In Iraq funziona solo la nuova strategia militare

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Il superamento dello scoglio rappresentato dal voto al Senato americano sulla questione Iraq da parte del presidente Bush, ha un significato politico indiscutibile ponendo l’attenzione sulle scelte strategiche operate nella guerra al terrorismo. Il piano strategico-militare è solo uno dei nodi di tensione del diagramma delle forze che ogni paese in guerra deve gestire con sapienza e coordinazione, pena la sconfitta. Gli altri due sono, rispettivamente, quello della situazione complessiva del paese liberato e, terzo, lo stato interno dove per un paese democratico enorme è la difficoltà di trovare e mantenere il consenso interno su un tema così delicato come la guerra, nel quando la risposta armata non sia una questione di legittima difesa in risposta ad un attacco al territorio nazionale. Perfino negli Usa le diverse opzioni in politica internazionale appaiono viziate più da preoccupazioni interne che suggerite da uno sforzo razionale teso a fornire nuovi strumenti di analisi.

Ancora una volta, nelle cosiddette guerre asimmetriche, il fronte interno si rivela l’aspetto più fragile da maneggiare. E’ nell’opinione pubblica che confluiscono fattori diversi come l’impazienza, la difficoltà a sopportare le perdite di giovani, motivi interni – il tentativo da parte dei democratici, nel caso vittoria di un loro candidato, di non trovarsi a gestire la bollente questione dell’Iraq – fino alla impossibilità di reggere accuse di trattamenti disumani nei confronti del nemico. Certo, la forza morale e di resistenza degli Usa resta ancora impressionante se messa a confronto con quella dei paesi europei. Il numero delle perdite americane è aumentato negli ultimi tempi fino a raggiungere la cifra di 3.600 soldati uccisi da quel marzo 2003 quando la guerra cominciò. Ma la guerra asimmetrica si dimostra per quello che è. Da una parte, vi è il fronte dei jihadisti di ogni tipo che combatte una guerra totale, assoluta, secondo i dettami del generale prussiano: si usa il massimo della forza buttando in campo tutta la ferocia e determinazione con l’obiettivo di non perdere, di mettere sotto scacco un nemico infinitamente più potente, rendendolo incapace di reagire in modo adeguato e colpendo a morte il suo centro di gravità, l’opinione pubblica appunto, logorandone la volontà politica e morale di continuare la guerra fino a distruggerla. Il fine è sempre e solo uno, far scappare l’occupante, umiliandolo come a Beirut nel 1983 e in Somalia nel 1993.

Per gli Stati Uniti all’orizzonte non si intravede nessun altra soluzione che non sia il rimanere a combattere sul suolo iracheno. Il fatto è che però non esiste vittoria militare che non sia accompagnata da una soluzione politica. E’ impensabile che vi sia sconfitta del terrorismo di Al Qaeda e delle bande sciite o che la sicurezza si possa raggiungere senza che un qualsiasi governo iracheno non raccolga un minimo di legittimità. E’ un paradosso, ma fino ad oggi sembra più funzionare la nuova fase della surge del generale Petraeus che il nuovo parlamento a Baghdad incapace di elaborare soluzioni atte a risolvere il conflitto. Da un punto di vista militare, l’iniziativa dei generali David Petraeus e Ray Odierno è entrata in una nuova fase chiamata Operation Phantom Thunder, un vasto e complesso sforzo per distruggere Al Qaeda e le milizie sciite che hanno base nelle città e sobborghi intorno a Baghdad, fino a raggiungere in un futuro, speriamo non lontano, il mantenimento della sicurezza in tutto il paese. Lo scopo dell’attuale operazione è quindi la ripulitura della capitale per garantire la base della vita politica e civile, assicurando il funzionamento “tranquillo” del parlamento, libero da ricatti armati.

Petraeus è riuscito appieno a riprendere l’iniziativa uscendo della logica della reazione colpo su colpo. Attraverso semplici mosse - ma dopo quanto tempo e quanti morti! - il comando americano ha raggiunto risultati impensabili fino a qualche mese fa. Il primo atto è stata la richiesta, ottenuta, di ulteriori cinque brigate che ha permesso non solo di contrattaccare, ma anche di garantire l’ordine nelle aree una volta liberate, evitando gli errori di Falluja, per esempio. Sono seguite, in parallelo%2C la ristrutturazione dei servizi di intelligence che ha reso possibile una migliore conoscenza del nemico, la riduzione delle perdite tra i civili innocenti, l’aumento del numero dei reparti iracheni ed un loro miglioramento nella preparazione. A dimostrazione di tutto ciò vi è la nuova alleanza, come sottolineano R Frederick W. Kagan e Kimberly Kagan su Weekly Standard, tra tribù sunnite e addirittura gruppi di guerriglieri pro-Saddam con l’esercito americano per combattere contro Al Qaeda, il comune nemico.

Resta da spiegare il motivo dell’impressionante ritardo nell’adeguamento della strategia da parte del Pentagono. Il fatto è che non è facile cambiare strategia una volta venuto meno lo scopo principale della guerra irakena; con la mancata scoperta delle armi di distruzione di massa, la guerra ha perso ogni speranza di essere un obiettivo della comunità internazionale e quindi tutto il peso del conflitto è ricaduto sulle spalle degli americani aiutati dai soliti inglesi. Ma occupare un paese, garantirne la sicurezza e l’ordine, ripulirlo dalle bande armate, assicurare i confini contro vicini non certo amichevoli sono scopi che richiedono strategie diverse dalla guerra lampo high tech di Rumsfeld, per non parlare degli errori commessi anche all’interno di quella strategia.

