Storia dimenticata

In memoria di Aleksandr Solženicyn testimone (dimenticato) delle atrocità dell’utopia socialista

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«Non dimenticate la vostra stirpe, il vostro passato, studiate quanto riguarda i vostri nonni e antenati, adoperatevi a rafforzarne la memoria»: così ebbe a scrivere sull’importanza della memoria e del passato Pavel Florenskij pochi anni prima di morire fucilato dal regime sovietico per presunte “attività controrivoluzionarie”. Dalle riflessioni di Florenskij emerge tutta l’importanza di ricordare ciò che è stato, come nel caso del centenario della nascita, avvenuta l’11 dicembre 1918, della vita e del pensiero di Aleksandr Solženicyn che, in ragione della sua esperienza e delle sue opere, può essere considerato a tutti gli effetti uno degli ultimi autori occidentali, oggi quasi del tutto estinti, non soltanto genuinamente liberi, ma difensori della autentica libertà. Preliminarmente occorre notare l’indifferenza con cui il mondo occidentale in genere ed europeo in particolare si è approcciato ad un tale anniversario, dimostrandosi così almeno due caratteristiche dell’attuale scenario culturale alquanto preoccupanti: in primo luogo una generica noncuranza per la storia, trascuratezza che comporta la possibilità di ripetere gli errori e perfino gli orrori del passato; in secondo luogo, a fronte di una continua esaltazione della libertà viene dimostrata una carente conoscenza della reale natura della stessa e dei suoi più grandi maestri tra cui si può e si deve annoverare Solženicyn.

Solženicyn, infatti, con la sua opera ha ricordato al mondo occidentale in genere, ed europeo in particolare, l’importanza della libertà, specialmente quando questa può essere perduta a causa della tirannia, come è stata quella comunista.

Avendo personalmente subito la persecuzione comunista, venendo condannato ad otto interminabili anni di detenzione nei gulag staliniani, Solženicyn può essere ritenuto, infatti, come il testimone più credibile e concreto delle atrocità dell’utopia socialista. Tra i molteplici meriti intellettuali di Solženicyn, non a caso, è opportuno ricordarne almeno tre, proprio in riferimento al comunismo sulla cui tragicità e disumanità la cultura europea non ha ancora sviluppato una adeguata e organica riflessione. In primo luogo, Solženicyn ha contribuito a demitizzare l’ideologia comunista che, nella sua pretesa di garantire un paradiso in terra, si era costituita come una nuova forma di religione con una propria escatologia ed una propria ortodossia trovandosi proprio con la natura e con la ragione umana ben presto in totale contrasto.

Nel suo racconto dal titolo “Ego”, non a caso, Solženicyn così ha sintetizzato la descrizione della vita durante il regime bolscevico:«La vita umana era uscita del tutto dal suo corso abituale, sensato, in quanto attività di esseri dotati di ragione; sotto i bolscevichi essa si era nascosta deviando in piccoli torrenti dal cammino tortuoso e ingannevole». In secondo luogo, Solženicyn ha svelato la pericolosità di un sistema sociale, politico e giuridico come quello socialista in genere e comunista in particolare, poiché in un tale sistema il diritto è inteso così formalmente e astrattamente, e lo Stato pensato così totalitariamente, da consentire che proprio tramite la legge e i tribunali si possano perpetrare le più disumane ingiustizie.

In questo senso la conclusione del suo “Arcipelago gulag” è profondamente indicativa:«La sola cosa immutabile è il verso di Derzavin, comprensibile soltanto per il cuore di chi l’ha provato su se stesso:“Un tribunale iniquo è peggio d’un brigante”. Questo sì, è immutabile. Oggi come ai tempi di Stalin, come nel corso di tutti gli anni descritti in questo libro. Sono stati promulgati e stampati molti Principi fondamentali, Decreti, Leggi, contraddittori o concordi, ma non sono essi a reggere la vita del Paese, non è in base ad essi che si arresta o si giudica, che si fanno perizie[…]. La stessa perfida ipocrisia continua a impregnare l’aria che respiriamo, la stessa nebbia di ingiustizia continua ad avviluppare le nostre città, più densa del fumo delle ciminiere. Da più di cinquant’anni si erge questo Stato immenso tenuto insieme dai cerchi d’acciaio: i cerchi, e la loro morsa, ci sono, ma legge non ce n’è».

Infine e in conclusione, l’ultimo grande merito di Solženicyn, per cui andrebbe ricordato e commemorato, consiste nell’aver messo in guardia l’occidente, in modo del tutto profetico considerati i tempi lungamente anticipatori di quelli che stiamo oggi vivendo, dalla illusoria speranza di salvezza rifugiandosi nelle energie di un modello sociale e umano segnato da un capitalismo senza limiti che, nella sua più profonda essenza, si fonda sullo stesso tipo di materialismo su cui si basa il comunismo, rappresentando così un’altrettanto pericolosa minaccia per l’umanità e la libertà. Ecco come intendere, dunque, le sue riflessioni compiute nel 1978 in un discorso alla Harvard University che la classe politica europea odierna farebbe bene a ricordare:«Io che ho passato tutta la mia vita sotto il comunismo affermo che una società dove non esiste una bilancia giuridica imparziale è una società orribile. Ma nemmeno una società che dispone in tutto e per tutto solo della bilancia giuridica può dirsi veramente degna dell’uomo. Una società che si è installata sul terreno della legge, senza voler andare più in alto, utilizza solo debolmente le facoltà più elevate dell’uomo[…]. Quando tutta la vita è compenetrata dai rapporti giuridici si determina un’atmosfera di mediocrità spirituale che soffoca i migliori slanci dell’uomo[…]. Nelle prime democrazie, compresa quella americana alla sua nascita, tutti i diritti venivano riconosciuti alla persona umana solo in quanto creatura di Dio; in altre parole la libertà veniva conferita al singolo solo sotto condizione, presumendo una sua permanente responsabilità religiosa: tanto sentita era ancora l’eredità del millennio precedente. Solo duecento anni fa, ma anche cinquanta, in America sarebbe parso impossibile accordare alla persona umana una libertà senza freni, così, per il soddisfacimento delle sue passioni. Tuttavia, da allora, in tutti i paesi occidentali questi limiti e condizionamenti sono stati erosi, ci si è definitivamente liberati dell’eredità morale dei secoli cristiani con le loro immense riserve di pietà e di sacrificio e i sistemi sociali hanno assunto connotati materialistici sempre più compiuti. In ultima analisi si può dire che l’Occidente abbia sì difeso con successo, e perfino con larghezza, i diritti dell’uomo, ma che nell’uomo si sia intanto completamente spenta la coscienza della sua responsabilità davanti a Dio e alla società. Durante questi ultimi decenni l’egoismo legalistico della filosofia occidentale ha prevalso definitivamente e il mondo si ritrova in un’acuta crisi spirituale e in un vicolo cieco politico. E tutti i successi tecnici, cosmo compreso, del tanto celebrato Progresso non sono stati in grado di riscattare la miseria morale nella quale è piombato il XX secolo».

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