La Chiesa anglicana per seguire le mode perde la ragione

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La Chiesa anglicana per seguire le mode perde la ragione

08 Agosto 2008

Alla fine la conferenza di Lambeth, conclusasi nei giorni scorsi, non è riuscita a ricomporre le due anime dell’anglicanesimo. Il documento finale ha volutamente sorvolato sulle questioni calde delle donne vescovo e della celebrazione liturgica dei matrimoni gay. Una moratoria poteva essere utile, in presenza però di un percorso di soluzione. Ma questo non c’è e quindi il rinvio delle questioni spinose farà aumentare le tendenze centrifughe.

Un percorso di soluzione non c’è, perché la radice delle difficoltà degli anglicani non sta nella fede ma nella ragione. E di questo a Lambeth si è parlato poco. Il sacerdozio alle donne riflette una appiattimento alle mode sociologiche di oggi. Verrà il tempo, aveva detto il cardinale Ratzinger per la chiesa cattolica, che verremo accusati di non rispettare l’uguaglianza tra uomini e donne perché non ammettiamo queste ultime al sacerdozio. Verrà il tempo che verremo accusati di non rispettare i diritti umani perché non ammettiamo i matrimoni tra omosessuali. Questo tempo per gli anglicani è già avvenuto, precisamente dal 1975 quando fu ordinata sacerdote la prima donna. Quando la Chiesa si fa dettare i comportamenti dal mondo è già finita. Ma questo accade quando essa non crede più nella possibilità che la ragione, prima ancora della fede, possa conoscere la verità delle cose.

Lo stesso dicasi per i matrimoni gay. E’ evidente che la cosa contrasta con Bibbia e Vangelo, ma il vero punto non è questo. La Chiesa cattolica, per esempio, non si stanca di ripetere che il matrimonio tra un uomo e una donna è prima di tutto di ordine naturale e la ragione stessa è in grado di vederne i fondamenti e la necessità per una società ordinata. Poi dice anche che è una precisa indicazione della Rivelazione: sarete due corpi in un’anima sola. Gli anglicani hanno ceduto prima di tutto nella fiducia che la ragione sia in grado di conoscere la verità del matrimonio, poi ne è seguita l’accettazione delle tendenze sociologiche attuali e, infine, la messa da parte della Bibbia o una sua nuova interpretazione. Il “biblismo” non sta in piedi da solo, è pericoloso e non per caso l’enciclica di Giovanni Paolo II Fides et ratio del 1998 mette in guardia da esso. La lettura della Bibbia ha bisogno di fondarsi su quanto prima di tutto la ragione ci dice del mondo e dell’uomo. Dio non è solo salvatore, è anche creatore. Per lo stesso motivo, le correnti africane dell’anglicanesimo tradizionalista, che non sono andate a Lambeth per protesta contro le donne vescovo e i matrimoni gay, non sviluppano una critica adeguata. Essi fanno una critica solo a partire dal testo biblico. Il vescovo nigeriano Peter Akinola dice di voler vivere come dice Dio e non come dice l’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams e sostiene che nella sua Nigeria se gli anglicani non sono rigidi su queste cose prestano il fianco al proselitismo islamico, che accusa i cristiani di lassismo. Come si vede gli argomenti sono solo di fede e non anche di ragione.

Da tempo si afferma che ormai gli anglicani sono diventati una setta protestante. Non c’è dubbio che la parabola sia questa, date le premesse che a Lambeth non sono state chiarite. Se così sarà, il motivo ultimo rimarrà comunque la debolezza nell’uso della ragione, più che le questioni di fede. Le sette protestanti sono tendenzialmente fideistiche e si secolarizzano più facilmente dei cattolici non solo perché non hanno il papa, ma soprattutto perché non affidano alla ragione nessun compito di conoscere una verità delle  cose. Se ciò che conta è solo la coscienza e il rapporto io-tu che in essa si instaura con Dio, su che basi dire di no al matrimonio gay o alle donne vescovo? Il relativismo adoperato nel campo della ragione dilaga poi anche in quello della fede, inevitabilmente.

L’anglicanesimo, con queste sue discusse scelte, si pone l’obiettivo di dialogare maggiormente con il mondo di oggi. Però per farlo si priva dell’unico terreno veramente valido per il dialogo: quello della ragione.  Senza mai poter dimostrare la razionalità della fede, perché non si ha più fede in una razionalità della realtà, il cristianesimo si riduce a setta, ad una delle tante offerte nel supermercato del sentimento religioso. Perché il mondo dovrebbe dialogarci?