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L'analisi

Italia: quale risemina liberale? Costituenti docet

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La legislatura che stiamo vivendo è una delle più intense mai registrate da quando ci fu l’inizio della seconda Repubblica. La pandemia ha centralizzato buona parte dell’agenda politica. È una legislatura nella quale, al netto dei numeri e dei seggi derivati dalle elezioni del 4 marzo 2018, langue di leadership liberale o, quantomeno, di qualcuno che ne incardini l’ispirazione riuscendone ad esprimere sul piano politico il tutto alla pari dei competitors. Sul piano della comunicazione non si può disconoscere che i più incisivi siano, per lo più, tre o quattro: Grillo, Salvini, Meloni, Renzi. Ovviamente al netto della crescita di appeal o meno di ciascuno dei menzionati.

Ora, tra quest’ultimi, nessuno incarna l’essenza liberale (o almeno fino in fondo). Questo è indiscutibile. È un problema? Certamente. Assolutamente. Indubbiamente. Oggi assistiamo ad un Parlamento (invaghito di grillismo e simil pupulismi vari) che sta annegando nello stento di trovare la boccata d’ossigeno politico-funzionale al meritarsi la sopravvivenza davanti agli elettori: quel che manca è il frutto dei processi d’ispirazione. Ammesso che non manchi, prima di ogni cosa, soprattutto a chi ispirarsi.

Una volta c’erano i partiti che nel determinare la classe politica da offrire al giudizio elettorale erano in costante ricerca e crescita dei migliori e, al contempo, in lungimirante esercizio pratico di prossimità verso il cittadino. Nell’epoca del post berlusconismo, soppiantato prima dal principio della rottamazione renziana e successivamente dal naufragio cinquestelle condito di accenni di pepato sardinismo, c’è un problema enorme quanto (almeno) l’Italia intera e che dovrebbe riguardare altrettanto interamente la politica da A a Z: la risicata presenza liberale che, invece, nella società e nella comunità dello stivale è, velatamente, diffusa.

È un problema, anzitutto, per il bilanciamento degli assetti di potere nel particolare rapporto di natura proporzionale per come costituzionalmente dato e voluto ab origine. È un problema, in secondo luogo, perché il livello di linguaggio giuridico derivante dalle scelte del Parlamento degli ultimi anni ne ha risentito parecchio: esempi ne sono le esperienze normative derivate dal Governo gialloverde, giallorosso e, seppure isolatamente per ora (ddl Zan ad esempio) nell’esperienza Draghi.

È un problema, in terzo luogo, perché rischiamo di polarizzare il Paese sugli stereotipi del populismo, sui pregiudizi della sinistra verso la destra e viceversa (non c’entrando in questo preciso inciso le ideologie di comunismo e fascismo), sull’assenza di confronto dialettico arricchente; confronto, quest’ultimo, che per mantenersi davvero democratico nel lungo periodo ha bisogno, essenzialmente, di alimentarsi di sano contraddittorio politico; cosa per cui l’interpretazione liberale risulta geneticamente predisposta a garantire.

Quale potrebbe essere, allora, una buona pratica per riseminare i liberali nella politica della società italiana? E si badi bene che ciò è occorrente a prescindere dalle inclinazioni politiche del singolo elettore perché, come può dedursi, la componente liberale nel Paese serve a garantire quantomeno una terzietà di metodo nelle dinamiche di interazione tra le rappresentanze che si eleggono in Parlamento.

Ripartire dalla scuola, dalle famiglie, dalle aggregazioni: in queste dimensioni occorrerebbe riportare al centro la conoscenza concreta dei principi fondamentali della Costituzione italiana; un inizio di rassettamento culturale che possa, effettivamente, far permeare le ispirazioni liberali nelle persone unitamente a quelle di solidarietà sociale e democrazia partecipata. Ciò al di là, ad esempio, della neo-normata educazione civica di cui alla legge n. 92/2019 (assurdamente limitata, come insegnamento scolastico, a minimo 33 ore annue).

Il primo Presidente della Repubblica eletto da quando è entrata in vigore la Costituzione italiana (quindi dopo il provvisorio Enrico De Nicola) è stato Luigi Einaudi (nella foto): uomo liberale, europeista, antifascista ed anticomunista. Persona che, sicuramente, ha ispirato nel suo tempo e che continua ad ispirare gli studiosi nonché gli appassionati di cultura liberale. Ma non è l’unico. Anche altri presidenti illustri, non liberali, hanno contribuito a farlo. Il tutto senza delegittimare il valore del ruolo terzo che spetta proprio a colui che politicamente si pone in chiave critico democratica. Ecco se c’è un elemento essenziale su cui poter investire come Paese è sul valore della critica: sia essa giuridica, economica, politica, giornalistica, ecc.

Perché è su questo terreno valoriale che i nostri padri e madri costituenti vollero un’Italia coesa in spirito democratico dando imprescindibile funzione al diverso pensiero. Proviamo ad immaginare un Paese basato solo su destra e sinistra: sarebbe un continuo attacco degli uni verso gli altri poiché foraggiato e polarizzato dal modello unico per rispettivo fronte. Invece la forza della nostra Repubblica è da sempre il pluralismo: ideali a viso aperto. Tipico atteggiamento di chi ha creduto e crede nel contradditorio delle cose per garantire l’essenza più profonda: la libertà di ognuno nel rispetto degli altri. Cosa che questo Parlamento dovrà, prima o poi, discernere dal temporale di linguaggio indecentemente mascherato per buono degli ultimi anni. Che la vittoria di Isabel Diaz Ayoso in Spagna possa fare eco nell’intera Europa per richiamare in campo i liberali?

Staremo a vedere, ma un fatto è certo. La speranza è l’ultima a morire. Chi l’avrebbe mai detto nel 1948? Eppure proprio un liberale primo Presidente della Repubblica democraticamente eletto nonostante la storia liberale stessa avesse narrato e generato, soprattutto nel periodo monarchico prefascista, aspri contrasti per l’eccesso di contraddittorio: ne sono l’esempio lampante i crumiri e i pipistrelli di quella che fu l’esperienza della città pugliese di Martina Franca. Meglio un eccesso di confronto che un eccesso di sconforto: quello che gli ismi totalitari sono preordinati a generare.

L’essenza liberale, pertanto, è a presidio proprio di questo: abbiamo conosciuto il fascismo e ce ne siamo liberati. Speriamo, quindi, di non aver bisogno di toccare con mano anche il comunismo per renderci conto che basta studiarlo con verità di racconto.

Torna utile a tal fine una celebre frase del buon Einaudi che affermava il ruolo imprescindibile del “Conoscere per deliberare”. Certo, quest’ultima avverabile nel concreto finché avremo la forza di non farci soggiogare dal pensiero unico nonché, al contempo, la forza di individuare i tentativi illiberali delle componenti politiche dichiaratamente democratiche, ma affascinate da tutt’altro.

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