In Somalia si muore di fame e il mondo finalmente entra in azione

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In Somalia si muore di fame e il mondo finalmente entra in azione

27 Luglio 2011

La comunità internazionale finalmente si muove per far fronte alla crisi umanitaria nel Corno d’Africa. È previsto per oggi – dopo un rinvio di ventiquattro ore – l’avvio di un ponte aereo di aiuti alle popolazioni afflitte dalla carestia e dalla siccità nell’area al confine tra Somalia, Kenya ed Etiopia. L’intervento è stato deciso lunedì a Roma nel corso del summit straordinario della Fao, convocato su richiesta della presidenza francese del G20, in quella che è diventata una vera e propria corsa contro il tempo. La carestia riguarda ormai 11 milioni di abitanti dei Paesi del Corno d’Africa. Secondo l’Unicef, sono due milioni e mezzo i bambini che soffrono di malnutrizione, di cui mezzo milione ha solamente il 40% di possibilità di sopravvivenza. La decisione delle Nazioni Unite risponde all’appello “d’urgenza” lanciato durante il meeting dal vicepremier somalo, Mohamed Ibrahim, affinché la Somalia possa essere aiutata “ad aprire corridoi umanitari per il trasporto di aiuti alimentari”. Nel frattempo, la Banca mondiale ha approvato lo stanziamento di 500 milioni di dollari (348 milioni di euro), di cui oltre 8 milioni verranno impiegati per un’assistenza immediata alle popolazioni, mentre la restante parte sarà destinata al finanziamento di progetti a lungo termine nel settore agricolo. L’Unione europea ha invece promesso 100 milioni di euro. Ma il Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-moon, in un appello mondiale, ha annunciato che i soldi necessari sono “1,6 miliardi di dollari”.

La situazione raggiunge i massimi livelli di allarme nella località di Dadaab, situata nel Nord-Est del Kenya, dove ormai da diverse settimane si assiste a un continuo afflusso di rifugiati provenienti dal confinante Paese somalo. Il numero dei profughi ha superato i 400 mila ed è destinato a salire, con l’Alto commissariato Onu per i rifugiati che – come descritto in un reportage di oggi su Avvenire – non riesce a registrare i circa 1.500 esuli che ogni giorno giungono a Dadaab in condizioni spesso al limite dell’umano. La località keniota, in realtà, accoglie rifugiati sin dal 1991, anno in cui in Somalia è scoppiata la guerra civile. Proprio per questo il campo profughi di Dadaab, considerato il più grande del mondo, può simboleggiare i problemi strutturali che affliggono il Paese africano – non certo sorti in quest’ultimo periodo – e che costringono la popolazione a subire inerme l’abbattersi della carestia e della siccità.

La Somalia è stata infatti dilaniata dal protrarsi della guerra civile, che ha costretto il Paese a ripetuti periodi di anarchia, duranti i quali le varie formazioni parastatali hanno prosperato e contribuito a mantenere spaccata la nazione. I vari governi federali che si sono succeduti in questi anni, infatti, hanno spesso avuto vita breve e non sono mai riusciti a stabilizzare la situazione politica né tantomeno a migliorare quella economica. Nel frattempo, soprattutto a partire dalla metà degli anni 2000, si è assistito all’ascesa dei movimenti islamici, che facevano capo all’Unione delle Corti Islamiche (Icu), il cui primo obiettivo è l’instaurazione ed espansione della Sharia. Dopo la sconfitta dell’Icu nel dicembre 2006, ad opera dell’esercito etiope (alleato dell’allora governo di transizione), la staffetta delle fazioni islamiche passa nelle mani del gruppo insurrezionale al-Shabab – composto da miliziani integralisti legati ad al-Qaeda – che osteggia il governo e la missione dell’Unione Africana (Amisom) e ha sotto controllo alcune aree della Somalia, tra cui quella colpita dalla siccità. Nei giorni scorsi, alcune fazioni del gruppo si erano espresse favorevolmente all’invio degli aiuti umanitari, consapevoli dell’immane tragedia che sta colpendo la popolazione, ma poi il movimento ha virato verso la chiusura all’accesso nella zona da parte degli operatori internazionali. Un rifiuto che ha reso inevitabile – come spiegato dalla direttrice del Programma mondiale alimentare della Fao, Josette Sheeran – l’intervento umanitario da parte delle Nazioni Unite.

La situazione di costante instabilità politica del Paese somalo ha negli anni aggravato pesantemente i problemi di una nazione che sconta storici limiti economici e ambientali. “Gli effetti congiunti di siccità, inflazione e conflitti hanno causato una situazione catastrofica che richiede un urgente e robusto sostegno internazionale”, è l’analisi del direttore generale uscente della Fao, Jacques Diouf. L’intervento umanitario della Nazioni Unite si caratterizza quindi come un’operazione d’urgenza, un tentativo di mettere un freno alla crisi dalle dimensioni epiche che ha spinto milioni di essere umani ai limiti della sopravvivenza. Ma l’Onu è anche consapevole che la situazione in Somalia non migliorerà veramente finché non verranno adottati strumenti efficaci sul lungo periodo, che portino a un incremento delle capacità produttive del settore agricolo. Un primo piano d’azione, in questo senso, verrà presentato entro il 15 settembre e riguarderà la sicurezza alimentare e l’acqua dei Paesi in via di sviluppo, insieme al lancio di un nuovo sistema d’informazione sui prezzi del cibo, che ponga fine alle speculazioni che mettono in ginocchio i contadini di questi Paesi. Senza interventi strutturali, infatti, l’afflusso di aiuti umanitari contribuirebbe a sollevare, almeno in parte, le condizioni della popolazione, ma non eviterebbe il potenziale ripetersi di una situazione di carestia, anche in un prossimo futuro.