In Palestina decapitano i gay, ma per la sinistra il problema è Israele
11 Ottobre 2022
L’ossessione anti-israeliana della sinistra radicale, italiana ma non solo, è cosa tanto nota quanto deplorevole. L’ostracismo continua sempre e comunque, anche quando sono i fatti a dar loro torto. Ahmad Abu Marakhia era una ragazzo palestinese, omosessuale felice della propria vita. Aveva commesso un solo reato: essere se stesso e, si sa, in Palestina è inaccettabile. Sotto l’Autorità Palestinese, infatti, questo significa meritare una condanna di dieci anni di carcere, a Gaza è prevista la pena di morte.
Marakhia era scappato in Israele ed era un attivista per i diritti LGBT+. Viveva a Tel Aviv in una casa famiglia, chiamata The Different House, che ospita gay arabo-israeliani vittime di violenza e discriminazione. Il suo cadavere è stato ritrovato decapitato in Cisgiordania, a Hebron. Ma l’orrore non finisce qui. Sui social network, prima che venissero censurati, avevano iniziato a diffondersi dei video della salma smembrata.
Una storia davvero triste e ingiusta quella di Marakhia, che ha trovato spazio solo sulle colonne de Il Foglio, de Il Giornale e de Il Manifesto. Gran parte della sinistra che si dice progressista, che è pronta a dichiarare omofobo chiunque osi criticare il ddl Zan, tace. Tutti in silenzio, perché ammettere che esistono dei problemi per gli omosessuali che vivono in realtà islamiche sarebbe una contraddizione. Per loro.
Intanto in Israele sono ben 90 rifugiati palestinesi gay che sono scappati dall’inferno islamico della Palestina, ma ricordarlo pare brutto. Pare di destra, “orrore”. Ma non finisce qui. Le associazioni LGBT+ israeliane, oltre ad aiutare queste persone, sono malviste a livello internazionale. Al Gay Pride di Madrid non sono state invitate, a quello di Berlino sono stati obbligati a presentarsi come “delegazione di Tel Aviv” anziché “di Israele”. A quanto pare interessa più il politicamente corretto delle vite umane, ce ne ricorderemo alla prossima fatwa.
