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Ispirazione ideale e sensibilità religiosa fra esponenti del liberalismo italiano del XX secolo

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Nella storia del liberalismo italiano del XX secolo è possibile rintracciare un cospicuo gruppo di liberali, che ritenevano del tutto compatibili con la fede religiosa l’appartenenza al movimento liberale o addirittura la militanza nel partito liberale; liberali i quali facevano anzi discendere dalla religiosità che li ispirava - seppure intesa non necessariamente come una specifica professione di fede confessionale cattolica, anzi talora legata ad un cattolicesimo non conformista, talvolta ad una religiosità evangelica, a correnti di misticismo: tovanskiano o tolstoiano che fosse - anche una forte motivazione nella partecipazione pratica alla vita politica, intellettuale, sociale del Paese; liberali che erano preoccupati di un corretto rapporto politica religione per cui da un lato rifiutavano ogni uso strumentale della religione da parte della politica, dall’altro esigevano che l’influenza della religione e delle chiese sulle coscienze, e indirettamente anche sulla società attraverso il patrimonio ideale dei principi morali di cui esse sono portatrici, non si trasformasse da influenza etico religiosa in azione politica. Per avere un’idea della varietà e della larghezza di questa categoria di liberali - non riconducibile dunque ad una esclusiva tipologia o ad un unico modello, se non per la radice religiosa del loro pensiero e della loro pratica - basta fare una serie di nomi che coprono il lungo periodo che va dall’inizio sino agli ultimi decenni del secolo: Tancredi Canonico, Luigi Luzzatti, Giovanni Amendola, Novello Papafava, Tommaso Gallarati Scotti, Francesco Ruffini, Giustino Fortunato, Umberto Zanotti Bianco, Alessandro Passerin d’Entrèves, Bortolo Belotti, Giustino Arpesani, Filippo Jacini, Luigi Rusca, Giovani Malvezzi, Arturo Carlo Jemolo, ai quali si potrebbero aggiungere, con qualche precisazione e distinzione Alessandro Casati e lo stesso Luigi Einaudi.

Le radici etico religiose. Si tratta per lo più di intellettuali e uomini politici non legati al liberalismo dottrinario classico, ma piuttosto a quel modello di liberalismo inglese dal fondo religioso (come quello del Gladstone) che esercitò una larga influenza nell’età del Risorgimento e nei decenni immediatamente successivi; ensibili al principio dell’efficacia del sentimento religioso nella società civile desunto dal Tocqueville; legati taluni a figure di riformatori religiosi dell’Ottocento europeo, in modo particolare Andrei Towianski - da cui attinsero largamente Tancredi Canonico e Giovanni Amendola - e Leone Tolstoi, cui attinse ad esempio Umberto Zanotti Bianco negli anni giovanili, prima di una più precisa e profonda adesione alla fede cattolica. Uomini come Tancredi Canonico, che sosteneva sulla scia del pensatore lituano la necessità di una rinascita dello spirito religioso in simbiosi con un vero spirito nazionale, che vedeva nel ‘temporalismo’ l’impedimento a un vero progresso religioso e civile della nazione, che non giudicava in modo negativo la rivoluzione moderna, ebbero una notevole influenza nell’orientamento di non pochi intellettuali liberali del Novecento (è un caso emblematico quello offerto da Tancredi Canonico presidente del Senato nei primi anni del Novecento, che non accettò l’invito a tenere una commemorazione del vescovo conciliatorista di Cremona, Geremia Bonomelli, per evitare che il suo gesto potesse apparire come una espressione di parte e dare luogo a polemiche). Liberali come Luzzatti, che aveva allargato l’originaria fede ebraica sino ad una forma di ecumenismo “religioso” per cui protestanti cattolici ebrei liberali potevano solidariamente concorrere a garantirsi a vicenda la libertà, sulla base della libertà religiosa e della libertà di coscienza, in una libera convivenza tra le chiese e i raggruppamenti religiosi; Luzzatti per il quale il rifiuto dello stato confessionale non doveva condurre ad uno stato giacobino, ateo o ad una separazione conflittuale come quella attuata in Francia nel 1905, ma ad uno stato che accetta da un lato il contributo di energie morali provenienti dalle chiese e da una religione ricondotta alla purezza originaria, e dall’altro non esita attraverso le sue istituzioni scientifiche ad offrire la possibilità del ritorno agli studi religiosi e storico-religiosi e ad una rigorosa indagine delle discipline e del fenomeno religioso: (Luzzatti, come si sa, non fu solo l’importante uomo politico dell’età giolittiana, ma anche studioso e professore di discipline religiose all’Università di Padova); liberali come Francesco Ruffini, il più lucido e tenace teorizzatore del principio della libertà religiosa.

