifosi che giovedì esultavano nelle strade irachene per la vittoria della loro nazionale di calcio contro la Corea del Sud, ha suscitato solo una curiosità distratta nel mondo, quasi che fosse più importante e strano che l’Iraq abbia una nazionale di calcio e non che qualcuno consideri decine e decine di tifosi festanti, meritevoli di morte atroce, senza processo, in flagranza di reato, o meglio, di peccato….
Questa distrazione, questa incapacità di vedere i fenomeni anche quando sono chiarissimi è tipica dell’occidente. Si dà per scontato che i terroristi islamici sgozzino scolari e professori, massacrino lavoratori, facciano a pezzettini tifosi, intanto “la colpa è dell’America di Bush”, tutto è iniziato con la sciagurata decisione di abbattere Saddam Hussein.
Ma proprio l’attentato contro i tifosi di calcio smentisce risolutamente, nettamente, implacabilmente, questa tesi. Ridicolizza addirittura l’ignoranza crassa di tutti quanti – intero governo italiano incluso – pensano che il terrorismo iracheno sia “reattivo” e che quindi, sottraendogli l’azione sbagliata occidentale – l’occupazione militare – esso cesserà. Rende ridicole le comparazioni che continuamente la vecchia Europa ripropone del fenomeno terrorista islamico come nazionalista, o le tesi ribadite ancora ieri da Vattimo che vede nel kamikaze solo il Davide che abbatte il Golia tecnologico e si rifiuta di entrare nella filosofia della morte che invece lo motiva e lo arma.
C’è stata dunque una ragione profonda, terribile, inquietante, oscena, assolutamente e unicamente religiosa nel motivare la preparazione a freddo, ovviamente prima dell’incontro di calcio – delle due autobombe piazzate proprio là dove i manifestanti sarebbero passati, vuoi in un quartiere sunnita, vuoi (scelte anche queste precise) – in un quartiere misto sunnita-sciita.
Questa ragione è la stessa che ha portato i Talebani a fare esplodere i Budda di Barman, un anno prima della guerra americana, che li ha portati a vietare il volo degli aquiloni, che ha portato i Tribunali Islamici somali, un anno fa, a prendere a mitragliate i giovani che esultavano per le partite dei mondiali e a proibirne la visione.
Questa ragione è il shirk. Il shirk è il più grave peccato per l’Islam e consiste nell’associare a Dio qualsiasi culto per altri dei o oggetti. Per il fondamentalismo islamico – di matrice wahabita e anche deobandita – il volo degli aquiloni, l’esistenza dei Budda –v eri e propri idoli di pietra – così come l’esaltazione per una coppa di calcio in palio, altro idolo materiale, sono appunto casi gravissimi di shirk, di politeismo, di idolatria praticata.
Di qui la punizione prevista dalla sharia: la morte. E’ tutto molto semplice, detto, scritto e rivendicato. Basterebbe leggere. Ma stranamente non lo si fa e quindi non si capisce. Si può essere certi che se la nazionale irachena vincerà la coppa d’Asia –e lo può fare, perché ha i giocatori più disperatamente motivati- altri tifosi verranno puniti a morte dai terroristi islamici.
E sarà a vergogna di chi pensa che andandosene dall’Iraq, ritirando i contingenti occidentali, il terrorismo iracheno, i “partigiani”, come li chiamava Lilli Gruber, non avranno più ragione di agire.
La malattia che produce il terrorismo islamico è ben più drammatica – e grottesca nella sua abissale ignoranza e schematismo religioso – di quanto non si pensi. Porta a uccidere povera gente, del tuo stesso popolo, nella convinzione che abbia peccato perché ha adorato una coppa in palio in un torneo di calcio, come fosse Dio.
Bisogna prenderne atto. Se no, tra qualche anno, agli attentati per apostasia che già si sono susseguiti – o che sono stati sventati – seguiranno attentati contro il shirk anche nel nostro pacioso e distrattissimo occidente.
