Israele, il Libano e il gas della discordia
29 Luglio 2011
La malattia olandese. L’altra faccia della medaglia è la cosiddetta malattia olandese. Stanley Fisher, il governatore della Banca d’Israele, un’eccezionale economista israelo-americano, ha messo in guardia il paese rispetto all’impatto che potrebbe avere, sui settori economici tradizionali, un afflusso extra di entrate, risultato dello sfruttamento incontrollato delle risorse naturali. È il fenomeno definito dagli economisti come “malattia olandese”, con riferimento a quanto accadde in Olanda nel 1970. La scoperta del petrolio al largo delle coste olandesi provocò il rafforzamento della valuta nazionale e, come risultato, le altre esportazioni diventarono molto più costose e alla fine le industrie economiche tradizionali furono costrette a cessare la propria attività. Per il settore hi-tech israeliano – dal settore all’avanguardia dell’agricoltura alle soluzioni avanzate nel campo militare e della sicurezza – il gas potrebbe essere un’arma letale.
“Stiamo analizzando tutte le caratteristiche della malattia olandese proprio per evitare di cadere nella stessa trappola” – avverte Landau. “C’è un altro paese, la Norvegia, che è riuscito a evitare la malattia. Dobbiamo essere sicuri che la scoperta del gas non metterà fuori pista Israele. Un’idea potrebbe essere investire i proventi nel settore dell’istruzione e delle infrastrutture. Un’altra sarebbe conservare le eccedenze di gas naturale per le esigenze future. Di sicuro, non immetteremo denaro nell’economia in maniera disinvolta, sarebbe come aggiungere benzina al fuoco”.
Un primo passo è stato fatto a marzo, quando la Knesset ha approvato le raccomandazioni del comitato Sheshinsky con una maggioranza schiacciante. Il comitato, composto da esperti, è stato istituito per trovare la migliore soluzione per distribuire i ricavi delle risorse naturali tra le società energetiche e il settore pubblico. Per la prima volta negli ultimi anni, la potente lobby dei magnati del petrolio è stata sconfitta. Il mix di royalty ed entrate fiscali sullo sfruttamento del petrolio e gas è notevolmente aumentato dalla soglia del 30%, il livello più basso dei paesi industrializzati, fino a una cifra compresa tra il 52% e il 62%.
Il gruppo Delek ha assunto lobbisti e professionisti delle pubbliche relazioni per condurre una campagna contro “il cambiamento delle regole del gioco”. Ma senza successo. Il Primo Ministro Netanyahu è stato irremovibile nel resistere alle pressioni, supportato in questo dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica. Non solo sono stati tagliati i futuri profitti delle società energetiche, ma è stato anche costituito un fondo. Il modello a cui ci si è ispirati è stato quello del fondo da 500 miliardi di dollari istituito dalla Norvegia, che ha garantito ai cittadini uno dei migliori sistemi di welfare del mondo.
Il Fondo israeliano, alimentato dalle entrate fiscali del gas, sarà utilizzato per finanziare progetti educativi e sociali. Uno dei maggiori sostenitori di un fondo di questo tipo è stato il rabbino Michael Malchior, capo del Forum Israeliano dell’Azione Civica, il quale pone l’accento sul valore ebraico e sionista di un passo del genere. “C’è la sensazione che il popolo ebraico si trovi qui in realtàsolo per un periodo. La gente chiede se c’è un futuro per lo Stato ebraico, per il Sionismo. E ci sono molti scettici. Quando si prende tale ricchezza e si dice, ‘Non spenderemo tutto adesso perché siamo qui per rimanerci’, oppure ‘Siamo disposti a rinunciare a qualcosa che abbiamo adesso per garantirlo alle generazioni future’, ci troviamo di fronte a un’affermazione cruciale per ogni paese, ma ancor di più per il popolo ebraico e per lo Stato di Israele.
L’effetto regionale. In Medio Oriente non ci sono mai buone notizie senza almeno una cattiva. Lo stesso discorso è valido per la scoperta del gas. Non appena è stato chiaro che Israele aveva raggiunto l’indipendenza energetica, i leader libanesi, con in testa Hezbollah, hanno affermato che i giacimenti scoperti si trovano probabilmente all’interno delle acque territoriali libanesi. All’inizio di quest’anno, il governo libanese ha presentato alle Nazioni Unite una controversia sui confini marittimi con Israele. Inizialmente gli israeliani hanno mostrato i muscoli. “Difenderemo i nostri interessi con ogni mezzo”, aveva risposto Landau alla minaccia, fatta lo scorso febbraio dai rappresentanti di Hezbollah, di colpire il territorio israeliano con i missili. Da allora, Gerusalemme ha abbassato i toni. All’inizio di luglio, il governo ha approvato le linee marittime tracciate con l’aiuto di esperti e le ha sottoposte alle Nazioni Unite, in risposta alla richiesta libanese. Il problema è sostanzialmente tecnico. Israele insiste per risolvere il problema, gli esperti libanesi dovrebbero sedersi al tavolo con le controparti israeliane e negoziare con esse. Uno scenario improbabile, considerando che i due paesi sono bloccati in uno stato formale di guerra.
In realtà le rivendicazioni libanesi, sembrano essere più politiche che economiche. “Anche se la linea libanese risultasse essere corretta – cosa che è improbabile perché abbiamo buoni ragioni dalla nostra parte – Tamar e Leviatano sarebbero chiaramente dentro le nostre acque”, spiega Langotsky, mostrando una cartina in cui ha disegnato le linee contese e i siti dei due giacimenti. “L’estensione massima della zona contesa – aggiunge – è di 15 chilometri, una parte molto piccola, sebbene oggi sia impossibile prevedere se essa contenga del gas”. Oltre a ciò, secondo un rilevamento statunitense, ci sono grosse probabilità che il Libano possa trovare all’interno del suo stesso territorio, non quindi nella zona contesa, una quantità di gas simile a quella scoperta da Israele. “Sono felice per questo. Più il Libano ha da perdere, meno cercherà di farci del male”, conclude Langotsky.
Ma persino una questione tecnica, priva di prevedibili impatti economici, può facilmente condurre, a causa dell’instabilità del Medio Oriente, a una nuova guerra regionale. Israele accusa apertamente l’Iran e la Siria di essere dietro alle rivendicazioni libanesi. “Qualsiasi cosa noi facciamo con successo, loro tentano sempre di rovinarla – dice Landau –. Temiamo che Hezbollah, che guida il Libano, sull’onda delle proteste contro il suo alleato Bashar Assad in Siria, preferisca distogliere l’attenzione aprendo un fronte contro di noi”. Prospettiva che non deve essere sottovalutata. È già accaduto in passato. L’ultima volta, durante le recenti commemorazioni di Nakba e Naksa. Il regime siriano si trovava presumibilmente dietro le manifestazioni dei rifugiati palestinesi sulle Alture del Golan, che si sono concluse con scontri mortali con le forze di sicurezza israeliane. (Fine seconda e ultima puntata)
Traduzione di Valeria Risuglia e Stefano Fiori
(Tratto da Longitude)