La radice risorgimentale, gli ideali risorgimentali in cui affondavano i sentimenti e le idee di quasi tutti questi uomini, era particolarmente evidente in personalità come quelle di Zanotti Bianco, di Bortolo Belotti, di Alessandro Casati. Tenendo nel 1955 una commemorazione di Alessandro Casati, dopo averne rammentato gli impegni politici e quelli nelle associazioni culturali nazionali e internazionali, Gallarati Scotti scriveva che queste “attività molteplici in diverso modo si ricollegavano alla sua fondamentale convinzione e tradizione politica liberale, da cui non declinò in nessun momento, ma la cui concezione si approfondiva e si allargava sempre più, superando quelle che erano divisioni contingenti e polemiche di partito, per considerare il liberalismo come spirito e eredità del risorgimento, la cui missione era tutt’altro che ultimata, come esempio di metodo e di costume politico, di dignità parlamentare, di superiore civiltà; ben persuaso che nessuna ricostruzione dello stato si potesse tentare senza un ritorno alle idealità originarie su cui si era formata l’unità nazionale e che rispondevano a un’esigenza non estinta del nostro spirito e della nostra storia” (T. Gallarati Scotti, Introduzione ad A. Casati, Saggi postille e discorsi, Milano 1967, p. 23. Casati dopo una prima fase rivolta ad un riformismo religioso che aveva avuto la sua massima espressione nella rivista modernista Il Rinnovamento, s’era accostato al pensiero di Croce, senza però che questo lo conducesse ad accettarne per intero lo storicismo; aveva attraversato un periodo di transizione “fra aspirazioni religioso-mistiche ed interessi filosofico-speculativi”; si potrebbe insomma dire che egli sia stato mosso da una duplice esigenza: una storico-speculativa che lo avvicinava a Croce e una più intimamente spirituale e religiosa che ve lo distanziava e che sarebbe riemersa nel secondo dopoguerra, anche a seguito del duro sacrificio del figlio caduto nella battaglia per la Liberazione. Ma la sua radice prima erano in ogni caso gli ideali della tradizione risorgimentale).

E non è detto che questi uomini vedessero un Risorgimento rappresentato solo da quegli esponenti della destra storica: Minghetti, Ricasoli, Stefano Jacini, che avevano più a fondo affrontato il problema religioso del Risorgimento, legando questo anche alla necessità di una riforma religiosa della chiesa; altrettanta attrattiva esercitava in molti di loro la figura di Mazzini, con il suo idealismo, con la sua religiosità aconfessionale ma densa di luce morale, con il suo appello alle coscienze invitate a combattere il materialismo, i nazionalismi, la violenza: Gallarati Scotti aveva sin dal 1904 pubblicato una conferenza su Mazzini mettendone in evidenza la radice religiosa, ancorché non legata ad alcuna chiesa, e più tardi, nel 1924, anche Zanotti Bianco pubblicherà un volumetto, Mazzini, commento ad alcune Pagine tratte dall’epistolario, come un richiamo morale alle coscienze di fronte all’avanzare del fascismo.

