La Chiesa di Benedetto parla di politica perché cerca l’uomo

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La Chiesa di Benedetto parla di politica perché cerca l’uomo

12 Marzo 2008

di Raffaele Iannuzzi

La prolusione del Card. Bagnasco al Consiglio Permanente
della CEI dimostra come la
Chiesa
riesca a parlare di politica in molti modi. Se per
Aristotele l’essere poteva dirsi in molti modi, per la Chiesa la politica può
dirsi, in modo altrettanto ragionevole, in molti modi. Bagnasco non sarà Ruini,
l’animale politico della Chiesa, come egli stesso si è autodefinito, ma è
certamente un pastore che non intende gettare a mare l’eredità del suo
predecessore.

E ciò traspare da un elemento ricorrente: il linguaggio
accentuatamente pastorale della prolusione. Paradossale, si dirà, eppure, se
pensiamo al rilievo così dirompentemente politico del Vaticano II, che pure si
è sempre definito, impropriamente per la verità un concilio “pastorale”, la
cosa non appare, oggi, così improbabile.

Bagnasco parla un linguaggio metapolitico, anzi
transpolitico, per dirla con Del Noce, cioè si accosta ai temi caldi della
politica, dall’educazione ai salari, senza trascurare ovviamente l’eugenetica,
senza immediatezza militante, aggredendo la materia con accenti tesi al
recuperare “gli orizzonti di senso, i criteri di giudizio, le scelte concrete”.
Da qui nasce appunto la trama transpolitica e/o metapolitica della prolusione.
Perché il magistero di Benedetto XVI si presta appunto, da un lato, al recupero
dell’etica sociale così cara a Giovanni Paolo II, dall’altro, alla
contestualizzazione rigorosa della “visione dell’uomo” che fonda o distrugge un
ordinamento sociale. Questa è materia urgentemente politica. La stessa materia
su cui ha riflettuto Tremonti nel suo saggio che sta facendo tanto discutere
(appunto…): la visione antropologica determina la struttura anche giuridica di
un ordinamento sociale e politico.

Con ciò va da sé che non è cosa buona e
giusta pensare che il cattolicesimo sia una summa politica da politique politicienne, o, se preferite,
politique d’abord (l’ateismo
clericale, una forma di neopaganesimo ideologico) senza con ciò voler
legittimare l’utopia di chi accentua un aspetto etico o eugenetico,
massimizzando la tensione e destrutturando l’insieme della dottrina. Et-et: il
che vuol dire, in altre parole, né-né: il cattolicesimo, senza questa
fondazione antropologica ed etico-sociale, esplicitata, diventa ideologia
politica, perfino con qualche tratto costruttivistico. Il che è considerato
tanto da Papa Ratzinger quanto dal Card. Bagnasco un errore teologico e
culturale. Questa è dunque la radice transpolitica della prolusisone. Non è
infine casuale che il lessico ricorrente sia dettato da una certa
contemporaneità, ben digerita: si pensi alla “de-regulation educativa”. Non
solo. Ma anche l’accentuazione critica riguardante l’eugenetica ha come sfondo
domande di questo tenore: “E perché segnalare questa condizione azzardata, di
%0Arischio oggettivo, deve essere scambiato per oscurantismo? Per ostilità verso
la scienza? Per ottusa resistenza verso il moderno? Forse che in qualche parte
si possono scardinare i perni essenziali dell’umano, senza che tutti ne paghino
le conseguenze?”.

La Chiesa,
dunque, non vuole una modernità nichilistica, poiché essa, aggrappandosi al
corpo morto del nichilismo, non può che decretare la sua morte, anzi non può
far altro che suicidarsi. La
Chiesa
vuole scongiurare il suicidio della modernità. Ecco il
dato che emerge in questa prolusione transpolitica e metapolitica. Di qui
l’ultima parte, apparentemente disinteressata nei confronti dell’attualità
politica, ma di fatto immersa nelle pieghe della realtà sociale ed economica,
senza sentire il bisogno di tradurre tutto nel gergo dei sociologi. Tutto
questo è politica e non politique d’abord. Tutto questo è materia di impegno
nella società con l’aplomb pastorale e dunque con fare transpolitico e
metapolitico: si guarda tutto apparentemente dall’alto proprio perché il
giudizio sulla realtà è già chiaro. Ci sono in ballo i “criteri”, dopodiché i
voti si conteranno sulla base di questi ultimi.

La grandezza della Chiesa di
Benedetto XVI sta tutta in questo tenore teologico, etico e culturale di porre
la politica come luogo di intervento della fede. Contro qualsiasi irrilevanza
della fede stessa. Così il discorso pubblico si struttura come provocazione e
come alterità: fuori da questo binomio, la politica è quella che usa lo
spirituale per costruire a tavolino appartenenze. Il suicidio della modernità,
così concepita, potrebbe, allora, tradursi nel suicidio della politica. E anche
il Pdl ne sarebbe coinvolto. A buon intenditor, poche parole.