La brutta fine degli intellettuali

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La brutta fine degli intellettuali

11 Agosto 2007

Che fine hanno fatto gli intellettuali al giorno d’oggi? – si chiede l’inglese Frank Furedi nel volume dal titolo molto esplicito  Che fine hanno fatto gli intellettuali? I filistei del XXI secolo (Cortina, Milano, 2007). Risponde che hanno abdicato alla loro funzione: la loro funzione era, dovrebbe essere, è sempre stata finora quella di ricercare la verità e di dirla: dirla comunque, anche se la massa non capisce e irride, anche se il potere preme alternando censure e allettamenti vari. Per quale ragione e in che modo gli intellettuali hanno abdicato alla loro funzione, essenziale affinché una civiltà si mantenga salda e vitale?

Furedi non indica le ragioni ma si sofferma a lungo sulle manifestazioni più macroscopiche di tale abdicazione e sui fenomeni significativi a essa concomitanti. I fenomeni sottolineati dall’autore vanno tutti nella direzione del relativismo: sono il passaggio dall’universalismo al relativismo culturale con il conseguente innalzamento a verità (relativa) di ogni singola cultura, identità, punto di vista; la scomparsa della verità e la sua sostituzione con l’opinione avvalorata dalla forza, dalla convinzione, dalla retorica; la concezione costruttivista che identifica il significato di ogni elaborato, prodotto, teoria, con gli agenti e le circostanze sociali che lo hanno prodotto; l’identificazione della teoria con la percezione soggettiva di essa e il conseguente privilegiamento dello stato d’animo rispetto all’oggettività. Questo insieme di fenomeni segna per Furedi lo slittamento dal ruolo forte dell’intellettuale che esso aveva fino a qualche decennio addietro a un ruolo talmente debole da aver del tutto snaturato la sua funzione. Ne discende che l’intellettuale non pensa più di dover inseguire e trovare la verità, ma che ritiene sia suo compito rispettare tutte le opinioni ed elaborare teorie inoffensive e semplificate al massimo per farsi comprendere dalla gente e non escludere nessuno.

 

Furedi incentra la sua analisi sul mondo universitario, e nota che l’alta formazione si è trasformata via via in una istruzione passiva e mediocre. In qualche modo questa osservazione ci consola: pensavamo di essere solo noi, colpiti da riforme assurde, a lamentare l’abbassamento del livello degli studi. Ma segnalando che il fenomeno è generale finisce con l’inquietarci di più: novello Ortega y Gasset del XXI secolo, l’autore prende spunto dalla situazione universitaria (già di per sé allarmante) per estendere la sua critica al ruolo pubblico dell’intellettuale, alla politica, alla presenza (o mancanza) élites in quanto tali.

Nel 1930 Ortega aveva segnalato in quello stupefacente libretto che è La ribellione delle masse la stessa defezione spontanea da parte delle élites a favore delle masse: esattamente come Furedi oggi, Ortega sottolineava che le masse che prendevano il posto delle élites erano la mediocrità, il conformismo, il desiderio di sentirsi uguali a tutti gli altri, e anche il materialismo, una vera e propria barbarie. Preconizzava un futuro buio per una civiltà che non faceva niente per invertire la rotta, anzi che si crogiolava nella deriva della sua cultura. Lo stesso, quasi un secolo dopo, fa Furedi. Per Ortega la responsabilità della scomparsa delle élites risiedeva in un mutato orientamento dell’animo umano: le masse di piccoli consumatori eternamente in cerca di soddisfazioni temporanee avevano invaso i luoghi delle élites, e le élites non le avevano contrastate affatto. Gli intellettuali si erano fatti lusingare dal successo e dalla popolarità, e avevano barattato ricompense materiali con l’unica felicità che è loro propria: quella della verità, della produzione di opere d’arte, della riflessione.

Per Ortega il mondo contemporaneo presentava due fonti di pericolo per l’intellettuale: il materialismo che soffocava tutto, e i regimi di massa (di un colore e dell’altro). Il suo uomo-massa stava a metà tra il consumatore frenetico della società dei consumi e il seguace passivo di parole d’ordine gridate da un capo carismatico. L’intellettuale (non solo l’intellettuale umanista: anche lo scienziato) non si distingueva, non voleva più distinguersi, dall’uomo-massa: in questo stava la tragedia del suo tempo.

 

Furedi certo parla di fenomeni inquietanti e reali: la licealizzazione delle Università, la scomparsa di intellettuali al di sopra delle parti, l’impoverimento sempre maggiore dell’industria culturale, il cinismo vuoto di contenuto che impera anche nel mondo della cultura. Difficile però essere d’accordo con le cause che egli addita: si può essere più o meno propensi al relativismo, ma è difficile vedere in esso il motivo della scomparsa dell’intellettuale. Così come si può avere più o meno simpatia per il costruttivismo sociale, ma non è corretto identificarlo con la cancellazione dal nostro orizzonte dell’idea di verità. Quanto alla malaugurata influenza che il mercato esercita sulle istituzioni culturali, siamo sicuri che gli effetti negativi coincidano con la commistione indebita fra cultura e mercato e non piuttosto con una trasposizione semplicistica e priva di direzione delle logiche aziendali nei luoghi di produzione e trasmissione del sapere? E, infine, il fatto che in politica non siano più le ideologie a guidare scelte e comportamenti deve essere messo in relazione con l’epoca post-moderna che indebolisce tutti i grandi racconti o piuttosto con trasformazioni (complesse ma possibili da studiare) della politica e della partecipazione politica? E del pari, la licealizzazione dell’Università ha a che fare con una generalissima scomparsa dell’intellettuale oppure con le modificazioni subite dalla professione dei docenti di vario grado e le mutazioni del mondo del lavoro nel corso della seconda metà del secolo? Il fatto che la nostra sia un’epoca di incertezza (incertezza che indubbiamente si riflette nella crisi dell’universalismo e nella vita difficile che vive l’idea di verità, entrambe messe in luce da Furedi) dipende da una messa in questione della corrispondenza delle teorie con la realtà e della verità delle teorie stesse?

Se così fosse, questo significherebbe che gli intellettuali hanno nelle loro mani un potere immenso: quello di far cambiare l’orientamento generale di un’epoca. Forse sono più deboli, limitati e soggetti a tentazioni dell’immagine che di essi ha Furedi: anch’essi umani, troppo umani. Forse, semplicemente, risentono del loro tempo più di quanto riescano a forgiarlo. Forse sono da guardare non come eroi ma piuttosto come professionisti: professionisti di un tipo particolare, ma professionisti alla pari di altri. Resta vero che la loro vita è difficile in epoca contemporanea: ma forse è tale non a causa del relativismo, bensì delle numerose fonti di condizionamento alle quali sono sottoposti, alle trasformazioni che sono avvenute nella struttura sociale, nella politica, nelle professioni, nella cultura.

 

 

Frank Furedi, Che fine hanno fatto gli intellettuali? I filistei del XXI secolo (Cortina, Milano, 2007).