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Il governo che verrà

La crisi: grande confusione sotto il cielo, grandi manovre al centro

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«Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente…». E’ la celebre frase pronunciata da Mao nel pieno della Rivoluzione culturale cinese. Ed è anche un efficace compendio dell’attuale momento politico italiano, quantomeno come prologo.

Volendoci però avventurare oltre il prologo, se ci si ferma alla cronaca ogni previsione è difficile. La nuova classe politica, con ogni evidenza, considera la vecchia e saggia regola in nome della quale quando si fa un passo bisogna già sapere quale possa essere il successivo, un insegnamento superato. La nuova classe politica, con ogni evidenza, è composta da “situazionisti”. Come l’ultimo Trump e, nel suo piccolo, come Renzi. Ad azzardare previsioni, in termini di logica politica le “nuove leve” non offrono punti di riferimento.

Se dunque la cronaca sfugge, meglio rifugiarsi nell’analisi. Non quella psichiatrica, anche se in alcuni passaggi della gestione di questa crisi sarebbe stata la disciplina più adatta a decodificare gli avvenimenti. Non essendo tuttavia la nostra specialità, proviamo a leggere gli eventi con la lente che ci compete.

Quando l’attuale governo è stato messo in crisi, il gruppo di cui faccio parte ha proposto un esecutivo di salvezza nazionale: l’unica opzione realistica, all’altezza del tempo terribile che stiamo vivendo, che avrebbe rimesso in moto il quadro politico rispettando le difficoltà con le quali la gran parte dei cittadini quotidianamente sta facendo i conti. Non siamo stati fin qui ascoltati. Ci siamo perciò chiamati fuori e – se non fosse per la situazione tragica nella quale il Paese versa – ci troveremmo nella invidiabile posizione di chi, fatta ampia scorta di popcorn, si gode lo spettacolo.

D’altro canto, se un governo Conte – in un modo o nell’altro, bis o ter che sia – dovesse alla fine andare in porto, per chi ha fin qui condotto un’opposizione civile ma ferma nei confronti di un esecutivo largamente al di sotto della sufficienza, la vera partita inizierebbe appena un attimo dopo.

Al netto di nuovi e non improbabili colpi di scena, questa strana crisi ha infatti finora provocato la definitiva trasformazione della maggioranza (senza più i renziani) da schieramento occasionale in potenziale coalizione politica: ove mai si potesse tornare alle urne in un tempo breve, Conte, il Pd e il Movimento 5 Stelle potrebbero più facilmente e credibilmente presentarsi uniti di fronte agli elettori. Sfidati da Renzi, il loro imperativo categorico – almeno nelle sedi ufficiali – è stato quello di non mettere in discussione l’accordo reciproco raggiunto: disponibili ad aggiungere pezzi, non a trasformare la formula di governo.

Anche per questo – sia detto per inciso – le loro profferte ai cosiddetti “responsabili” hanno ben poco a che fare con il trasformismo nella sua definizione storica: quella stagione politica proponeva l’innesto di nuovi apporti nell’area del governo con l’obiettivo di modificarne il centro di gravità spostandolo, a seconda delle circostanze, più a destra o più a sinistra; accostandolo più al monarca ovvero al Parlamento. Nel caso in specie, invece, non si è proposto di trasformare un bel nulla e la coalizione uscente, per ribadire questo concetto, qualche giorno fa ha addirittura lanciato un hashtag (#iostoconconte) che avrebbe dovuto certificare la sua compattezza. Da quel momento in poi ha richiesto “annessioni”, non proposto “trasformazioni”.

Non è affatto certo, però, che questa coalizione apparentemente così granitica sia un approdo definitivo. Potremmo presto scoprire che si tratta, invece, di un espediente provvisorio per superare la crisi, consentire alla legislatura di andare avanti, darsi il tempo di varare una legge elettorale che rimescoli le carte in vista di una stagione politica post-covid che presenterà non poche sorprese. Dal 1994 ad oggi la politica italiana è stata essenzialmente giocata sulle estreme, dando vita a un quadro fortemente polarizzato caratterizzato dalla reciproca delegittimazione tra i principali attori. Oggi molti indizi, evidenziatisi in particolare in questi giorni di crisi, fanno invece ritenere che una parte importante del futuro della politica italiana si giocherà al centro.

Matteo Renzi, nel dare vita al suo partito, volle mettere un’ipoteca su questo spazio politico. Per carità, non che in politica ci sia nulla di definitivo, ma tutto lascia pensare che egli abbia sprecato quell’occasione. La palla per edificare una “cosa” centrista è oggi, non sappiamo fino a quando, nel campo di Giuseppe Conte, fino a poco tempo fa “avvocato del popolo”. Sempre che gli riesca di restare alla guida del governo, vecchio o nuovo che sia.

Il partito virtuale del premier – un partito centrista, of course – è quotato nei sondaggi oltre il dieci per cento. Ed è questo il vero vantaggio che Conte può spendere in questa crisi: mentre quasi tutti i suoi competitori debbono fare i conti con la riduzione del numero dei parlamentari che scatterà alle prossime politiche, lui può credibilmente far intravvedere ai suoi sansepolcristi, per la prossima legislatura, la prospettiva di una facile elezione. Il suo partito, in quanto virtuale, non ha infatti impegni pregressi. Non ha “uscenti” da salvare o sacrificare. I problemi, semmai, potrebbero presentarsi se e quando quel soggetto politico vorrà trasformarsi in una realtà fattuale. Allora avrà bisogno di una classe dirigente non raccogliticcia, che in giro non si scorge. E, quel che più conta, la sua eventuale esistenza porterà a un ulteriore e certo peggioramento dei rapporti con gli attori della sua coalizione – Pd e 5 stelle – che a un certo punto potrebbero decidere di non giocare più per il Conte di Prussia.

Se questo è lo scenario che si profila, però, il problema del centro non potrà più essere sottovalutato neppure da Salvini e Meloni, se ambiscono a non archiviare la coalizione nella quale oggi sono largamente egemoni. E a me pare che in tal senso una nuova consapevolezza inizi a fare breccia. Il centrodestra, nel corso di questa crisi, non ha perso tanti pezzi per strada, come pure sarebbe stato possibile. E, negli atteggiamenti assunti, non ha smarrito la moderazione, come pure sarebbe stato temibile.

Può essere un buon punto di partenza per attrezzarsi ad affrontare il cambiamento del quadro politico che, presumibilmente, il centrodestra si troverà a subire. Se infatti la crisi dovesse risolversi con Conte ancora alla guida del governo e con Matteo Renzi che perde la golden share della maggioranza, non ci saranno più ostacoli alla “proporzionalizzazione” del sistema.

In tal caso – se cioè il proporzionale dovesse farsi strada – la conquista dell’elettorato centrale diverrà assai importante, addirittura indispensabile, per poter conquistare la maggioranza assoluta dei seggi. Ciò rende necessario garantire che nella coalizione vi siano attenzione alla competenza e alle relazioni internazionali affinché vi sia uno spazio di agibilità per quei moderati e quei liberali che vogliano continuare a lavorare nel centrodestra e coltivare una vocazione bipolare, piuttosto che assembrarsi al centro. Almeno in questo caso, è bene che in politica un po’ di distanziamento sociale resista, anche quando la pandemia sarà finalmente venuta meno.

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