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La crisi del mercato alimentare e la soluzione liberista

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Si è acceso di recente un dibattito, a livello europeo, tra diverse concezioni del sistema economico mondiale, che deve far riflettere anche chi presto governerà in Italia.

La crisi economica e la variazione degli assetti nei rapporti di potere tra continenti e Stati sta causando infatti gravi scompensi nel mercato dei prodotti legati all'alimentazione. Negli ultimi decenni ci sono state varie avvisaglie di un processo di deterioramento degli equilibri nazionali in questo settore del commercio e della produzione: basti pensare all'Unione Europea degli sconfinati sussidi alla Francia agricola e delle maxi multe per le quote latte nel Nord Italia.

Eppure ultimamente, per l'intrecciarsi e l'interconnettersi di tutti i settori dell'economia, la crisi finanziaria ha avuto echi preoccupanti anche nelle piazze di molti Paesi in via di sviluppo, che hanno spinto Peter Mandelson (commissario del commercio dell'Unione Europea) ad affrontare la tematica, con l'ottimismo legato ad un libero mercato che possa risolvere tutti i problemi. Sono poi però seguite delle reazioni un po' più disincantate da parte dei massimi esponenti di ONG che si occupano dello sviluppo dei Paesi del cosiddetto terzo mondo.

Le manifestazioni causate dall'impennata alle stelle del prezzo del cibo sono scoppiate in circa 33 Paesi in tutto il mondo. Ad Haiti il governo è caduto dopo una settimana di sommosse in cui 40 persone sono state uccise. Possiamo facilmente ricordare le scene al telegiornale delle sommosse al Cairo per il prezzo del pane, trasmesse un paio di settimane fa.

In risposta a questo fenomeno, Argentina, Cina, Egitto, India, Indonesia, Kazakhistan, Malawi, Russia, Serbia, Ucraina e Vietnam hanno introdotto restrizioni nell'esportazione e totali divieti sulle materie prime alimentari.

Peter Mandelson si è rivolto al comitato per il commercio del Parlamento Europeo sostenendo una posizione molto chiara: ovvero mettendo in guardia i governi dalla tentazione di definire restrizioni alle esportazioni di prodotti alimentari in previsione del loro rapido aumento di prezzo. Tali provvedimenti sarebbero la peggiore delle soluzioni che il mondo occidentale potrebbe tentare, in quanto produrrebbe come unico risultato l'ulteriore scarsità della materia prima. Una involuzione, insomma, delle politiche mercantilistiche su un modello ormai passato, che inseguirebbe un'illusione di “food security”, rallentando tanto la produzione interna, quanto bloccando rifornimenti esterni, con l'unico effetto di condurre ad una spirale di protezionismo e riducendo le produzioni.

Insomma un palliativo a breve termine per l'emotività dei mercati negli Stati con più possibilità, a discapito delle economie degli Stati in cui effettivamente si soffre e si muore per fame.

“Le tasse di esportazione, le quote o le interdizioni non hanno un senso dal punto di vista economico o dello sviluppo”, ha aggiunto il commissario, “per quanto riguarda le merci base agricole, hanno ancora meno senso”.

Comunque, il commissario ritiene che nonostante le agitazioni popolari scoppiate in più parti del mondo, l'incremento dei prezzi del cibo possa essere “un'opportunità per i produttori nel paesi in via di sviluppo”, più che una preoccupazione per la “food security”, finché i loro governi apriranno i loro mercati ed i paesi sviluppati apriranno i loro nello scambio reciproco. “Dare loro i mezzi e i mercati per sviluppare i vantaggi dei maggiori prezzi è la miglior maniera di indirizzare la questione dei prodotti alimentari nel lungo termine in particolare per i paesi più poveri” è il succo del discorso.

Nella stessa ottica, gli alti prezzi per il cibo dovrebbero rinforzare l'impegno del mondo industrializzato a riformare il sistema dei suoi sussidi alla produzione, attraverso un patto mondiale di commercio. Il commissario ha auspicato che un accordo dovrebbe essere raggiunto per mezzo delle discussioni della World Trade Organisation Doha; sarebbe di particolare importanza per i produttori dei Paesi in via di sviluppo, perché conterrebbe accordi per tagliare i sussidi agricoli nei Paesi sviluppati che “distorcono il commercio agricolo e riducono le opportunità di esportazione”.

Un tale accordo, parallelamente alla firma dell'accordo bilaterale sul commercio tra paesi ACP (Africani, del Pacifico e Caraibi) ed Unione Europea – gli European Partnership Agreements – incentiverebbe la produzione di cibo attraverso l'espansione del commercio agricolo e l'apertura di opportunità di investimento nell'agricoltura dei paesi del Sud del mondo. Comunque molti paesi dell'area ACP hanno rifiutato di sottoscrivere gli EPA per il timore di un semplice fatto: l'apertura dei mercati potrebbe far soccombere le loro giovani industrie, che non possono competere con le assai più avanzate controparti europee.

Da quest'ultimo, purtroppo più realistico, passaggio si sviluppano le prime reazioni delle principali ONG per lo sviluppo internazionale, che addirittura ritengono i tentativi europei di ampliare il free trade mondiale ad aver contribuito all'attuale crisi dei prezzi del cibo.

Rispondendo alle posizioni del commissario, da Oxfam International Alexander Woollcombe ha rilasciato dichiarazioni sulla sua posizione, sostenendo che gli EPA non sarebbero mai stati la soluzione alla crescita dei prezzi, in quanto avrebbero “limitato” la possibilità di reazione di un paese in via di sviluppo, che “per affrontare tali imprevedibili fluttuazioni nel prezzo del cibo, ha bisogno di un certo spettro di strumenti politici per reagire”.

Nella stessa dichiarazione poi una piccola frecciata agli atteggiamenti europei è stata rivolta a Mandelson, che predica bene ma razzola male: “è d'altra parte un po' sconveniente per l'Europa dare lezioni ai Paesi in via di sviluppo sui benefici del libero commercio agricolo quando nell'Unione Europea gli stessi prodotti sono ancora pesantemente sussidiati”.

Dave Tucker, funzionario della compagnia del commercio della anti-poverty charity War on Want, ha poi fatto eco al dibattito commentando: “un'altra volta, Peter Mandelson promuove gli accordi per il libero commercio come soluzione a tutto. Ma l'inseguimento di queste stanche e dogmatiche idee per più di 20 anni ha contribuito ai più seri problemi che i paesi in via di sviluppo stanno oggi affrontando”.

E proprio qui sta il problema principale di un'Unione come quella Europea, che propone ancora un modello liberista, peraltro restando ben lontana dall'applicarlo, e non si rende conto del fatto che il processo di globalizzazione ha implicazioni molto più sottili di quanto il libero mercato ed il libero commercio possano comprendere. Così come lo Stato capitalistico si è sviluppato nell'ultimo secolo con l'introduzione del Welfare State, insomma, è necessario che un modello analogo si applichi nella politica economica internazionale: perché nessuno può più permettersi che ci siano scioperi per fame in India, perché la leadership etica è l'unico strumento che resta alle democrazie occidentali per garantirsi una stabilità sempre più messa a rischio. Perché, semplicemente, nell'assenza di un mercato perfetto occorre provvedersi degli strumenti necessari a compensare le anomalie della realtà.

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