Le primarie del centrosinistra/2

La certezza del passato a scapito del rischio del futuro

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Nel panorama politico italiano, le primarie del PD si sono ritagliate una posizione rilevantissima, nei media, nella discussione istituzionale e nei dibattiti da bar. Una bella notizia, la politica che torna ad appassionare, a far parlare di sé. Merito di due candidati preparati, avversari leali. Merito di due macchine organizzative ben funzionanti. Merito di una struttura fatta di attivisti e dirigenti di partito che ci hanno messo testa e gambe.

Ha vinto Bersani. Ha vinto forte. Una vittoria annunciata, supportata dal 97% dei deputati e senatori PD, dall’establishment del partito, dal 100% dei candidati eliminati al primo turno. Ha vinto l’alleanza con Vendola, un’idea tradizionale di lavoro, un’idea antica di cos’è un’impresa, ha vinto il finanziamento pubblico alla politica.

Ha perso Renzi, il Gianburrasca della sinistra, ha perso il giovane che sognava di poter spostare al centro la competizione politica, ha perso l’agenda Ichino, ha perso l’idea, forse azzardata, di un Italia de-burocratizzata, più disposta ad accettare il rischio. Sforziamoci di decontestualizzare questa bella pagina di democrazia partecipativa dalle cronache provinciali e caliamola nel contesto globale.

Paul Krugmann, il 26 Novembre scorso, ha postato sul New York Times un commento intitolato: “What’s the matter with Italy?” (http://krugman.blogs.nytimes.com/2012/11/26/whats-the-matter-with-italy/). Sebbene sia spesso accostata alla Spagna e alla Grecia, dice il premio Nobel, l’Italia soffre di un male diverso. La cosa più sconcertante è il disperato crollo della produttività che il nostro paese ha fatto segnare a partire dagli anni 90. Ci sono stati vari tentativi di spiegare questo fenomeno: dalla taglia delle nostre imprese, alla burocratizzazione, alla pesantezza del Welfare State.

Ma la verità è che la risposta non c’è. Krugmann no lo sa. Non lo sa perché sono vent’anni che la politica fa i conti solo con sé stessa, che ha espulso l’economia dalle agende dei ministeri, che ha deciso di darsi delle regole autoreferenziali, rifiutando quelle dettate dalla globalizzazione e dai mercati. Krugmann non lo sa, perché la risposta Italiana alla fine delle ideologie politiche è stata il rifiuto della cultura liberale.

Siamo un paese che invece di competere, disquisisce dell’iniquità delle regole, un paese insicuro, ripiegato su sé stesso, impaurito dalla sfida internazionale, un paese incapace di rischiare. Siamo un paese di conservatori, di destra e di sinistra. Un paese che alle primarie ha scelto la certezza del passato non riuscendo a sopportare il rischio del futuro. Krugmann sarà ancora più confuso.

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