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Lo scenario

La Cina è “vicina”. E non è una buona notizia

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La Cina in questi giorni annuncia ufficialmente che il numero dei decessi da covid-19 è pari a zero e la città di Wuhan, da dove è sorta la pandemia, riapre l’aeroporto e le stazioni ferroviarie. Mentre il mondo guarda a Wuhan che si sta riaprendo a una vita non più al chiuso, non mancano tuttavia i legittimi interrogativi al gigante orientale, governato dal Partito comunista cinese sulle sue effettive responsabilità in questa pandemia.
In primo luogo ci si chiede se il coronavirus del covid-19 ha davvero un’origine zoonotica, per quale motivo i mercati di animali selvatici, come quello di Wuhan, non sono stati immediatamente vietati visto l’enorme pericolo di scatenare un’epidemia?
Inoltre, anche se sembrerebbe attualmente esclusa l’ipotesi di un’origine da laboratorio del SARS-CoV-2, è pur vero che in passato sono avvenute fughe di virus dai laboratori di massima sicurezza (come ad esempio la fuga del virus della Sars, riportato dalla rivista scientifica Nature), così come è certo che in Cina si compiono esperimenti scientifici di dubbia natura etica e alquanto pericolosi per la salute pubblica. E allora, perché la Cina, a differenza dei Paesi occidentali, non si adegua alle regole poste in essere dalla comunità scientifica internazionale riguardo a ciò?
Non solo, le autorità del Partito comunista cinese dovrebbero anche spiegare la mancata tempestività del loro operato: avrebbero infatti lasciato intercorrere ben undici preziosi giorni fra la morte per covid-19 del primo paziente, registrata in data 11 gennaio, e la dichiarazione ufficiale di Zhong Nanshan del 21 gennaio, il virologo che ha annunciato in via ufficiale nei canali governativi il contagio da uomo a uomo del nuovo coronavirus da covid-19.
Altri dati riportati dal Sunday Times invece parlerebbero persino di 104 contagi da covid-19, tra cui 15 morti, tra il 12 dicembre e la fine del mese. Ciò che si riscontra in ogni caso è che durante tutto questo periodo il governo cinese dichiarava che “non c’erano chiare prove di trasmissione da uomo a uomo”.
Per giunta, le restrizioni successivamente prese dalle autorità governative cinesi sono state quelle di interrompere i voli dalla regione dell’Hubei verso le restanti zone della Cina, ma non verso il resto del mondo: due pesi e due misure, dunque. Questo ha fatto sì che l’epidemia si espandesse a livello globale, ben sapendo inoltre che proprio a gennaio i voli internazionali dalla Cina verso l’Europa e gli Stati Uniti aumentano per le vacanze della festa cinese del capodanno lunare.
La propaganda governativa cinese, solerte nel coprire dati e circostanze fattuali, come già scritto , non la racconterebbe giusta nemmeno sul reale numero di vittime da covid-19.
Pechino dovrebbe infine dare una spiegazione anche su che fine hanno fatto tutte quelle persone che coraggiosamente hanno squarciato il velo del silenzio e denunciato che ben più di qualcosa non andava bene nella gestione dell’epidemia. Per esempio dove si trova ora esattamente la Dottoressa Ai Fen, direttrice del pronto soccorso dell’ospedale Centrale di Wuhan che aveva informato il giornale cinese Renwu delle minacce ricevute dal Partito comunista cinese per zittirla su quanto stava accadendo a dicembre dentro il nosocomio Centrale di Wuhan?
E dov’è finito anche il magnate Ren Zhiqiang che criticò apertamente il Partito comunista cinese per la gestione dell’epidemia e che da allora, come riporta il New York Times, non si hanno più sue notizie?  
Se dunque oggi non sembra possibile criticare, porre domande legittime ed esprimere liberamente opinioni differenti da quelle ammesse dal Partito comunista cinese all’interno del Paese, la Cina dovrà pur fornire al mondo intero, prima o poi, risposte credibili, che non inquinino le acque dell’informazione e che non puzzino di propaganda ideologica.
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