Zanotti Bianco, Gallarati Scotti, Giovanni Malvezzi s’erano trovati insieme sin dal 1909 nell’attività dell’Associazione per il Mezzogiorno d’Italia, tutt’e tre legati al cattolicesimo non conformista, o meglio all’esigenza di un rinnovamento cattolico propria del gruppo raccolto intorno al Fogazzaro, animati da impulsi quasi mistici e mossi da una profonda coscienza morale che trovava continuità in una esigenza di azione sociale e li spingeva a porre il riscatto dl Mezzogiorno fra le condizioni per una elevazione della coscienza nazionale e un effettivo progresso del Paese.
V’era in questi liberali sopra ricordati una propensione ai principi separatisti e alla visione di uno stato laico e neutrale, ma di una neutralità positiva: lo stato che garantisce la libertà religiosa senza essere né a favore di fedi religiose né a una politica antireligiosa, per cui si ritrova in essi una indiscutibile ripulsa dello “scetticismo laico” di gran parte degli intellettuali e dei politici del tempo. Le posizioni della maggior parte di quei liberali è espressa in maniera lucida da Francesco Ruffini, che sin dal 1901 nel suo trattato su La libertà religiosa aveva scritto, e ripeterà negli anni venti già con il fascismo imperante, che compito dello stato era quello di “creare e mantenere nella società una condizione di cose tale che ogni individuo possa proseguire e conseguire a sua posta quei due fini supremi [la fede e la pratica religiosa da un lato, o la fiducia nella scienza e il rifiuto d’ogni fede dall’altro] come beni supremi senza che gli altri uomini, o separati o raggruppati in associazioni o anche impersonati in quella suprema autorità che è lo stato, gli possano mettere in ciò il più piccolo impedimento o arrecare per ciò il più tenue danno”. V’era insomma in quei liberali - secondo una espressione del Gallarati Scotti - la ripulsa di quella irreligiosità “astiosa” che aveva caratterizzato, specialmente negli ultimi decenni dell’Ottocento, gli anni del positivismo, la scuola e la cultura.

L’attegiamento di fronte alla crisi dello stato liberale e di fronte al fascismo. Per questi liberali animati da una fede religiosa restava fondamentale la distinzione fra politica e religione ma anche la convinzione che la fede religiosa dovesse avere una funzione ispiratrice di un concreto operare politico improntato a “sincerità, correttezza, bontà”; era questa la convinzione di molti liberali come Umberto Zanotti Bianco, la cui intransigenza morale lo indusse a cogliere subito il carattere nefasto del fascismo, da lui definito subito come “un tumore maligno nel corpo della nazione”; come Giovanni Amendola, che lascerà in eredità a molti esponenti del liberalismo italiano un profondo insegnamento: l‘esigenza di una forte tensione morale e religiosa, come condizione per quella educazione alla responsabilità che avrebbe dovuto portare a un più serio impegno per la difesa della libertà e della democrazia (Raponi, 282).

Anche Gallarati Scotti, non per nulla ancora una volta vicino a Zanotti Bianco nella rivista “La Voce dei Popoli”, esprimeva la convinzione che non ci si poteva opporre “al progresso fatale di una civiltà liberale e democratica”; ammoniva contro i pericoli derivanti dall’esasperazione delle correnti nazionalistiche e le grettezze delle vecchie forze liberali propense a nuovi trasformismi. Come Zanotti Bianco, come Amendola, neanch’egli ebbe tentennamenti nei confronti del fascismo e non pensò mai di concedergli prove di appello come avvenne invece, sia pure temporaneamente – e con suo vivo rammarico – per l’amico Casati. In un discorso per l’inaugurazione nel 1924 del Club liberale, un centro di cultura che aveva lo scopo di ridestare nei giovani e meno giovani la “passione per l’idea liberale”, egli invitava a riconsiderare il liberalismo nelle sue idee fondamentali e nel suo spirito, dal momento che per essere liberali, a suo avviso, non bastava più una pacifica difesa dell’idea di libertà e delle libertà costituzionali contro un partito che deteneva ormai tutti i poteri dello stato e dichiarava di non volerli cedere per le via costituzionali. Riaffermare il principio liberale, egli precisava, vuol dire “riconquista volontaria e cosciente di valori ideali” contro un partito “radicalmente ostile alla libertà … impermeabile a quelle idee maestre di moralità, di giustizia, di un diritto uguale per tutti, di rispetto della vita umana e delle fedi degli altri, su cui poggia la civiltà europea, che è in fondo, con i suoi inevitabili errori, una grande civiltà, cristiana nella sua essenza”. A questo pensiero consentiva anche G.A. Borghese, che rispondendo ad una lettera dello Scotti nella quale esprimeva con accoramento i cedimenti che si andavano operando tra le file liberali, constatava come fortunatamente parecchi liberali si stavano accorgendo che con il cedimento al fascismo il liberalismo si era “suicidato”: “forse potrà risorgere – aggiungeva Borghese - perché il suo spirito dobbiamo ritenerlo immortale, come quello del cristianesimo di cui il liberalismo è figlio naturale”.

