In questa nuova fase politica al Corriere spunta De Bortoli

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In questa nuova fase politica al Corriere spunta De Bortoli

30 Marzo 2009

Ma davvero Ferruccio de Bortoli è stato bloccato dall’accettare la presidenza della Rai da una telefonata di Giovanni Bazoli che lo voleva al Corriere della Sera? In realtà sarebbe stata, invece, la concreta possibilità che de Bortoli diventasse direttore della Repubblica (con annessa telefonata debenedettiana che lo ha bloccato sulla soglia di via Mazzini) che ha spinto i soci della Rcs a richiamare l’antico direttore.

Già in grande difficoltà rispetto al quotidiano di Largo Fochetti – come ha raccontato all’Infedele Massimo Pini (l’uomo di Salvatore Ligresti nel consiglio di amministrazione della Rcs) – per le perdite di copie, il Corriere avrebbe subito pesantemente la concorrenza dei “repubblicani” se alla loro testa si fosse posto un uomo come de Bortoli che conosce bene il nord e Milano, e che sicuramente avrebbe impostato una svolta, assestando su posizioni e soprattutto su toni più moderati il quotidiano oggi diretto da Ezio Mauro.

Finché la partita è stata politica, cioè finché si è cercato un candidato che “modificasse” la linea del Corriere, de Bortoli è stato fuori dai giochi. Quando però, superata l’idea di una “nuova” linea, si è passati a considerazioni più “commerciali” quella dell’attuale direttore del Sole 24 ore è parsa la soluzione opportuna: garanzia di un prodotto pulito, persona in grado di interloquire con una redazione che dovrà affrontare una non semplice ristrutturazione, e infine una pedina in meno per la diretta temibile concorrenza.

Certamente in sé Paolo Mieli, lo Schopenhauer dei direttori italiani di quotidiano, è più bravo di tutti, persino di Eugenio Scalfari. E quando ha voluto dirigere un giornale, ha dimostrato tutte le sue capacità. La sua fase però al Corriere si era proprio chiusa. La sua direzione era iniziata sulla base della solida fiducia di Gianni Agnelli, ma anche con qualche simpatia – innanzi tutto via Claudio Martelli – con Bettino Craxi. Poi però era arrivato il ciclone di Mani pulite che aveva distrutto la classe dirigente milanese. E circa dieci anni dopo, sempre in una città che faticava a tenersi insieme, c’era stata la liquidazione del delfino di Enrico Cuccia Vincenzo Maranghi. In questo periodo di ferro e di fuoco Mieli non era stato solo un direttore di giornale, era stato un punto di riferimento tra l’Italia (in particolare Roma e Torino) e Milano (in particolare con la Procura di Milano). Era stato – e in un momento, uscendo dal suo proverbiale low profile, l’aveva persino dichiarato – una sorta di ago della bilancia nella classe dirigente innanzi tutto milanese, in una fase politica in cui gli sbandamenti a destra e a sinistra mostravano un quadro politico non assestato.

Oggi la Milano della finanza sembra avere ritrovato una sua stabilità con l’arrivo di Cesare Geronzi in Mediobanca che tiene bene insieme tutti da Marco Tronchetti Provera a Salvatore Ligresti, dai Moratti ai Marcegaglia. Mentre in Italia il processo politico si è consolidato in un partito saldamente alla guida del governo, il Pdl, e in un partito prevalente all’opposizione ancora un po’ ubriaco ma che potrebbe presto stabilizzarsi.

Tutti i ruoli di supplenza esercitati per una lunga fase di emergenza paiono meno attuali. Lo si nota in tanti settori: dai magistrati ai sindacalisti.

Certo, un po’ di turbolenze restano: la Lega fa i suoi giochi, Gianfranco Fini cerca uno spazio, Pierferdinando Casini è manovratore di una qualche abilità. Francesco Rutelli scalpita. Anche nella finanza del Nord qualche spazietto per manovre è rimasto: Corrado Passera tenta di estromettere da tutti i luoghi che contano Bazoli. Luca Cordero di Montezemolo cerca di mantenere con le unghie e con i denti un qualche ruolo sulla scena pubblica. Ma sono episodi di retroguardia che non giustificano l’impegno di un grande giornale che rappresenta una grande città. Un grande giornale che invece deve tornare a fare il suo mestiere di informare sulla politica, magari anche sostenendo in certe circostanze una parte o l’altra e naturalmente prendendo posizione quando lo ritiene opportuno, ma rinunciando a “costruire” quadri politici. Compito che è meglio affidare a chi svolge ruoli diversi.

Parliamo di questa vicenda corrierista nella rubrica di Vento del Nord perché protagonista diretta del suo esito non è stata la politica romana come si è in qualche modo scritto e da varie parti, ma la città di Milano con le sue dinamiche, i problemi aziendali della “sua” stampa, il ruolo della “sua” finanza e il “suo” peso politico.