In nome della libertà e dei diritti in Iran l’Italia ha il dovere di alzare la voce
22 Giugno 2009
Per una parte consistente del centrodestra, una nuova consapevolezza identitaria è maturata solo a seguito dell’11 settembre 2001. Si comprese allora che non bastava riferirsi ad “una certa idea del mercato” che era stata negata per tutto il XX secolo, e nemmeno appellarsi a una concezione sanamente individualista a fronte delle ideologie trionfanti al tempo delle masse. Si avvertì allora la necessità, piuttosto, di riaprire una riflessione sull’Occidente, sulla sua tradizione, sulla sua cultura e sul lungo processo di sedimentazione della libertà in questa parte del mondo.
Fu così abbandonata un’attitudine esclusivamente difensiva, per assumere il coraggio di esportare l’idea di democrazia e dei diritti della persona ad essa connessi laddove questi diritti venivano violati, e nei luoghi in cui da quelle violazioni sarebbero potute nascere sfide mortali nei confronti della nostra civiltà e del suo portato di libertà e rispetto.
Da allora sono passati quasi dieci anni e molte cose sono cambiate. In particolare, l’urgenza di trovare un nuovo stabile assetto del mondo dopo la fine del bipolarismo ha spinto a valutare in tutta la sua importanza l’esigenza d’integrare l’etica delle nuove convinzioni con una necessaria azione diplomatica. Ma a una condizione: che le ragioni della diplomazia non si spingano fino al punto di sacrificare la consapevolezza maturata all’alba di questo secolo.
In Iran i fatti e gli accadimenti sembrano chiari. Non ci sono state “forzature” esterne. Non c’è stata nessuna sommossa preparata a tavolino da questo o quel servizio segreto occidentale. Non c’è stato nessun particolare incoraggiamento e, purtroppo, neppure sono intervenuti quegli osservatori internazionali dell’Osce sguinzagliati ai quattro angoli della terra tranne laddove ve ne sarebbe veramente bisogno.
A fronte di tutto ciò, c’è un regime che non sappiamo se abbia barato. Ma che, certamente, dietro una residua parvenza di gioco democratico nasconde la sua ferocia. E questa si esprime nei proclami antisemiti, nel disprezzo per le donne, nell’intolleranza religiosa che non ammette alcuna reciprocità e, da ultimo, nella repressione di manifestazioni al costo di non importa quante decine di morti.
Come si è detto, abbiamo comprensione per la prudenza diplomatica. Ma, di fronte a questo scenario, anche l’Italia deve battere un colpo. E’ importante per la nostra politica estera, ma assume un significato anche per quel che riguarda l’identità della parte politica attualmente al governo.
Se non si vuol considerare altro, si tenga in conto almeno di questo: tra le nuove generazioni che si stanno affacciando alla vita pubblica, la lettura dei cosiddetti romanzi di formazione indica l’esistenza di due filoni con carica ideale contrapposta. Da un canto l’astratta esaltazione di una libertà di stampo illuministico che si ricava dalla lettura di "Angeli e demoni" o del "Codice da vinci"; dall’altro la concreta denunzia degli orrori nei confronti dei più deboli, donne e bambini, dei libri di Hosseyni.
Come possiamo pretendere di far credere ai nostri giovani che la libertà da conquistare sia quella che nasce da una tradizione che non è’ mai stata egoistica, che ha cercato di esportare diritti, progresso e democrazia, e non l’altra che si invera in un ideale scientista astratto, se poi di fronte al sangue versato da quanti cadono sul campo perché il loro Paese possa sfuggire anche solo in parte all’oscurantismo e al fanatismo, restiamo timidamente in silenzio?