Come per Zanotti Bianco e per Borghese, anche per Gallarati Scotti il rifiuto del fascismo era innanzitutto un fatto morale e non solo politico. Nel ricordato discorso per l’inaugurazione del Club liberale egli affermava che l’opposizione al fascismo sua e degli amici che si richiamavano ai valori della libertà e al rispetto del metodo liberale aveva “sorgenti più profonde della politica stessa. Nasce piuttosto dalla nostra coscienza di uomini e di italiani. Nasce da una persuasione intima, religiosa per alcuni, che le supreme leggi morali non possono essere toccate e manomesse mai, a nessun costo, nemmeno per una così detta ragion di stato, senza vederle operare contro i loro violentatori, inesorabilmente”
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Un concetto analogo esprimeva Bortolo Belotti, altro solitario credente nella restaurazione della libertà, in un discorso tenuto a Firenze, imperante già il fascismo: “la libertà non si distrugge perché essa non è corpo ma spirito. La libertà è un’idea. La libertà per nostra ventura è inafferrabile, è fuori di noi e sopra di noi. Attaccata si vendica, repressa si risolleva …”; concetto ripetuto con parole quasi identiche da Gallarati Scotti riesaminando più tardi le vicende che avevano portato il fascismo al potere e poi al suo crollo nella seconda guerra mondiale: “quando si tradisce la libertà, la libertà si vendica”.

Superfluo ricordare come molti degli uomini ricordati abbiano pagato in un modo o in un altro, qualcuno con la vita, come Amendola, la loro ferma opposizione al fascismo: Zanotti Bianco esule in patria dopo aver restituito ai ministeri competenti le medaglie di benemerenza e i brevetti di guerra per protesta contro il delitto Matteotti; Borghese indotto più tardi a lasciare l’Italia per l’America, Rusca confinato in uno sperduto paesino della Calabria, Gallarati Scotti e Belotti sottoposti alla vigilanza permanente della polizia fascista e costretti alla fine all’esilio in Svizzera, dove quest’ultimo sarebbe morto senza rivedere la Patria.

