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Il conflitto siriano e la comunità internazionale

In Siria c’è la guerra civile. Se ne sono ‘accorti’ pure Russia e Lega Araba

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Continuano le rivolte popolari in Siria, iniziate nel Dicembre scorso con la grande ondata di proteste e d’agitazioni delle popolazioni dei paesi nordafricani, e si aggravano con i fatti accaduti in questi ultimi giorni che confermano la tesi che ipotizzava l’instaurarsi di una vera e propria guerra civile in Siria.

Il regime di Bashar Al Assad, l’attuale presidente della Siria, è stato sfidato nuovamente dai militari ribelli siriani, organizzatisi in un movimento di liberazione nazionale, chiamato “Free Syrian Army”, ed hanno attaccato una base di intelligence dell'esercito di Damasco, a Maara al-Numan.

Questa è stata la prima volta in cui una forza militare siriana anti-regime, costituita da connazionali insorti, ha avuto modo di sferrare un pesante attacco al governo autoritario della famiglia Assad.

Il risultato che emerge chiaramente dall’attacco di due giorni fa ad opera dei ribelli siriani, attesta l’alto livello della loro organizzazione militare e la loro capacità di sfidare l’esercito ufficiale di Assad. Altri attacchi armati sono avvenuti proprio nei giorni scorsi ed hanno avuto come obiettivo principale le sedi delle ambasciate del Qatar, degli Emirati Arabi Uniti e del Marocco.

Protagonisti di questi ultimi assalti alle sedi di rappresentanza internazionale di Damasco sostenitori attivi del presidente siriano, in seguito alla decisione presa dalla Lega Araba di sospendere la Siria, minacciando il governo di Damasco con sanzioni economiche qualore il piano di pace dell'organizzazione panaraba, formalmente accettato dalle autorità siriane il 2 novembre scorso, non fosse rispettato.

Cresce insomma la pressione sul regime di Bashar al-Assad, sempre più isolato, mentre il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, avverte che la situazione appare sempre più simile a quella di “una guerra civile”. La rivolta in Siria non è affatto una semplice ed esclusiva repressione di una rivolta popolare all’insegna della libertà e della democrazia.

E’ soprattutto la nascita di una vera guerra civile, ove coloro che si oppongono al regime militare al potere reagiscono ormai alla violenza con violenza, assaltando e dando alle fiamme sedi di tribunali, carceri, caserme militari e commissariati di polizia, uccidendo soldati, agenti delle forze dell’ordine e i “collaborazionisti” del potere di Assad. Come mai gli Stati occidentali non intervengono militarmente per salvaguardare la popolazione siriana dai cosiddetti crimini contro l’umanità?

Perché non vengono concretamente messe in atto delle misure che evitino questi genocidi, e tutelino in questo modo i tanto amati diritti dell’uomo e del cittadino? Cosa sta aspettando il neo paladino della giustizia e liberatore di popoli, il presidente francese Nicolas Sarkozy, nell’avanzare in prima linea, da buon fante, in Siria come ha fatto in Libia per salvare le popolazioni e far cadere un regime dittatoriale e sanguinario?

“La Siria non è la Libia, – disse qualche tempo fa Bashar Al Assad – non faremo la loro fine e qui da noi non si ripeterà lo scenario libico.” Assad quel giorno sapeva cosa stava affermando e aveva proprio ragione, come dimostrano i fatti. Mai parole furono più vere. Il perché dell’adozione della politica del non intervento da parte dell’Occidente sta nell’importanza politica ed economica che questo Paese, la Siria, ha e ricopre.

Se si intervenisse militarmente in Siria, tutta l’area del Medio Oriente subirebbe un grandissimo terremoto che causerebbe la rottura di esplicite ed insospettabili alleanze, e di molti accordi economici taciti. Inoltre Bashar Al Assad può contare su alleati potenti all’interno e all’esterno della regione siriana, tra i quali l’Iran, il supporto fornitogli dagli Hezbollah e dagli estremisti fanatici di Hamas, la Russia, la Cina e molti paesi del sud America.

Queste alleanze sono ben note ai paesi membri del Patto Atlantico, e questo deterrente si aggiunge a quello che l’esercito siriano è di gran lunga più forte di quello libico, e non è frammentato e disorganizzato come quello di Gheddafi. Infatti le forze armate siriane sono tra le più numerose, meglio equipaggiate e addestrate dell’intero Medio Oriente. La Siria, oltre a ciò, è in possesso anche di armi chimiche e biologiche e le sue armate paramilitari sono tra le più consistenti del mondo.

Ecco svelate le motivazioni per le quali non è facile considerare l’opzione di intervenire militarmente in Siria, sottolineando inoltre il fatto che non sarebbe una guerra lampo quella che si andrebbe a realizzare, e ciò comporterebbe molti costi, anche in termini di vite umane, da sostenere tra l’altro in un periodo non proprio florido, economicamente parlando, in cui le finanze occidentali sono per lo più in ginocchio e in “guerra” l’un l’altra.

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2 COMMENTS

  1. Le finanze dei paesi occidentali sono in ginocchio
    Ecco un lato positivo della crisi, se per mancanza di soldi (non certo per un soprassalto di coscienza) l’Occidente non andra’ a bombardare la Siria come la Libia, per sostenere una delle due parti di una guerra civile. Naturalmente la parte che verrebbe aiutata (e che gia’ ora e’ rifornita di armi) e’ quella degli alleati degli USA, gli islamici sunniti, che poi procederebbero alle solite vendette, persecuzioni di minoranze e di cristiani ecc. Ma gli USA otterrebbero la base navale che ora e’ frequentata da navi russe e per questo si possono benissimo fare qualche migliaia di morti.
    Speriamo che la Russia e la Cina non cedano. PS. Una volta ero anticomunista.

  2. Non ora
    Non so se per il disgraziato popolo siriano la disgrazia piu’ grande sia di continuare a tenersi questo sanguinario dittatore oppure l`altra disgrazia, dell`eventuale dopo Al Assad. Questo stesso ignaro popolo, che ora s`imola per la liberta’, verrebbe prima adulciorato con elezioni, “libere”, farsa, che verrebbero vinte dall`islamismo, e poi massacrato, dai “fratelli” musulmani, ancor piu’ d`ora, al solo menzionare la parola liberta’. A questo popolo bisognerebbe, invece di sanzioni, far giungere il messaggio che farsi ammazzare ora e’ controproducente, convincerli di calmarsi, di sopportare, d`attendere e vedere cosa succede a chi, prima di loro, e’ stato “liberato” dal tiranno che si li trattava male ma allo stesso tempo li proteggeva da un male assai peggiore. L`Europa, l`America, la Russia, la Lega Araba e tutto il mondo libero devono farsi promotori di quest`operazione di convincimento ed allo stesso tempo combattere l`appetito vorace dell`islamismo nel modo piu’ duro.

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