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Kenya, cosa c’è dietro il rischio di guerra civile

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Così vicino a noi italiani quanto a gusti turistici, il Kenya ne è invece quanto mai alieno e perfino bizzarro nelle sue indecifrabili rivalità politiche. Alchimie, comunque, abbastanza corpose da innescare un principio di guerra civile in cui si è già ammucchiato oltre un centinaio di cadaveri.

Tanto per dirne una, il nome dell’Orange Democratic Movement (Odm) di quel Raila Odinga che adesso ha scatenato l’insurrezione accusando il presidente Mwai Kibaki di avergli scippato la vittoria a colpi di brogli non significa in realtà “Movimento Democratico Arancione” stile Rivoluzione Ucraina come viene ora tradotto in italiano, ma proprio “Movimento Democratico dell’Arancia”. Nel senso che l’Arancia e la Banana erano i contrassegni usati al referendum costituzionale del 2005 per far capire anche agli analfabeti le due opzioni. Banana, uguale sì a una riforma che minacciava le proprietà di stranieri e loro discendenti, permetteva in compenso il possesso della terra alle donne, prometteva una Commissione incaricata di procedere a una radicale riforma agraria, specificava che la proprietà poteva essere “governativa, comunitaria o individuale”, permetteva “tribunali religiosi” anche di fedi diverse rispetto a quelli tradizionalmente concessi alla minoranza islamica, e soprattutto ampliava a dismisura i poteri del Presidente. Arancia invece significava no.

Vinse l’Arancia, col 58,12% contro il 41,88. E l’Odm si formò subito dopo appunto per capitalizzare un risultato in cui erano confluti i motivi più eterogenei: da un voto di opinione liberale timoroso di un’involuzione autoritaria ai timori dei proprietari terrieri di origine europea o asiatica; dalle gelosie della comunità islamiche per la perdita del monopolio sui tribunali religiosi all’avversione delle etnie luo, kamba e masai per una possibile centralizzazione di marca kikuyo. Odinga, figlio del primo vice-presidente del Kenya indipendente, è infatti un luo della sud-occidentale provincia di Nyanza, quella che si affaccia sul Lago Vittoria. Mentre è un kamba di quella Provincia Orientale che in realtà sta al centro quel Kalonzo Musyoka che dopo aver litigato con Odinga per ragioni personalistiche si è candidato con una frazione dell’Odm che per distinguersi si è autodefinita “del Kenya” (Odm-K). I risultati ufficiali, contestati da Odinga, danno a Kibaki 4.584.721 voti, pari al 46,38%, contro i 4.352.993 dello stesso Odinga, il 44,03%, e gli 879.903 di Kalonzo Musyoka, l’8,90%. Sia Odinga che Musyoka sono stati votati in massa da quel 10% di musulmani che si addensa soprattutto nelle due province Costiera (Sud-Est) e Nord-Orientale, e che ce l’hanno con Kibaki per aver acconsentito ad estradare in Etiopia e a Guantánamo alcuni islamici accusati di terrorismo. Tanto per complicare ancora di più il quadro, si può aggiungere che Odinga, mobilitatosi contro la riforma agraria e appoggiato dall’integralismo islamico, è figlio di un vecchio socialista, è di fede anglicana; ha studiato nella ex-Germania Orientale; ha chiamato un figlio Fidel in onore di Castro e una figlia Winnie come Winnie Mandela; si proclama socialdemocratico; e si è affiliato per un po’ all’Internazionale Liberale. 

