La diplomazia venezuelana parla “mandarino”

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La diplomazia venezuelana parla “mandarino”

17 Settembre 2010

Grazie ad un’abile manovra diplomatica, le casse del Venezuela di Hugo Chávez possono tornare a respirare: la Cina concederà a Caracas un prestito di 20 miliardi di dollari, dilazionabile nei prossimi 20 anni, in cambio di maxi-forniture di greggio. Un accordo di cooperazione finanziaria di lungo periodo, questo, che ha permesso il coinvolgimento di numerosi attori dei due paesi, sia pubblici che privati, tra cui la China Development Bank (CDB), la Venezuelan Social Development Bank (BANDES), il Ministero della Finanza ed il Ministero dell’ Energia e del Petrolio venezuelani e cinesi. Una notizia più che positiva per Chávez, che così può festeggiare un doppio risultato: risanare le piangenti casse dello Stato, proprio in prossimità dell’appuntamento elettorale del 26 settembre, e rafforzare la partnership con Pechino, essenziale per estromettere dal proprio mercato del greggio gli Stati Uniti.

La liaison tra Chavez e i cinesi prende il via nell’aprile del 2001, con la firma di un Memorandum di Intesa (MdI) tra il presidente venezuelano e il suo omologo Jiang Zemin. L’accordo includeva l’istituzione di un gruppo di alto livello e rispettive sottocommissioni tematiche per l’elaborazione di progetti di cooperazione bilaterale nei settori più disparati: dal commerciale all’energetico, dal socio-sanitario al culturale sino all’infrastrutturale. Consapevole della dipendenza dell’economia venezuelana dalle proprie esportazioni di greggio, Chávez ha premuto affinché il settore energetico diventasse il cavallo trainante dell’amicizia tra Caracas e Pechino. In tale cornice, la nazionalizzata Petroleos De Venezuela S.A. (PDVSA) e la China National Petroleum Corp. (CNPC) hanno dato vita nell’aprile di quest’anno ad un protocollo di intesa, che include due accordi di cooperazione: il primo nel settore petrolifero per il distretto dell’Orinoco; il secondo è il sopra citato maxi credito. Un avvicinamento che si tradurrà in un consistente aumento di barili esportati, ovvero dai 39 mila barili giornalieri del 2005 si passerà al milione del 2012, secondo quanto stimato da Evan Ellis, del Center for Hemispheric Policy dell’Università di Miami. Inoltre, anche gli scambi commerciali tra i due paesi sono aumentati esponenzialmente negli ultimi anni, passando da un volume di affari di 85,5 milioni di dollari nel 1999 a circa 9 miliardi nel 2008, secondo i dati diffusi da Bloomberg nell’agosto 2010.

Una partnership assai fruttifera che non si limita al settore petrolifero, come sottolinea il vice presidente di PDVSA, Asdrúbal Chávez, ma riguarda lo “sviluppo generale del paese, per accelerare il progresso sociale ed economico del Venezuela”. Anche gli accordi siglati l’agosto scorso vanno inseriti in questa ampia strategia. Con un valore complessivo di circa 9,500 milioni di dollari, tali accordi impegneranno i due paesi per i prossimi tre anni nella realizzazione di ben 19 progetti multisettoriali. Ma già il lancio del primo satellite venezuelano nell’ottobre 2008, dal nome evocativo Simon Bolivar, ha dimostrato al mondo intero come l’amicizia con la Cina vada ben oltre il mero settore del greggio. Infatti, dopo la stipula dell’accordo con la China Great Wall Industry Corp nel novembre 2005, Chávez è riuscito a realizzare con il migliore know-how cinese il progetto Venesat-1, costato a Caracas ben 406 milioni di dollari, e spedire nell’orbita il suo Simon Bolivar dalla base aerospaziale di Xichang. Come dichiarato dallo stesso Chávez, “tutti questi programmi formano parte della visione del paese plasmata nel progetto nazionale Simon Bolívar 2007-2013, che cerca l’implementazione di un nuovo modello produttivo socialista e di convertire il Venezuela in una potenza energetica mondiale”.

Una multi-sector relation: così potrebbe essere definito questo nascente asse intercontinentale, fondato sulla diplomazia economica (peculiarità cinese) e sulla vicinanza ideologica (must politico di Chávez). La ratio è quella della stipula di accordi settoriali, che attraggano quanto più capitale straniero in Venezuela e permettano lo sviluppo economico del paese. Contropartita di ciò è la vendita di petrolio a un prezzo vantaggioso per l’acquirente estero. Inoltre, la presenza cinese nel mercato venezuelano deve essere letta come una conseguenza della politica di aperta estromissione perpetrata da Chávez ai danni degli USA. Il caudillo vuole marginalizzare il ruolo che Washington, e altri players europei, giocano nell’economia del suo Paese, sostituendoli con nuovi, e più vicini anche ideologicamente, partners stranieri. Di qui, le relazioni con la Russia nel settore armamentistico, con l’Iran per il supporto al rispettivo programma nucleare, con Cuba per ciò che attiene strettamente la sfera della sicurezza interna, ed infine l’amicizia con Pechino.

Dopo l’Africa, la Cina intende dunque espandere la sua sfera d’influenza anche in Sud America. Il rafforzamento della partnership strategico con il Venezuela non può pertanto essere ignorata dagli Stati Uniti. Anche se il Presidente Obama ha più volte espresso il desiderio di rafforzare l’impegno politico ed economico statunitense in America Latina, nel quadro di un rinnovato “spirito di amicizia e collaborazione”, ciò ad oggi sembra non aver prodotto i risultati auspicati. La cresicta dell’antiamericanismo e la perdita di peso politico nei principali fora multilaterali sono la cartina tornasole di un declino politico statunitense in America Latina cui la Casa Bianca è chiamata a porre rimedio.