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Italia in Afghanistan: perché dobbiamo supportare le nostre truppe

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Di tragico quanto la recente scomparsa dei sei soldati per mano di un attentatore suicida, c'è stata solamente la reazione di molte realtà politiche e mediatiche italiane che hanno immediatamente chiesto il ritiro delle truppe. Questi signori stanno involontariamente incoraggiando la determinazione e l’estremismo degli insorti che combattono contro la presenza internazionale in Afghanistan e il ristabilirsi di quel regime di tirannia e oppressione che è durato dal 1996 al 2001.

Questo tipo di comportamento non fa altro che incoraggiare ulteriori attacchi e mettere ancora più a repentaglio le vite di afghani e stranieri che stanno lottando per costruire un Afghanistan migliore e di conseguenza contribuiscono anche a incrementare la sicurezza internazionale. Inoltre, questo stesso comportamento farà in modo che gli insorti  giungano alla conclusione che aumentare il numero degli attacchi e la violenza contro le nazioni straniere provocherà reazioni di politica interna sempre più vaste e alla fine porterà al ritiro degli eserciti "invasori".

Invece di supportare e incoraggiare le loro truppe di terra nel momento del più grande bisogno, molti politici e mezzi di comunicazione italiani tentano facili guadagni mediatici a breve termine e a discapito dello stesso interesse nazionale italiano, della reputazione del loro paese nel mondo e della sicurezza dei cittadini. Questa gente non sta soltanto denigrando il sacrificio dei sei soldati morti e mettendo a rischio le altre truppe e le persone coinvolte nella missione in Afghanistan e in altre missioni di peace-keeping in giro per il mondo. Questa gente sta anche (poco saggiamente) mettendo a repentaglio l’intera missione internazionale e tutti i suoi membri, sia militari che civili, assieme alla stabilità e alla sicurezza globale.

È tempo che questi influenti elementi della vita pubblica italiana maturino e assumano maggiore responsabilità. Tra le quaranta nazioni che partecipano alla missione in Afghanistan, l’Italia è il quarto paese per numero di truppe, per non parlare della sua significativa presenza a livello civile e della leadership di missione nell’Afghanistan occidentale, dove un Generale italiano è a capo del Regional Command  West. Essendo tra le prime dieci economie al mondo, l’Italia è anche un principale e importante  membro della comunità internazionale e gioca per questo un ruolo vitale nelle missioni di peace-keeping a livello mondiale, anche in delicate polveriere come il Libano e i Balcani.

Gli appelli al ritiro delle truppe da parte dei politici italiani e dei mezzi di comunicazione serviranno soltanto ad abbattere la determinazione dei soldati e saranno una fonte di imbarazzo, e potenziale risentimenti e contrasti, nel momento in cui le truppe italiane interagiranno con i loro colleghi di altre nazionalità che stanno contribuendo alla stessa missione in Afghanistan. Per non parlare di altri mandati di peacekeeping in cui i soldati italiani sono coinvolti. Oltre a questo, gli appelli al ritiro serviranno soltanto a scoraggiare i civili afghani che lavorano e interagiscono con gli italiani per paura delle conseguenze future. Questa gente arriverà alla conclusione secondo cui, visto che i soldati italiani possono andarsene in ogni momento, è meglio non collaborare con loro per via delle eventuali ritorsioni degli insorti contro chi è andato a braccetto con gli stranieri "invasori".

Durante un recente viaggio in Afghanistan, sono stato in grado di entrare in contatto con i soldati italiani di stanza a Kabul ed Herat e ho potuto toccare con mano la loro serietà, professionalità e attaccamento alla missione. Se soltanto qualcuno tra i politici e i giornalisti italiani riflettesse le stesse qualità di questi soldati, l’Italia sarebbe un posto molto migliore per i suoi cittadini e al contempo godrebbe di una maggiore considerazione all’estero.

Traduzione Andrea Holzer.

 

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