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Kibaki è invece un kikuyu: etnia di maggioranza relativa, col 22%, concentrata nelle Province Centrale e di Nairobi, e tradizionalmente egemone anche in politica. Anche il padre della patria Jomo Kenyatta, presidente dal 1964 al 1978, era un kikuyu. Solo Daniel Arap Moi, tra i tre presidenti che il Kenya ha finora avuto, era di un’altra etnia: la piccola tribù kalenjin. Il bello è che Kibaki, oggi tacciato di aspirante dittatore, è stato in passato un eroe della rivoluzione democratica che ha scosso l’Africa a partire dal 1989, sul modello dichiarato di quelle insurrezioni democratiche nel mondo comunista da cui gli africani erano rimasti impressionati attraverso le immagini dei telegiornali. Battezzato Emilio da missionari italiani, poi pezzo grosso del partito unico di Kenyatta e Arap Moi fino ad arrivare alla vicepresidenza, nel 1991 si mise subito in proprio al momento dell’avvento del multipartitismo, fondando un Partito Democratico attorno a cui si coagulò prima l’Alleanza Nazionale e poi quell’Alleanza Arcobaleno alla testa della quale nel 2002 stracciò il figlio di Kenyatta Uhuru per il 62% a 31, conquistando la prima storica alternanza democratica nella storia del Paese. In quell’occasione fu appoggiato anche da Odinga, che prima era finito in galera per cospirazione contro Arap Moi, poi era stato nominato dallo stesso Arap Moi ministro dell’Energia, e infine aveva rotto col pesidente definitivamente quando questi gli aveva preferito come suo successore Uhuru Kenyatta. L’accordo era però che si sarebbe fatta una riforma costituzionale per creare un posto da primo ministro da dare allo stesso Odinga: motivo per cui quando vide che il testo proposto al contrario i poteri presidenziali li rafforzava si mise alla testa delle Arance, dimettendosi da ministro dei Lavori Pubblici. Ma anche le Banane si sono nel frattempo raccolte in un Partito dell’Unità Nazionale (Pnu) in cui i vecchi movimenti dell’opposizione democratiche si sono fusi con l’ex-partito unico Kanu (Unione Nazionale Africana del Kenya) di Arap Moi e Uhuru Kenyatta. Oggi i più stretti alleati di Kibaki.

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1 COMMENT

  1. kenya
    Ho letto l’articolo del sig. Stefanini. Mi è parso corretto, ma non scevro di errori, segno che non sempre è semplice interpretare correttamente un paese da noi lontano geograficamente e culturalmente.
    Non sono d’accordo col fatto che i musulmani siano contro Kibaki per via del terrorismo. Vivo e lavoro in Kenya da 17 anni, ho spesso avuto a che fare con la minoranza islamica (6% e non 10%). E’ gente pacifica e capace di dialogo. Si trovano le teste calde, ma non sono certo significative all’interno della comunità. I musulmani kenyani semmai ce l’hanno con il fatto che non sono più maggioranza neppure sulla costa. Solo nel nord-est sono la maggioranza. Basta fare un giro da quelle parti per capire che non saranno quei msuulmani a contribuire grandemente al paese. I musulmani kenyani non riescono ad accettare, semmai, che stanno per perdere quella prominenza economica che hanno avuto per molti secoli.
    Raila Odinga non è poi anglicano (quando per motivi politici va in chiesa, segue una setta evangelica di cui fa parte la moglie). Di fatto egli è assolutamente ateo e anticlericale. Ha saputo usare la chiesa (cattolica e anglicana)quando gli ha fatto comodo. Ma Odinga non sa che farsene della religione. Questo fattore ha sempre giocato contro di lui. Questa volta è stato votato come reazione contro Kibaki. Non bisogna però dimenticare che Odinga fa parte dello stesso gruppo di politici richi, corrotti e semplicemente non attenti ai bisogni della gente a cui fa parte Kibaki e Co. Sarebbe sufficente fare qualche domanda scomoda sulle proprietà di Odinga, come se le è procurate, come abbia fatto a mantenere il controllo assoluto sul mercato delle melasse a Kisumu, del perché dopo anni di rappresentanza in parlamento nel seggio di Lang’ata non abbia ancora fatto nulla per migliorare la situazione di Kibera (il più grande slum dell’Africa che è nel suo seggio), perché abbia bloccato eil processo di Boma che stava dando al paese una nuova costituzione. Altre domande potrebbero riguardare a dove passa le sue vacanze (in Sudafrica in resort privati da 1,000 $ a notte …) e come abbia comprato le varie macchine che possiede, così vale per le proprietà a Karen, Muthaiga e altre zone ‘posh’ del paese.
    Giusto per essere pignoli, ‘arap’ vuol dire ‘figlio di’ e quindi nonva capitalizzato, inoltre i kalenjin non sono ne una tribù ne un etnia, ma una fabbricazione degli ‘etnologi’ inglesi che volevano unificare un gruppo di etnie (da 9 a 12 a seconda di chi le classifica) che vivono nel centro ovest del paese e che hanno origini comuni, ma non troppo.

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