La Cina sul Tibet teme di perdere la faccia

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La Cina sul Tibet teme di perdere la faccia

17 Ottobre 2007

La Medaglia d’Oro del
Congresso, una delle massime onorificenze civili americane, è stata conferita
al Dalai Lama. E Pechino, come prevedibile, reagisce con rabbia. Mai come in
questo periodo, il Tibet sta diventando una vera e propria spina nel fianco
della Repubblica Popolare Cinese. In primo luogo è un caso quantomeno
“imbarazzante” (nella logica di un regime totalitario) il dover giustificare o
nascondere la sottomissione militare di una nazione, indipendente fino
all’invasione del 1951, agli occhi dell’opinione pubblica mondiale in vista
delle prossime Olimpiadi di Pechino. Il regime comunista cinese preferisce che il
mondo dimentichi la causa indipendentista tibetana, cercando di promuovere
l’immagine di una sola Cina, culturalmente ed etnicamente omogenea di cui il
Tibet farebbe parte.

L’inaugurazione della nuova
ferrovia tibetana e la “riallocazione” di migliaia di cittadini del Tibet in
nuovi villaggi socialisti, sono le mosse più recenti adottate da Pechino per
cancellare quella che è, a tutti gli effetti, un’altra nazione all’interno dei
suoi confini. Ma questa politica si sta rivelando sempre più controproducente:
la causa indipendentista tibetana, soprattutto a causa del suo carattere
nonviolento e religioso, ha conquistato i cuori e le menti di un’opinione
pubblica trasversale, sia progressista che conservatrice, negli Stati Uniti e
in Europa. Nel Vecchio Continente, Angela Merkel, oltre a ricevere il Dalai
Lama, si è anche espressa apertamente contro la violazione dei diritti umani da
parte del regime cinese, tanto da vedersi annullare un incontro al vertice che
era previsto per il prossimo dicembre. Le Olimpiadi di Pechino, dunque, invece
di promuovere l’immagine di una Cina approdata alla modernità e alla
prosperità, potrebbero essere l’occasione per rilanciare la causa tibetana su
scala planetaria. Inoltre: la rivolta buddista nella ex Birmania (il cui regime
è sponsorizzato da Pechino), riproduce su scala ridotta quella che potrebbe
essere una rivolta nonviolenta tibetana all’interno della Cina. E l’opinione
pubblica occidentale, che si è mobilitata a favore della protesta dei monaci
buddisti come mai era accaduto in passato, incomincia a identificare la causa
birmana con quella tibetana.

Pechino ha reagito al
conferimento della Medaglia d’Oro del Congresso sfoderando il principio della
“non ingerenza”, il cardine della politica estera cinese, lo stesso con cui il
regime cinese aveva giustificato la sua opposizione all’intevento della Nato in
Kosovo nel 1999, della Coalizione in Iraq nel 2003 e in base al quale pone il
veto su qualsiasi intervento dell’Onu in materia di diritti umani, dal Sudan
alla Birmania. La Repubblica Popolare Cinese esige il rispetto dei confini,
all’interno dei quali il governo può agire come vuole, anche uccidendo a freddo
i suoi stessi cittadini. Eppure, ci si può chiedere, Pechino tende a
interferire eccome negli affari di altri Stati: il Tibet invaso è l’esempio più
lampante, ma anche su Taiwan incombe una minaccia militare costante della Cina
popolare. Anche in questo caso il regime si giustifica, affermando che si
tratta sempre di Cina. Una dichiarazione formale di indipendenza da parte di un
premier di Taiwan (Stato indipendente sotto tutti i punti di vista, anche se
non riconosciuto ufficialmente) verrebbe considerata da Pechino come una
“secessione”. Un riconoscimento conferito al Dalai Lama è anch’esso considerato
come un passo verso la “secessione”. E’ in base a questa logica che il
portavoce del ministro degli esteri cinese, Liu Jianchao, ha dichiarato oggi
alla stampa internazionale: “Ho esortato in varie occasioni la parte americana
a cancellare queste disposizioni (il conferimento del premio, ndr) e a smettere
di interferire negli affari interni cinesi” – perché, secondo il portavoce –
“Le parole e gli atti del Dalai Lama negli ultimi decenni dimostrano che si
tratta di un rifugiato politico impegnato in attività secessioniste sotto la
copertura della religione”.

A queste prese di posizione
formali, corrisponde anche un inasprimento della repressione cinese in Tibet.
Secondo l’attivista americana per i diritti umani Kate Saunders: “Le autorità
cinesi hanno intensificato le loro campagne anti-Dalai Lama nelle aree del
Tibet orientale e questa politica sta provocando degli effetti drammatici”. La
repressione consiste soprattutto in un aumento di arresti di tutti i sospetti
dissidenti. Compresi tre ragazzini di 15 anni che, la settimana scorsa, sono
stati sorpresi a disegnare graffiti indipendentisti sulle case del villaggio di
Amchok Bora (nella provincia di Gansu) e per questo sono stati subito
incarcerati e, stando a Human Rights Watch, anche pesantemente torturati. Oltre
all’intimidazione, il regime di Pechino impiega anche l’arma economica per
disgregare la società e impedire il dissenso. Secondo la Saunders: “Gran parte
di queste aree (le province di Gansu e Sichuan, ndr) sono prevalentemente
abitate da nomadi e le politiche di sviluppo economico che sono state attuate
in modo centralizzato da Pechino, stanno provocando effetti drammatici sul loro
stile di vita”. Ed è impiegata anche la classica arma maoista della
“rieducazione”, come nella regione di Lithang (Sichuan) dove è in corso da mesi
un programma di rieducazione patriottica ai danni di comuni cittadini,
insegnanti e funzionari locali tibetani. Nelle sessioni di rieducazione, a
coloro che sono presi di mira, viene fatto scegliere pubblicamente tra la Cina
o il Dalai Lama. Con le conseguenze che si possono immaginare per chi dichiara
pubblicamente la sua fedeltà al Dalai Lama.

Fa particolarmente
impressione, inoltre, sentire che la stampa ufficiale della Repubblica Popolare
Cinese dà voce ai rappresentanti tibetani del Partito Comunista Cinese quando
questi protestano contro il premio americano conferito al Dalai Lama: essi sono
letteralmente tenuti sotto tiro. Una circolare disciplinare del PCC datata 4
settembre, mette in guardia dai “sentimenti indipendentisti” eventualmente
riscontrabili nei membri del Partito di origine tibetana. Essi sono accusati di
“succhiare il latte dal seno del Partito Comunista Cinese, chiamando ‘mamma’ il
Dalai Lama”.