A tutt’oggi, il polo più problematico risulta essere il fronte politico iracheno, dove lontana è la garanzia di un quadro politico istituzionale che possa essere fungere da stella polare per la scelta delle azioni da parte degli americani. L’attuale primo ministro risulta fortemente sbilanciato a favore degli sciiti e delle loro milizie, comprese quelle di Moqtada Al Sadr; il parlamento non riesce a legiferare né sull’amnistia né riesce a sciogliere il nodo della ripartizione delle risorse petrolifere; i “fedeli” alleati kurdi non esitano, quando possono, ad attaccare la Turchia e qualche gruppo flirta perfino con Al Qaeda ed i sunniti ancora pagano caro il rifiuto di partecipare al processo democratico.  Oscuro perciò risulta il futuro dell’Iraq, indeciso tra stato unitario (democratico o autoritario), scelte federali (leggere o nette) o stato tripartito seguendo le diverse linee di faglia tribali, etniche e religiose. Questa incertezza non fa altro che rendere ancora più difficile l’adozione di una ferma strategia da parte dell’amministrazione americana e ciò a riprova che i progressi politici e istituzionali di per sé non bastano a ridurre i conflitti armati.

Dal maggio 2003 fino alla metà del 2006, il focus della politica dell’amministrazione Bush era rappresentato dallo sviluppo della democrazia. E’ in questa luce che vanno letti il succedersi delle trasformazioni istituzionali: a metà 2004 viene resa la sovranità al popolo iracheno, nel gennaio 2005 si tengono le elezioni dell’Assemblea Nazionale provvisoria, nell’ottobre 2005 si ha l’approvazione della Costituzione per via referendaria e nel dicembre 2005 ecco le elezioni di una nuova Assemblea Nazionale. Tutti elementi sovrastimati nella possibilità di ridurre la violenza settaria attraverso la creazione di istituzioni inclusive ed equilibrate. Scelta pericolosa, perché per vivere una democrazia ha bisogno di presupposti forti, come ho avuto occasione di dire in un articolo di giugno su Ragionpolitica. Innanzitutto, vi deve essere un’entità che si chiama “stato” e questa è data solo se è in grado di detenere il monopolio della violenza, o qualche cosa che vi assomiglia, cioè se dimostri la capacità di garantire l’ordine costituito, di offrire la risorsa fondamentale al suo popolo: la sicurezza. In secondo luogo, si devono presentare, se non tutte quasi, quelle precondizioni che hanno reso viva l’idea procedurale liberale di democrazia attraverso il concetto di uguaglianza dei cittadini in quanto appartenenti ad uno stesso territorio e non più visti come sudditi; come deve essere qualcosa di reale la concezione del contratto sociale, la relazione giuridica fondante i rapporti tra stato e individuo e capace di rafforzare un clima di fiducia nel paese. E dulcis in fundo, se vi è, una effettiva separazione tra religione e stato.

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1 COMMENT

  1. In Iraq funziona solo la strategia militare
    Ho letto il Vs articolo sull’Iraq e della possibilità che gli USA hanno una sola opzione,
    vincere in Iraq. Sono daccordo con l’articolista,
    una ritirata unilaterale degli USA dallo scac-
    chiere mediorientale iracheno sarebbe visto come
    un trionfo sia per i terroristi di tutto il mondo
    ma anche per i partiti comunisti nostrani che ve-
    drebbero con grande soddisfazione l’umiliazione
    della maggiore potenza mondiale.
    Mi permetto però sia come amico degli USA che come
    alleato europeo di esternare, sia pure nel mio
    piccolo, alcuni consigli per il buon esito del-
    la missione. Secondo me occorre addestrare anco-
    più truppe irachene in modo da metterle in condi-
    zione di operare da sole almeno nei settori meno
    impegnativi. Assicurare al governo locale la sicu-
    rezza necessaria alla sua operatività ma nel con-
    tempo rimodulare l’intervento sul campo in modo da
    lasciare meno marines possibili in giro per Bagdad.
    Già mi sembra di aver detto qualche giorno fà che
    ormai glim USA devono pensare a rivedere la guerra
    al terrorismo poichè hanno già perso quasi 4000
    uomini e speso 1 trilione(1.000.000.000.000)una
    cifra stratosferica e non è ancora finita.
    L’importo di questi stanziamenti dirottati sul
    capitolo terrorismo fà si che altre nazioni rivali
    approfittino dell’impasse USA per concentrarsi
    su altri capitoli strategici come ricerca, economia assicurandosi dei vantaggi nella competizione internazionale.
    A mio parere è prioritario investire nell’aerospaziale che è l’industria del futuro.
    La nazione o le nazioni che riusciranno a mantenere ed accrescere questo vantaggio saranno
    quelle che se la caveranno meglio nel tempo a venire, per cui a mio parere l’Iraq si è importante ma fino ad un certo punto poiche nuove
    sfide planetarie si affacciano perpotentemente come Cina, India e anche UE+Russia.

    Cordiali saluti

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