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Keira e gli altri: la battaglia dei “detransitioner” e lo stop della Corte inglese al cambio di sesso adolescenziale

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Keira Bell era una teenager con una famiglia problematica alle spalle, incerta sui propri desideri sessuali e sulla propria identità, come tanti altri adolescenti. Ma in Inghilterra fino a ieri era facile, troppo facile, ottenere, in casi come il suo, una diagnosi di disforia di genere ed entrare nel percorso di transizione da un sesso all’altro. E così ha fatto Keira, che a sedici anni si è rivolta alla Tavistock Clinic di Londra e ha iniziato la sua trasformazione da femmina a maschio, dopo aver firmato un consenso informato. Le è stata somministrata la triptorelina, il farmaco che blocca la pubertà, e poi ormoni cosiddetti “cross-sex”, e infine è stata sottoposta a interventi chirurgici.

Ma Keira non aveva voluto davvero tutto questo, e crescendo si è resa conto, con drammatico ritardo, che il suo problema era una difficile accettazione di sé, problema comune a moltissimi giovani: “Non avevo bisogno di chirurgia o farmaci, solo di sapere che andavo bene così come ero…”, afferma adesso. Keira è entrata quindi nelle file, sempre più consistenti, dei detransitioner, persone che vorrebbero tornare indietro, riavere il corpo e l’identità con cui sono nate, e spesso non riescono a farlo. Persone che vivono una penosa odissea di andata e una di ritorno, e non sempre, nonostante tutti i trattamenti a cui si sottopongono, approdano a una serena accettazione di sé.

Keira però non ha subìto passivamente, ha iniziato una battaglia legale, imperniata sull’insufficienza del consenso informato, contro la Tavistock Clinic, e l’ha vinta. Il primo dicembre 2020 l’Alta Corte britannica ha emesso la sua sentenza: un adolescente non ha gli strumenti per capire gli effetti a lungo termine di interventi così invasivi e densi di conseguenze, per esempio sulla fertilità. La Corte ha auspicato quindi che per i minori che vogliano cambiare sesso sia necessaria l’autorizzazione di un tribunale, e non soltanto il consenso del soggetto. E’ interessante notare come le obiezioni al consenso informato esposte dalla Corte siano molto simili a quelle avanzate dall’unico esponente del Comitato Nazionale di Bioetica che ha votato contro l’uso della triptorelina in Italia, Assuntina  Morresi.

Per il Regno Unito questa è una sentenza storica, dato che la politica inglese finora ha sempre accolto le richieste delle influenti associazioni Lgbtq che miravano a destrutturare l’identità sessuale, fino ad arrivare alla cosiddetta self-id, cioè la possibilità di cambiare sesso grazie a una semplice autocertificazione anagrafica. Ma proprio il fatto di essere andati molto avanti su questa strada ha provocato uno stop dovuto alle conseguenze della nuova antropologia, che hanno cominciato a far sentire i propri devastanti effetti. Il self-id è stato da poco fermato dal governo, e ora la sentenza su Keira Bell è un macigno sulla strada della manipolazione dei corpi dei minori.

Qualche tempo fa, quando ancora in Italia non erano passate le leggi sulle unioni civili, sul testamento biologico, quando la legge sulla procreazione assistita non era stata devastata dalle sentenze della Consulta, citavamo spesso la “eccezione italiana”, formula coniata da San Giovanni Paolo II. La nostra tesi, di fronte a chi accusava il paese di essere retrogrado e antimoderno, era che, lungi dall’essere indietro, eravamo avanti. L’Italia era all’avanguardia nella consapevolezza della necessità di difendere l’umano e l’umanesimo contro l’onda anomala della nuova antropologia. Forse oggi si possono finalmente leggere, nel mondo occidentale, i primi segnali di ripensamento. L’Italia dovrebbe essere in grado di cogliere al volo questi segnali e di fermare altre azioni legislative, come il ddl Zan, che vanno in quella direzione. Ne saremo capaci?

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