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I mandanti: Assad, Ahmadinejad, Nasrallah

Invadere Israele sperando di farla franca

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Finita la "nabka", si ipotizza la presenza di Siria e Iran dietro le proteste dei palestinesi. "L'invasione" di Israele dunque non sarebbe stato un evento spontaneo. Firmano la regia anche Hezbollah e, molto probabilmente, Hamas. Un vero e proprio attacco coordinato su tre diversi fronti (Libano, Golan, Gaza). I morti tra i palestinesi sono oltre dieci, un centinaio i feriti. 

I rischi maggiori per le forze di sicurezza israeliane sono giunti dal confine siro-libanese. Ma le proteste hanno interessato praticamente tutto il perimetro dello stato israeliano, con un’unica eccezione: i territori lungo il fiume Giordano. Il perché è presto detto: Amman non voleva. Qui la polizia è intervenuta per impedire a 200 studenti palestinesi di marciare verso il confine e tutto si è risolto con pochi feriti. Leggeri problemi anche nella West Bank, controllata dal partito Fatah di Abu Mazen. A nord-est, sulle Alture del Golan, la situazione si rivela completamente diversa e per tutta la notte di lunedì sono andate avanti perquisizioni casa per casa. Si cercano possibili infiltrati pronti a colpire. Il portavoce della polizia Micky Rosenfeld, dalle pagine del giornale israeliano Haaretz, annuncia l’arresto di un cittadino siriano. L'uomo è stato fermato in un taxi guidato da un palestinese di Gerusalemme est all'uscita del villaggio di  Majdal Shams, dove sono rimaste uccise due persone durante gli scontri. 

Il Libano è sotto lo scacco di Hezbollah. Il movimento sciita, creato nei primi anni '80 da Iran e Siria per contrastare l'invasione israeliana del Libano, controlla il sud del Paese. Se Hezbollah non avesse voluto disordini non si sarebbero verificati. Il segretario generale dell'organizzazione, Hassan Nasrallah, elogia i dimostranti e promette che il loro "diritto al ritorno" non rimarrà a lungo un sogno. "Bisogna inchinarsi di fronte al coraggio di chi ha protestato ieri alle frontiere del Libano e della Siria con la Palestina occupata, che hanno affrontato la tirannia del nemico con petto nudo e testa alta". Ecco la prova del suo coinvolgimento quindi e dell’appoggio, più o meno indiretto, di Teheran e di Damasco. L’esercito libanese, in stato di massima allerta, ha cercato di garantire l’ordine evitando violazioni della sovranità libanese, ma è stato completamente sopraffatto dalla folla, pur coordinandosi con le forze di pace Onu. Secondo Human Rights Watch, vivono in Libano circa 300.000 palestinesi, in condizioni di particolare difficoltà. Non hanno alcun diritto di cittadinanza, di proprietà e non possono accedere a professioni di spicco. Nemmenoo nel sud, nelle terre del partito di Dio. Hezbollah, che si fa vanto di finanziare servizi sociali, scuole, ospedali e servizi agricoli per migliaia di libanesi, a quanto pare si disinteressa per le reali condizioni dei profughi palestinesi, secondarie rispetto alla missione antisionista. 

L'altro fronte è Damasco, che rompe una lunga tregua. In Siria vivono circa mezzo milione di profughi, alcuni dei quali in campi non lontano dalle Alture del Golan e nonostante ciò, i confini sono rimasti tranquilli per anni. Ma ora che Assad si sta confrontando con la più grave crisi che la sua famiglia e il partito Baath abbiano mai conosciuto, pare difficile credere che le autorità siriane si siano così tanto distratte da non accorgersi di una azione simile. Forse serviva distogliere l’attenzione dei media internazionali sulle violente repressioni scoppiate in Siria negli ultimi mesi. Il non intervento dell’esercito siriano potrebbe rappresentare un chiaro messaggio per Israele e l'Occidente: ecco a cosa andreste incontro, se dovessero cadere il Baath. In una recente intervista al New York Times, il cugino del presidente, Rami Makhlouf, ha dichiarato che "se la Siria dovesse cadere nel caos, allora anche Israele cadrebbe nel caos". Il regime ha preso ovviamente le distanze da queste osservazioni, ma alla luce di quanto accaduto sarebbe errato sottovalutare il loro peso. 

C'è poi l'altra faccia della medaglia di cui tener conto: quale e se ci sarà una risposta di Israele. C'è il rischio che Netanyahu possa radicalizzare la sua politica. Una scelta del genere costerebbe molto cara all'Anp, che entro il prossimo settembre dovrebbe procedere alla dichiarazione di indipendenza dello Stato palestinese in sede Onu. Abu Mazen, ancora una volta, rischierebbe di perdere la credibilità internazionale guadagnata in questi ultimi anni. Per la Siria i pericoli maggiori deriverebbero da un appoggio occidentale ai movimenti di opposizione al regime e da un escalation con Israele sulle Alture del Golan, che al momento le forze di sicurezza siriane non possono permettersi. Anche Hezbollah e l'Iran avrebbero molto da perdere: il sostegno alla causa palestinese portò all’occupazione del 1982 e ad altri inteventi negli anni a seguire. Inoltre i palestinesi in Libano non hanno partecipato alla guerra contro Israele nel 2006, segno di una certa distanza tra profughi ed esponenti dell'organizzazione sciita. Teheran ha altro a cui pensare al momento: i rapporti tra clero e pasdaran (le frizioni Khamenei-Ajmadinejad) preoccupano più di Israele, anche se il presidente iraniano potrebbe trarre beneficio dai fatti di ieri. Insomma, ogni attore regionale avrebbe avuto almeno una ragione per non aggredire Israele. Eppure, puntualmente, è accaduto.

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