Naturalmente ci si potrebbe chiedere quale sia stato l’atteggiamento di questi uomini (specialmente se rimasti, almeno in un primo tempo, in patria) ad esempio nei confronti della politica ecclesiastica del fascismo e dell’atteggiamento della Chiesa verso il regime; quali siano stati i contributi alla elaborazione dei programmi di ricostruzione della democrazia liberale nel corso della guerra, della liberazione e del dopoguerra. Trattandosi per lo più di intellettuali, militanti nel movimento liberale e almeno per qualche tempo anche iscritti al partito come Gallarati Scotti e Rusca, ma restatine talora ai margini, è difficile darne un quadro preciso. Gallarati Scotti, e con lui l’amico Stefano Jacini junior (formalmente aderente prima al Partito Popolare poi alla Democrazia cristiana, ma su una linea di liberalismo pratico), pur accettando la Conciliazione del ‘29 come il definitivo superamento della frattura risorgimentale, non si mostrarono per nulla entusiasti della soluzione concordataria e si adoperarono presso Pio XI, loro guida spirituale negli anni giovanili, a raccomandare fermezza e intransigenza verso le dittature dl tempo. Durante la resistenza e la lotta per la liberazione si mostrarono preoccupati che la resistenza non fosse appannaggio elusivo dei comunisti incoraggiando le formazioni liberali, indipendenti e cattoliche: Gallarati Scotti ottenne personalmente dal governo inglese che fosse affidato a Raffaele Cadorna il comando di tutte le forse partigiane e più tardi prenderà le difese di Enrico Mattei perché con le sue formazioni di cattolici aveva impedito che la resistenza “si tingesse tutta di rosso”. Durante l’esilio svizzero Gallarati Scotti collaborò al supplemento della Gazzetta Ticinese intitolato L’Italia e il secondo risorgimento, il giornale di Einaudi, anche se non organo del partito liberale e cooperò alla stesura del programma liberale, dandovi il suo contributo in particolare su due punti. Il primo riguardava la questione istituzionale: in contatto con la Principessa di Piemonte Gallarati Scotti l’aveva esortata a rientrare in patria a fianco delle forze di liberazione se voleva che vi fosse ancora qualche chance per la salvezza in Italia della monarchia, che doveva assumere il carattere liberal democratico delle monarchie nordiche; in ogni caso la forma definitiva dello stato doveva essere rimessa alla decisione del popolo italiano. Il secondo riguardava l’atteggiamento del partito liberale di fronte alla Chiesa nel dopoguerra e a questo proposito ci soccorre un interessante documento. Rispondendo ad Einaudi che gli aveva inviato, nella primavera del 1944 la bozza di uno scritto intitolato Principi di un programma liberale che doveva servire di base per l’orientamento e l’azione del partito liberale a guerra finita, Gallarati Scotti gli rispondeva in questi termini: “Caro Einaudi, ho letto e meditato a lungo quelli che si potrebbero chiamare Lineamenti informatori di un programma liberale e come tali pubblicare, aprendo così una discussione assai utile e appassionata […]. Già che però ella ha per le mani lo scritto devo esporle alcune mie osservazioni condivise anche da altri. Nel campo giuridico politico è appena accennato il problema di politica ecclesiastica e la Chiesa è messa in seconda linea tra la magistratura, l’università e la stampa. Non vorrei che ciò sembrasse o superficiale o ambiguo. Io sarei del parere di affrontare più decisamente il problema affermando i due principi liberali su cui poggia la civiltà moderna: quello cavouriano […] “libera Chiesa in libero Stato” e quello della libertà di coscienza. Metterei però in luce che il principio cavouriano deve essere applicato tenendo conto delle posizioni storiche della Chiesa in Italia e della soluzione di un secolare conflitto già superato (il Trattato) onde non si pensi che si voglia riaprire un conflitto anziché procedere verso una separazione non dettata da spirito settario ma da un severo spirito liberale […]. Noi dobbiamo insomma evitare, da un lato, il clericalismo e, dall’altro, l’anticlericalismo, tenendo anche conto delle forze religiosae cattoliche con le quali dobbiamo collaborare e delle posizioni assunte da gran parte del clero in quest’ultimo periodo sia contro i tedeschi per la liberazione della patria, sia verso gli ebrei con senso altamente cristiano in loro difesa” (in E. Signori, La Svizzera e i fuorusciti italiani, Milano 1983, p. 109-112).

In questo modo egli riassumeva il pensiero di molti di questi liberali, come Zanotti Bianco, come Luigi Rusca, come Filippo Jacini (fratello minore di Stefano e autore di un bel volumetto sullo spirito della ricostruzione intitolato Principi), che pur accettando la soluzione conciliativa a proposito dei rapporti stato italiano-chiesa cattolica, pensavano che il Concordato non fosse un punto d’arrivo ideale, ma che si dovesse pensare, secondo il principio separatista proprio di molti di questi liberali di fede cattolica, a equilibri più elevati basati sul principio della libertà religiosa e su una società dove chiesa e stato – una Chiesa purificata e senza tentazioni clericali, uno stato laico senza tentazioni anticlericali - cooperassero ad una elevazione degli individui e della società. Uomini consapevoli della presenza di valori di libertà nel cattolicesimo, che non si sarebbero rassegnati ad un uso strumentale e conservatore della chiesa e del cristianesimo, ma piuttosto indicavano questo come fonte di ispirazione etica e religiosa per la vita civile e la democrazia.

Nicola Raponi è professore ordinario di Storia contemporanea presso l'Università cattolica del sacro cuore di Milano.

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