La cittadinanza al tempo degli attacchi islamici
14 Novembre 2015
La portata e i connotati dei tragici fatti di Parigi ci dicono con chiarezza che la sicurezza interna è importantissima, ma che una risposta che punti tutto e solo sul controllo del territorio non basta. E’ necessaria ma non sufficiente.
Si può e si deve ragionare sull’efficienza dell’intelligence, sull’organizzazione degli apparati di sicurezza, ma è impensabile illudersi di fronteggiare la minaccia controllando tutti gli obiettivi strategici, soprattutto nel momento in cui obiettivi strategici diventano i piccoli ristoranti, le strutture sportive, le sale concerto.
Bisogna resettare analisi e strategie e ripartire ammettendo che chi dopo il 2001 aveva prospettato una nuova guerra mondiale che si sarebbe prolungata nel tempo aveva ragione. Che pensare di nascondere la polvere sotto il tappeto da parte dell’Occidente è stato un suicidio. Che la vacanza strategica dell’America di Obama ha peggiorato le cose. Che l’Europa non ha compiuto passi avanti nel conquistare una strategia di politica estera e di intelligence unitaria, dunque all’altezza della sfida.
L’aggravante è che di tutto questo ci si accorge solo quando la guerra arriva in mezzo a noi. Fin qui non è bastata nemmeno la distruzione di patrimoni dell’umanità (su tutti Palmira) per suscitare una risposta all’altezza.
C’è poi un aspetto specifico che riguarda la Francia e le politiche di integrazione. A quel Paese che amiamo, oggi va la nostra solidarietà. La sua storia l’ha portata molto prima di noi a fare i conti con i problemi posti dall’integrazione di donne e uomini provenienti da mondi, culture, religioni diverse. La Francia elaborò una risposta a quei problemi che per molto tempo è stato un modello, indicato col nome di assimilazionismo.
Quel modello oggi non funziona perché, anziché andare alla ricerca di una identità condivisa e individuare doveri comuni ai quali adempiere, ha rimpiazzato l’adesione ai princìpi profondi di una cultura e di una nazione con imposizioni laiciste e presunzioni ipocrite. La conseguenza, dietro l’illusione di una integrazione inesistente, è stata il radicarsi di una pericolosa separatezza che è diventata il terreno di coltura del terrorismo.
Su tutto ciò varrebbe la pena di aprire una riflessione spregiudicata e profonda per correggere quegli errori dove sono stati commessi e per non riproporli laddove, come in Italia, ci si appresta a scelte legislative il cui riverbero durerà nel tempo. A cominciare ad esempio dalla legge sulla cittadinanza che, per come è uscita dalla Camera, si affida ad automatismi burocratici e rischia di creare segmentazioni fra le diverse generazioni di immigrati rendendo ancor più difficile il compito di integrarli. Noi per questa riflessione, e per le sue ricadute, siamo pronti.
