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In Liguria la sfida tra Biasotti e Burlando si gioca sulle infrastrutture

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Raramente le vicende politiche della Liguria fanno notizia, ed è un peccato, perché rappresenta un osservatorio - piccolo solo per le dimensioni - dell’impatto della “questione settentrionale” nel corpo e nella tradizione della sinistra.

Oggi, come il Piemonte, si differenzia dalla Lombardia, dal Veneto e dal Friuli, per una evidente differenza: sia il capoluogo che la regione sono governati dalla sinistra. Particolarità che non si può non mettere in relazione con la straordinaria modificazione sociale che hanno subìto i due capoluoghi.

Genova e Torino (dove si vincono o si perdono le elezioni, perché le due provincie superano il 50% degli elettori), infatti, si distaccano da tutto il contesto settentrionale per un aspetto drammatico: hanno subìto una radicale deindustrializzazione. Il “triangolo industriale” con Milano è ormai questione di archeologia, la decimazione delle grandi industrie è stata a Genova praticamente totale (chiusa l’Italsider, la Siac, l’Asgen, l’Ansaldo Meccanico, ridotto il porto dai 9.500 camalli degli anni settanta agli attuali poco più di mille), mentre  ha resistito solo un polo industriale di grande tecnologia (molto competitiva, ma con pochissimi addetti) e la cantieristica, salvata dalle navi da crociera (ma non si sa ancora per quanto). Ripiombata nella sua tradizione “terziaria”, Genova vive su un proprio, straordinario, know how commerciale esattamente millenario, su un turismo rivierasco che però ancora si muove con logiche da anni sessanta (fatto salvo il grande successo dell’Acquario genovese, che però non porta clienti né agli alberghi né ai ristoranti) e sulla propria centralità nel sistema dei trasporti settentrionale. E’ naturale quindi che lo scontro politico – e gli spostamenti dei flussi elettorali - si muovano sulla grande, eterna partita della modernizzazione dei trasporti, in una situazione di tale obsolescenza che ancora vede molti operatori preferire i porti olandesi o tedeschi (Rotterdam, Amburgo e altri minori) perché competitivi in termini o di costi, o di rapidità nel movimento delle merci.

Sandro Biasotti e Claudio Burlando si sfidano – sono testa a testa, con un lieve vantaggio alterno - non solo sulla sanità, come tutti, ma su sfide che appaiono ostrogote a chi non frequenta Genova: Terzo valico, Gronda e Bruco. Il primo è il terzo traforo appenninico, la seconda indica i nuovi svincoli autostradali che permettano di bypassare l’intasato nodo delle uscite genovesi (l’autostrada è anche una via di comunicazione interna al Comune, paradosso che solo Genova conosce al mondo), il terzo è un sistema automatico di trasporto dei container dal porto alla pianura padana.

Il tutto, con un formidabile impatto sulle popolazioni che risiedono nei pressi dei nuovi tracciati, perché qualsiasi soluzione tecnica non risolve lo straordinario impatto di chi si trova da un giorno all’alto un enorme viadotto letteralmente sulla testa. Qui, molti gli errori non di Burlando, ma del sindaco di Genova Marta Vincenzi, che ha eccessivamente pigiato il pedale sul consenso dei danneggiati, sollevando ovunque vespai, preoccupazioni proteste. Un quadro caotico – aggravato dalla perenne sfida tra Burlano e la Vincenzi per l’egemonia interna alla sinistra - che ha portato al paradosso della firma col ministro Matteoli dell’accordo istituzionale e formale per il nuovo tracciato della Gronda, a cui il presidente Burlando ha rifiutato di partecipare.

Una tematica, che vede Biasotti disporre di un non piccolo vantaggio: tutte le opere di cui Genova ha assolutamente e urgente bisogno passano per la scrivania di Caludio Scajola, ministro per lo sviluppo economico, riconosciuto e indiscusso leader del Pdl ligure.

Biasotti ha avuto poi in Marta Vincenzi anche una inaspettata alleata su un tema sensibilissimo: la moschea del Lagaccio. Con totale mancanza di sensibilità sui tempi, la Vincenzi ha infatti deciso di accelerare la costruzione di una mosche sul terreno comunale – ceduto in comodato gratuito - del popolarissimo quartiere del Lagaccio, a ridosso del porto. Questo, nonostante che larga parte della popolazione del Lagaccio, un tempo tradizionalmente di sinistra, si sia mobilitata per impedire questa iniziativa. Per di più un esponente islamico degli immigrati ha enfatizzato l’errore della Vincenzi, ventilando addirittura iniziative terroristiche dei suoi giovani musulmani, se la moschea venisse negata.

Questo tema, riporta alla prima grande incognita (interessantissima) delle elezioni liguri: la Lega. Priva di un forte impianto organizzativo, la Lega ha riscosso nelle ultime tornate elettorali un consenso consistentissimo in tutte le zone popolari della regione, espugnando addirittura la Valle Bormida (ex Ferrania, Acna di Cengio), feudo della sinistra sin da fine ottocento e tutto indica che questo trend (che tradizionalmente sfugge ai sondaggi) si replicherà il 28 marzo, probabilmente con grosse sorprese.

Infine, l’incognita rappresentata dall’elettorato dell’Udc. Esattamente come in Piemonte, infatti, Pierferdinando Casini ha deciso di schierare l’Udc ligure a fianco della coalizione che sostiene Burlando, di cui fa parte peraltro anche il Prc di Ferrero e il Pdci di Diliberto. Molti, moltissimi i mugugni, molte le proteste anche di sindaci di importanti cittadine e attesa per il risultato delle urne (esattamente come in Piemonte): la base elettorale di Casini (che proviene dalla Dc Tavianea, o ancora più tradizionalista) seguirà le indicazioni del partito (e qui l’iperlaicismo della Vincenzi è un ostacolo di nuovo non piccolo, come quello della Bresso), oppure seguirà ubbidiente il capitombolo di Pierferdinando (peraltro non ben comprensibile)? La risposta a questi due questiti sposterà l’ago della bilancia.

 

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